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	<description>UBI LIBERTAS IBI PATRIA</description>
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		<title>Tre recensioni tedesche</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Jan 2010 13:19:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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L’ultimo libro di Christoph Ransmayr, l’autore austriaco classe 1954 affermatosi alla fine degli anni ottanta con quella sorta di fantasticazione ovidiana, postmoderna e barocca che è Il mondo estremo (edito da Leonardo nel 1989 e poi da Feltrinelli, riveduto, nel 2003), è un’impresa non meno rischiosa e “campata in aria” di quella che ha per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">Note: There is a print link embedded within this post, please visit this post to print it.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ultimo libro di Christoph Ransmayr, l’autore austriaco classe 1954 affermatosi alla fine degli anni ottanta con quella sorta di fantasticazione ovidiana, postmoderna e barocca che è <em>Il mondo estremo</em> (edito da Leonardo nel 1989 e poi da Feltrinelli, riveduto, nel 2003), è un’impresa non meno rischiosa e “campata in aria” di quella che ha per oggetto. <strong>La montagna volante</strong> (trad. di Claudio Groff, Feltrinelli) è la storia di due fratelli irlandesi che raggiungono il Tibet orientale per rintracciare e scalare il Phur-Ri, una vetta più alta dell’Everest ma assente dalle carte geografiche, viva soltanto nella tradizione nomade tibetana e nella testimonianza di un pilota cinese scomparso dopo aver bombardato la zona; ecco un esempio della forma in cui la storia è narrata: «Forse è davvero inestinguibile / quel bisogno / che persino in territori enciclopedicamente accertati / ci spinge a cercare l’ignoto, l’inesplorato, / l’ancora indenne da tracce e nomi&#8230; / quella macchia perfettamente bianca / nella quale poter poi imprimere un’immagine / dei nostri sogni diurni».</p>
<p style="text-align: justify;">Citare senza troppi preamboli un passo, anzi una strofa come questa, dove pure è tematizzato l’anelito che induce i protagonisti a intraprendere il viaggio, può forse rendere l’idea dell’accesso tutt’altro che immediato al libro, per il quale di proposito non si è ancora usata la parola «romanzo». Di fatto, il lettore che sfogli il volume in libreria crederà dapprima di avere per le mani un’opera poematica, oltre trecento pagine di versi irregolari suddivisi in strofe di varia misura, con tutto ciò che &#8211; di selettivo &#8211; una simile impressione può comportare. Pure, penserà il lettore, è di Ransmayr che si tratta, uno scrittore noto e da più parti osannato, su cui ha speso inchiostro ormai una generazione di laureati in germanistica. Il risvolto di copertina a questo punto farà il resto, evocando il carattere estremo della situazione, che accomuna questo libro alle altre prove maggiori dello stesso autore, e menzionando il clan di nomadi e pastori tibetani al quale i due fratelli si uniranno nel cammino e di cui fa parte Nyema, la bella vedova di cui si innamorerà uno di loro. In breve: avventura, alterità e sentimento. Infine, l’«appunto a margine» a firma «CR» posto a mo’ di premessa quieterà nei più incerti i timori residui, poiché vi si apprende che la forma testuale in questione, ribattezzata «composizione a bandiera» ovvero, in sintonia con l’argomento del libro, «<em>composizione volante</em>», «è libera e non appartiene soltanto ai poeti». Insomma, quello che abbiamo in mano non è un poema. E allora cos’è?</p>
<p style="text-align: justify;">Partiamo dalle certezze. In effetti <em>La montagna volante</em>,<em> </em>pubblicato nei paesi tedeschi ben undici anni dopo la fantastoria apocalittica de <em>Il morbo Kitahara</em> (1995) e a più di vent’anni di distanza dall’esordio con <em>Gli orrori dei ghiacci e delle tenebre</em> (1984, che restituiva tra cronaca e finzione la spedizione austro-ungherese al Polo Nord tra il 1872 e il 1874), ha in comune con le opere precedenti il resoconto più o meno fantasioso di circostanze-limite, che riconducono i personaggi, attraverso il confronto serrato con la natura, ai moti primigeni dell’umano, nell’immediata aderenza alla vita brada. La copertina del libro, in questo senso, ha il pregio rivelatore del paradosso: le due meduse immerse nell’azzurro marino riducono alla mera datità biologica la parentela che unisce i due protagonisti tra le vette himalayane, e ricordano le analoghe creature che nuotano alle spalle del nazi-occultista Hanussen in <em>Invincibile</em> di Werner Herzog, altro celebre poeta della natura. Certo, nella pellicola in questione le meduse appaiono imprigionate in un acquario, ma la meraviglia di cui lo sguardo del regista bavarese è capace, anche verso quegli esemplari isolati di un <em>bios</em> extra e sovraumano, non è poi tanto lontana dal sublime che impregna le descrizioni dei paesaggi e dei fenomeni naturali in Ransmayr, indubbiamente uno dei punti di forza del suo stile rigoglioso.</p>
<p style="text-align: justify;">Detto questo, tuttavia, siamo daccapo. <em>La montagna volante</em> richiede una sospensione del giudizio, persino uno sforzo di ignoranza: l’ideale sarebbe dimenticare ciò che di solito chiamiamo “romanzo” o “poesia”, perché qui abbiamo a che fare, come ebbe a dichiarare l’autore all’uscita dell’edizione tedesca, con una forma di scrittura «antichissima» che «corrisponde al ritmo del parlato» e «deve facilitare il lettore». Di certo affermazioni così vaghe non facilitano il critico, se ciò che gli compete è la mediazione ponderata di un’esito poetico. Sta di fatto che dopo un po’ l’esperimento pare funzionare: la storia di Liam e Pad narrata da quest’ultimo, unico sopravvissuto all’ascensione sul Phur-Ri, si dipana a un ritmo rallentato che ha qualcosa di lirico, ma non <em>è </em>lirico. Nella scansione ciclica di strofe e capitoli, la rammemorazione dell’impresa si alterna a continui flash-back sul passato comune dei due fratelli, prima narrando come Pad, ex-marinaio, raggiunse Liam, ex-informatico, a Horse Island, «rifugio perpetuo: / un luogo sicuro avvolto dai flutti, / sottratto al tempo, / lontano e indistruttibile al pari di un’utopia»; poi risalendo all’infanzia e alle prime escursioni montane col padre, cattolico e fervente patriota, presto piantato dalla moglie protestante. Il passato riemerge per lo più a rigurgiti e sempre per analogia, come quando il volto incappucciato del fratello sulla vetta del Cha-Ri, la montagna degli uccelli, richiama alla memoria del narratore la tragicomica sfilata del padre (al cui passamontagna è ancora appesa l’etichetta) assieme ad altri finti combattenti dell’Ira, in realtà sodali d’osteria, durante la parata di San Patrick. Parallelamente, la vicenda principale ripercorre i preparativi dell’impresa, con Liam che naviga in internet alla ricerca di indizi ed elabora ogni possibile ricostruzione e animazione grafica della vetta, e poi con l’arrivo in Cina, la necessità di spacciarsi dapprima per «testimoni» in visita ufficiale, il passaggio strappato a un mercante cinese e infine l’incontro con i khampa, la tribù nomade accompagnata dagli yak con la quale i due si inoltreranno tra le falde himalayane.</p>
<p style="text-align: justify;">Si avverte presto, immergendosi in questa specie di epos romantico, a dire il vero un po’ sovrabbondante, che il suo paradigma compositivo è il continuo travaso reciproco di sfere all’apparenza separate: il mare e le vette, il presente e il passato, il naturale e l’artificiale, il padre e il fratello, la madre e l’amata. E a questo punto ci sono anche abbastanza elementi per capire che questo è soprattutto un libro sulla fratellanza, sulle simbiosi e le tensioni che comporta: non solo tra i due protagonisti (che l’autore a un certo punto paragona nientemeno che a Caino e Abele), ma anche rispetto al loro luogo d’origine, l’Irlanda, e alla loro meta, il Tibet, entrambi segnati dall’occupazione e dal conflitto, luoghi insomma dove la storia ha incrinato la fraternità naturale tra gli uomini in nome della conquista e della prevaricazione. Ma è anche un libro che sfida i gusti consolidati, un <em>unicum</em> testuale che si concentra senza remore sui sentimenti e le percezioni ancestrali, basiche dell’umano, e lo fa camminando sul filo del kitsch – con grande equilibrio ed efficacia nei passaggi descrittivi e in quelli più avventurosi, ma invero cadendoci in pieno altrove, come nel racconto dell’amore nascente tra Pad e Nyema, dove la reinvenzione idillica della scrittura da parte degli amanti sfora impudicamente nel cliché.</p>
<h6 style="text-align: justify;">(Uscito su «alias» del 4 ottobre 2008.)</h6>
<p style="text-align: center;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’agosto 2006, annunciando l’uscita del primo volume della sua autobiografia, Günter Grass, voce critica per antonomasia della coscienza tedesca postbellica, ne anticipò i contenuti dichiarando tra l’altro di aver militato durante la guerra, per poche settimane, nelle Waffen-SS, corpo elitario dell’esercito nazista. La ridda di reazioni che quella confessione suscitò, invero più per il suo carattere tardivo che per il fatto in sé, provocò una bufera scandalistica il cui peggior effetto, sul piano letterario, fu quello di favorire una lettura parziale e deformata del libro in questione (ci fu chi lo ridusse a «correzione» della «menzogna di una vita»). In quello stesso mese estivo poi, mentre l’uscita del libro in Germania veniva anticipata di due settimane, Grass, quasi ottantenne, reagì – o meglio, trovò rifugio dagli attacchi e dalle polemiche in un raccoglimento il cui frutto, un volumetto di poesie e disegni, fu pubblicato l’anno successivo, poco prima che uscisse anche in Italia il libro dello scandalo, <em>Sbucciando la cipolla</em> (Einaudi), nella traduzione dell’ormai fidato Claudio Groff. Ebbene, oggi quel volumetto è disponibile anche in italiano, seppur privo di quasi tutte le illustrazioni, edito dall’editore Raffaelli di Rimini con lo stesso titolo tedesco, <strong><em>Dummer August</em> </strong>(“stupido agosto” ma anche “Augusto”, figura tradizionale di clown circense), grazie a un interessante esperimento di traduzione collettiva, opera dello stesso Groff assieme a cinque giovani traduttrici (Caterina Barboni, Irene Montanelli, Elena Bollati, Velia Februari e Claudia Crivellaro). Pur giovandosi di tale pluralità, la raccolta è presentata da Groff nella prefazione come «<em>una</em> delle versioni possibili», giusta la consapevolezza delle infinite risonanze della parola poetica, tanto più in un caso come quello di Grass, con «cinquant’anni di “mestiere”» alle spalle. Sono componimenti per lo più brevi, nei quali la coscienza e la «vergogna» della «macchia» ora si espongono sarcastiche alle accuse degli «eroi di oggi», ai principi dell’«abiezione», ora si declinano nel risentimento dell’uomo ferito, più spesso trovano requie nella quotidianità minima di una vita ricondotta alla natura, nel silenzio vivo del bosco, nello sguardo animale, in una semplicità malinconica che, oscillando tra metafora dell’oggi, anelito simbolico e rievocazione di un tempo trascorso, diventa pratica di resistenza in un mondo illuminato ovunque dai riflettori, privo ormai di vie di fuga. Ne emerge una pacata nostalgia per il privato, per la lentezza di un vivere quieto, e con essa un sentimento della fine che nei richiami agli amici, vivi o scomparsi, raggiunge le sue note più toccanti. E se un lungo omaggio al Laurence Sterne del <em>Tristram Shandy</em> coinvolge in questo esercizio di stoicismo anche quel nutrimento esistenziale che sa esser la letteratura, il richiamo finale a Goethe è l’occasione per affermare, mutatis mutandis, le pretese modeste di quest’opera minore che Grass chiama «il ricavato della mia miseria»: «quanto al resto rinuncio – pur nella disgrazia – / a versi tramandati».</p>
<h6>(Uscito su «alias» del 16 maggio 2009.)</h6>
<p style="text-align: center;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">In un <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/05/cosa-c%E2%80%99e-di-europeo-nella-letteratura-europea/">intervento apparso di recente sul blog <em>Nazione indiana</em></a>, Dubravka Ugrešić, scrittrice croata di stanza ad Amsterdam, si esprime in modo pressoché definitivo sul vizio molto euro-occidentale di affibbiare etichette in difesa delle «minoranze»: «la ricezione delle opere letterarie ha mostrato che il fardello dell’identità finisce per impantanare l’opera. Perché è stato dimostrato chiaramente che le etichette alterano la sostanza di un’opera e il suo significato. Perché l’etichetta è, in effetti, un’interpretazione testuale semplificatrice, quasi sempre fuorviante. Perché un’etichetta fa sì che si legga in un’opera qualcosa che non c’è. E infine perché l’etichetta discrimina l’opera». Fortunatamente, a dispetto di quest’ossessione <em>politically correct</em>, «una vasta zona grigia di letteratura non territoriale cresce negli interstizi letterari europei (e non solo). Questa zona è abitata da autori “etnicamente inautentici”, <em>emigrés</em>, migranti, scrittori in esilio, scrittori che appartengono simultaneamente a due culture, autori bilingui che scrivono “né da qui né da lì”, in ogni caso oltre i confini delle loro letterature nazionali».</p>
<p style="text-align: justify;">Terezia Mora è una di questi autori: nata nel 1971 a Sopron, nell’estremo ovest ungherese, ma di madrelingua tedesca, si è trasferita a Berlino nel 1990. L’esordio narrativo nel 1999 con i racconti di <em>Seltsame Materie</em> le è valso il premio Ingeborg Bachmann, mentre l’edizione tedesca di <em>Harmonia Caelestis</em> di Péter Esterházy ha imposto all’attenzione il suo talento di traduttrice. Ma a una simile «zona grigia» extra-territoriale appartiene anche il protagonista del suo primo romanzo, uscito in Germania nel 2004 e finalmente disponibile anche in italiano con il titolo, fedele all’originale – e all’omonima poesia della Bachmann cui s’ispira –, <strong>Tutti i giorni </strong>(traduzione di Margherita Carbonaro, Mondadori,). «La guerra non viene più dichiarata, / ma proseguita. L’inaudito / è divenuto quotidiano» recitano i primi versi del componimento bachmanniano, datato 1953, e l’inaudito è l’elemento esistenziale in cui è gettato Abel Nema, emigrato all’inizio degli anni Novanta, poco più che maggiorenne, dalla cittadina di S., in Europa centrale, appena prima dello scoppio di una guerra fratricida che cancellerà il suo paese dalle carte geografiche (ma il riferimento all’ex-Jugoslavia non è più di una vaga allusione). All’inizio del libro lo troviamo, più morto che vivo, appeso a testa in giù a una struttura per arrampicarsi in un parco giochi di B., la città tedesca dove si è stabilito ormai da un po’. Due donne lo soccorrono, è portato in ospedale, dove una certa Mercedes lo rivede per la prima volta dal giorno del divorzio, quattro anni prima. Cos’è accaduto ad Abel in quegli anni, nei precedenti trascorsi a B. e in quelli ancora prima, tra infanzia e giovinezza?</p>
<p style="text-align: justify;">La struttura in questo senso circolare del romanzo s’incarica di illustrarlo attraverso le tappe, avventurose è dir pco, dell’erranza metropolitana di Abel inframmezzate da flashback più remoti – non prima però di aver annunciato il tratto fondamentale del protagonista, ossia l’«estraneità», inscritta già nel nome: «Nema, il muto, imparentato con lo slavo <em>nemec</em>, che oggi sta per tedesco e in passato per ogni lingua non slava, insomma il muto, o per dirla altrimenti: il barbaro». Parola di una certa Kinga. E il silenzio impenetrabile di Abel è una delle ragioni del suo fascino, come spiega un certo Konstantin in quell’apparente caos di voci che dà l’abbrivo alla storia: «penso che la sua vera specialità sia che la gente si interessi di lui, senza che lui faccia niente per ottenerlo». Questo intrico di prime testimonianze, tuttavia, è un caos solo apparente, perché Terezia Mora ha un sapiente controllo del racconto, e l’originale polifonia del suo stile energico, che accoglie la terza persona narrante e le voci dei personaggi (senza virgolette) entro uno stesso paragrafo e persino nella stessa frase, non è che l’<em>analogon</em> formale di una poliglossia che è soprattutto del protagonista: dopo la delusione d’amore che è la vera causa del suo espatrio, Abel scopre il suo vero talento: imparare le lingue. Da questo punto di vista, la sua permanenza a B. è la storia di un successo. Grazie al connazionale Tibor, docente presso un’università cittadina, Abel vive di borse di studio e passa i giorni a studiare lingue straniere in laboratorio, sperimentando tutte le possibilità foniche della propria cavità orale. È una conoscenza astratta, senza alcun legame con pratiche e territori, priva di appartenenza, ma è anche un sapere straordinario: al culmine del percorso, Abel Nema giunge a dominare alla perfezione dieci lingue, tanto da attirarsi a un certo punto le attenzioni sperimentali di linguisti e neurologi. Nel frattempo il lettore, sempre meno frastornato, ha conosciuto le vicende esistenziali di Nema, dalla sparizione improvvisa del padre al rapporto irrisolto con Ilia, l’amico-amato dell’adolescenza, alla prima convivenza a B. con lo squattrinato Konstantin, al periodo trascorso con la vitalissima maniaco-depressiva Kinga e la sua band, prima al chiuso di un improbabile comune abitativa e poi in tournée, tra concerti e sbronze.</p>
<p style="text-align: justify;">La narrazione segue un bizzarro andamento concentrico che rimescola di continuo i piani temporali, si è più volte riportati, dopo giri diversi, a uno o all’altro snodo della trama. Ma un po’ alla volta si assapora l’ordine segreto di questa inusitata costruzione; allora anche l’incontro con il giovane rom Danko e i suoi amici teppisti pare già annunciare il proprio esito fatale, e il matrimonio con Mercedes, a dispetto del tenero legame pedagogico che nasce tra Abel e il figlio di lei, si svela per quello che è: un matrimonio combinato un po’ per caso allo scopo di regolarizzare i documenti del protagonista. E sempre, sempre Abel affronta gli avvenimenti con la vaga indifferenza di chi, per destino storico e personale, non appartiene a nulla e a nessuno. Perfino le notti orgiastiche al club “Mulino dei Matti” sono per lui, cliente fisso, qualcosa di estraneo, cui partecipare restando in disparte, e vestito. Peraltro la fissità del suo aspetto, del suo abbigliamento e le batoste corporali subite da un capitolo all’altro fanno di lui un eroe dalle sette vite, quasi fumettistico, comunque forgiato da una forza immaginativa squisitamente romanzesca e centroeuropea, che ha tra i suoi precedessori più celebri il Franz Biberkopf di Döblin, il professor Kien di Canetti o l’Oskar Matzerath di Grass. Abel Nema è il loro erede del nuovo millennio, il migrante nel quale l’esilio interiore, frutto di lacerazioni affettive, fa tutt’uno con quello esteriore, imposto dalla Storia. Il suo continuo smarrirsi tra le strade di B. non è che la ricaduta urbana del suo sradicamento, e la sua conoscenza del «mondo come vocabolo», come dice Abel nell’allucinato delirio del penultimo capitolo, è la «consolazione» di chi ha lasciato, con la madrepatria perduta per sempre, la propria madrelingua. Noi, tuttavia, ci guardiamo bene dall’accordargli la compassione ghettizzante di chi ancora si illude di avere una <em>Heimat</em>, tanto più alla luce del finale spiazzante, dalla bellezza amara. Ne salutiamo invece l’avvento entro l’arte sovranazionale del romanzo, richiamando alla memoria le parole di Danilo Kiš, l’ultimo grande scrittore jugoslavo, quando si opponeva alla «letteratura che si vuole minoritaria. Non importa di quale minoranza: politica, etnica, sessuale. La letteratura è una e indivisibile».</p>
<h6 style="text-align: justify;">(Uscito su «alias» del 5 dicembre 2009.)</h6>
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		<title>Intervista a Ingo Schulze</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Dec 2009 20:12:25 +0000</pubDate>
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Passata l&#8217;ubriacatura delle celebrazioni per l&#8217;anniversario della caduta del Muro di Berlino, anche Ingo Schulze, scrittore-emblema della Germania riunificata, riprende fiato dopo una lunga serie di incontri e interviste &#8211; o meglio, torna a lasciar parlare i propri testi: il Berlin Verlag, l&#8217;editore che pubblica Schulze fin dal suo esordio nel 1995, ha infatti da [...]]]></description>
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<p style="text-align: justify;">Passata l&#8217;ubriacatura delle celebrazioni per l&#8217;anniversario della caduta del Muro di Berlino, anche Ingo Schulze, scrittore-emblema della Germania riunificata, riprende fiato dopo una lunga serie di incontri e interviste &#8211; o meglio, torna a lasciar parlare i propri testi: il Berlin Verlag, l&#8217;editore che pubblica Schulze fin dal suo esordio nel 1995, ha infatti da poco dato alle stampe <em>Was wollen wir?</em> («Cosa vogliamo?»), un volume che raccoglie interventi pubblici e saggi critici degli ultimi anni, tra i quali il discorso tenuto nel 2007 in occasione del Premio letterario della Turingia, che Schulze rifiutò dopo averne criticato la sponsorizzazione privata. Nel libro, ricco di forza progettuale, appare evidente come l&#8217;impegno intellettuale e civile del romanziere Schulze esprima lo slancio inattuale di chi crede ancora che il mondo vada criticato in vista di un miglioramento, e che la letteratura abbia, a suo modo, una parte nell&#8217;impresa.<br />
Raggiungiamo Ingo Schulze a Berlino e, approfittando della sua incrollabile gentilezza, lo invitiamo ancora una volta a riflettere sulla cesura del 1989, in modo più diffuso di quanto gli stereotipi mediatici non gli abbiano finora spesso consentito.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Più volte lei ha richiamato l&#8217;attenzione sul fatto che le dimostrazioni popolari, e in particolare la «manifestazione del lunedì» a Lipsia il 9 ottobre, furono più importanti della caduta del Muro in sé. Che fine ha fatto l&#8217;eredità del </em>Neues Forum<em>?</em></p>
<p style="text-align: justify;">La caduta del Muro è la punta dell&#8217;iceberg, sono le immagini che hanno fatto il giro del mondo. E naturalmente fu quella la grande cesura. I veri cambiamenti, tuttavia, avvennero prima. Ma di quelli non ci sono praticamente immagini. La rivoluzione pacifica iniziò quando, di lunedì, a Lipsia non si gridò più: «Vogliamo uscire!», ma «Noi restiamo qui!». Il <em>Neues Forum</em> si presentò pubblicamente per la prima volta l&#8217;11 settembre 1989, il giorno dopo l&#8217;apertura delle frontiere ungheresi verso l&#8217;Austria. Nelle intenzioni dei partecipanti, era anche uno spazio di discussione in grado di suscitare riforme. Il <em>Neues Forum</em> si concepiva come un movimento popolare e una piattaforma per l&#8217;opposizione. Nel giro di sei mesi conobbe ascesa e caduta. Nell&#8217;autunno dell&#8217;89 era divenuto la quintessenza dell&#8217;opposizione, ma alle prime elezioni, il 18 marzo 1990, con un misero 2,9 per cento era già diventato una sorta di frangia. In seguito il <em>Neues Forum</em> si unì con i Verdi nel <em>Bündnis 90</em>. Definirne l&#8217;eredità è difficile, perché i protagonisti di allora hanno preso strade diverse. Oggi non li si ritrova soltanto in tutti i partiti; molti di loro si sono ritirati dalla politica. Ma quello che conta per me oggi è l&#8217;esempio che fu dato allora. Spesso si trattava di una manciata di giovani coraggiosi che si riunivano in vari gruppi, e che nei loro incontri crearono strutture capaci, tutt&#8217;a un tratto, di guidare e articolare la protesta di centinaia, migliaia, centinaia di migliaia di persone. Quegli incontri a cadenza regolare furono il presupposto per la nascita delle manifestazioni del lunedì. Il <em>Neues Forum</em> ha il merito di aver espresso alcune istanze fondamentali, come la libertà di opinione e di stampa, la libertà di espatrio, il diritto di fondare partiti indipendenti, libere elezioni. Come tale è un modello cui rifarsi ancor oggi, anche se oggi ovviamente le istanze sarebbero altre.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Lei si è trasferito a Berlino all&#8217;inizio degli anni Novanta, quindi ha vissuto in prima persona la trasformazione della nuova capitale. Cosa è diventata, dal suo punto di vista, la «città del Muro»?</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il bello di Berlino è che qui nessuno ti considera come l&#8217;ultimo arrivato, quello che si è «aggiunto». Moltissimi «berlinesi», o per lo meno la maggior parte delle persone che conosco, si sono trasferiti qui da altre città. E ormai non si distingue quasi più tra Berlino Est e Ovest, si tratta più che altro di quartieri, che sono molto diversi fra loro e cambiano in fretta, anche se &#8211; a parte Mitte, Prenzlauer Berg e Friedrichshain &#8211; sono ben poche le aree nelle quali si mescolano davvero l&#8217;Est e l&#8217;Ovest. Già da due legislature Berlino ha una coalizione «rosso-rossa» (composta da Spd e Linke, ndr), e sebbene nei suoi confronti io abbia parecchio da ridire, non posso non riconoscere che temi e situazioni su cui nel resto della Germania si scatenano ancora aspri dibattiti, qui appartengono già alla normalità.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>All&#8217;inizio degli anni Novanta ha soggiornato a San Pietroburgo. Come ha vissuto in Russia l&#8217;irruzione della nuova epoca?</em></p>
<p style="text-align: justify;">A San Pietroburgo si poteva studiare sul campo, per così dire, il modo in cui una società esplode. La povertà dilagava, soprattutto tra i pensionati. La milizia reclutava collaboratori in cambio di uno stipendio mensile che nel gennaio 1993 ammontava all&#8217;incirca a quaranta marchi, quarantamila lire. Era l&#8217;amaro esempio di quel che accade quando alla libertà non si accompagnano giustizia sociale e stato di diritto. In quell&#8217;epoca in Russia le parole democrazia e libertà divennero insulti, e soltanto così si può spiegare il fenomeno dell&#8217;affermazione di Putin. Ma in San Pietroburgo ho trovato anche una città dove convivevano epoche diverse &#8211; e in quella situazione, come scrittore, mi sono accorto che non avevo bisogno di una mia voce inconfondibile, ma che ogni volta dovevo confrontarmi di nuovo con una materia, un contenuto. Per questo i racconti di <em>33 attimi di felicità</em> (Mondadori 2001), tutti ambientati a San Pietroburgo, sono stilisticamente così diversi fra loro, e vanno dall&#8217;agiografia al dialogo <em>à la</em> Hemingway.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>In un suo articolo apparso in italiano nel 2007 nella rivista «Sud» lei ha scritto: «Il passo decisivo non fu l&#8217;unificazione della Germania il 3 ottobre 1990, ma l&#8217;unione monetaria di tre mesi prima&#8230; Si poteva credere di esser finiti da un mondo di parole a un mondo di cifre».</em></p>
<p style="text-align: justify;">Quella naturalmente era solo l&#8217;impressione di superficie. Io stesso, quando fondai assieme ad altri un giornale, sperimentai in prima persona il fatto che avremmo potuto scrivere solo finché il giornale si fosse venduto. All&#8217;improvviso il metro per redigere i nostri articoli non era più la loro importanza e necessità ai nostri occhi, bensì il fatto che il giornale si vendesse o no. A chi è cresciuto nell&#8217;Ovest sembrerà certo ingenuo, ma per chi fino a quel momento non si era mai interessato ai soldi era qualcosa che lasciava il segno. Mi ci è voluto molto tempo per capire che ovviamente anche il capitalismo si basa su una metafisica, che non è uno stato di natura, bensì poggia su regole e accordi che a loro volta originano da determinati interessi e rapporti di forza.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il ruolo dell&#8217;intellettuale nella Germania dell&#8217;Est era davvero molto più influente di quanto non sia oggi?</em></p>
<p style="text-align: justify;">Dipende da come si agisce oggi. Direi piuttosto: come intellettuali, prima del 1989 era più facile esprimersi rispetto ai contenuti, perché il confronto era prevalentemente di carattere politico. La guerra fredda calamitava ogni parola e la immetteva nel confronto pubblico, che si volesse o no. E nell&#8217;Est, naturalmente, il fenomeno era estremo. Oggi bisogna «immischiarsi» con un discorso economico, perché ormai i politici si concepiscono soltanto come manager, convinti come sono, a torto, che i nostri problemi si risolvano con la «crescita». Questo concetto rimbecillente della «crescita» distoglie la popolazione dal fatto che i guadagni vengono privatizzati, mentre vengono socializzate le perdite. Si tratta dunque di porre le domande giuste, quelle fondamentali. Affidarsi unicamente ai cosiddetti esperti è pericoloso, poiché solo in rari casi hanno la capacità di guardare oltre il proprio naso o di mettere in discussione il proprio punto di vista. E inoltre bisogna anche sempre vedere da chi sono pagati. Fu un&#8217;esperienza che già facemmo nell&#8217;Est e che purtroppo si è ripetuta nell&#8217;Ovest: diffidate degli esperti! Li riconoscerete dal linguaggio. A questo proposito, di recente in Germania è stata approvata la cosiddetta «legge per l&#8217;accelerazione della crescita». La prima volta che ho sentito questa espressione ho creduto che fosse l&#8217;invenzione di un comico che si era preso gioco dell&#8217;irrazionalità della politica. Invece era proprio il reality show della nostra politica. Non si decreta solo la crescita, ma anche la sua accelerazione! Si sono raggiunti livelli incredibili di assurdità: invece di discutere su come distribuire diversamente lavoro e profitto, la politica ci conduce a bandiere spiegate verso la prossima crisi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Da poco è uscito in Germania un suo volume di saggi dove tratta questi temi, e intanto si dedica sempre più alla critica del linguaggio. Ma in passato ha già affrontato simili problemi attraverso la letteratura.</em></p>
<p style="text-align: justify;">O almeno ci ho provato. <em>Vite nuove</em> è anche la storia di un manipolo di entusiasti che fondano un giornale per accompagnare la democratizzazione nell&#8217;Est &#8211; e alla fine hanno in mano un giornale di annunci ad alta tiratura nel quale la cronaca della visita del principe ereditario precede la visita medesima, e il protagonista deve fare tutto il possibile affinché la realtà si conformi al suo articolo. Il suo consigliere, che odora di zolfo, ritiene questo scrupolo del tutto superfluo. Ciò che conta è quel che è scritto nel giornale. È proprio qui, nel mondo dei media, che la fusione di economia e politica è divenuta un pericolo quotidiano. In <em>Adam e Evelyn</em> ho cercato invece di descrivere il passaggio epocale tra il 1989 e il 1990 anche come il transito da un modo all&#8217;altro di intendere il lavoro. Nell&#8217;est, dove praticamente non veniva licenziato nessuno, si era relativamente liberi sul lavoro, ma non nella società. Nell&#8217;Ovest al contrario si è uomini liberi al di fuori del lavoro, ma non dentro l&#8217;azienda. Naturalmente mi interessava anche sviluppare uno sguardo sull&#8217;Ovest dall&#8217;esterno: alla fine Evelyn dice che sarebbe assurdo se adesso nell&#8217;Ovest tutto andasse avanti come prima, è convinta che dopo la fine della guerra fredda ci si occuperà finalmente dei problemi veri.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>In </em>Adam e Evelyn<em> non solo si sviluppano continue variazioni sul mito di Adamo ed Eva, ma vengono affrontate con grande levità anche le grandi questioni politiche. Del resto, le questioni originarie dell&#8217;umanità &#8211; cosa è il peccato, quanto conta la conoscenza &#8211; hanno sempre anche una dimensione politica concreta.</em></p>
<p style="text-align: justify;">In effetti, quello che mi premeva era raccontare ancora una volta il passaggio epocale degli anni 1989 e &#8216;90 nel modo più semplice, più discreto possibile. L&#8217;unico elemento di rottura doveva essere lo slittamento della prospettiva narrativa da <em>Adam a Evelyn</em>. E il mito mi ha offerto grandi spunti: senza di esso, per esempio, Michael, l&#8217;antagonista di Adam, non sarebbe stato un citologo la cui ricerca mira all&#8217;abolizione della morte.</p>
<p style="text-align: justify;">N<em>el libro la fotografia ha un ruolo centrale: la storia di </em>Adam ed Evelyn<em> infatti inizia con la creazione, vista come una scena dentro una camera oscura. Ce ne vuole parlare?</em></p>
<p style="text-align: justify;">La fotografia è stata il punto di partenza del romanzo. Mi sono chiesto in quali situazioni ci facciamo fotografare volentieri, e in quali no, e ho pensato ai profughi, alla differenza che si crea tra quelli che sono riusciti a portare in salvo i propri album fotografici e chi non ha più nessuna foto con sé. Non a caso, la trama del libro va dalla creazione fino al momento in cui <em>Adam e Evelyn</em> ricompongono le foto strappate che hanno trovato nel loro appartamento razziato. Adam dà alle fiamme proprio le foto con cui avrebbe dovuto candidarsi per un posto di lavoro. Non vuole che la propria arte diventi un mero affare, che si commercializzi. E tutto finisce con una polaroid.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">(<em>Intervista apparsa su «il manifesto» di martedì 1 dicembre 2009, p. 11</em>)</p>
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		<title>Nugole</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Oct 2009 07:09:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[*
La mattina presto, svegliati dai versi già vispi di nostro figlio, prenderlo in mezzo a noi e stare lì, a letto, ancora assonnati, a coccolarsi blandamente, senza pronunciare parola, come scimmie.
*
Quelli che propugnano la democrazia diretta – oggi – in Italia! Un ideale di estrema sinistra offerto in pasto alla barbarie populista: come si fa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La mattina presto, svegliati dai versi già vispi di nostro figlio, prenderlo in mezzo a noi e stare lì, a letto, ancora assonnati, a coccolarsi blandamente, senza pronunciare parola, come scimmie.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Quelli che propugnano la democrazia diretta – oggi – in Italia! Un ideale di estrema sinistra offerto in pasto alla barbarie populista: come si fa a voler affidare uno stato, le sue leggi e la sua costituzione, a decine di milioni di persone abbrutite dalla propaganda televisiva, sempre più razziste e analfabete? Sconsiderati!</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Sperava di aver dato alle stampe un libro <em>vario</em>, conforme al principio classico della <em>varietas</em>, ma già i primi giudizi altrui lo costrinsero ad ammettere di aver scritto solo un libro<em> disuguale</em>, conforme al vizio moderno del disvalore.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il bisogno un po’ ansioso di frequentare donne ironiche. Non donne e basta. Né persone ironiche di sesso imprecisato. Ma donne, e ironiche: tipo raro e entusiasmante, la crema dell’umanità.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Sabato mattina luminoso e fresco. Spuntino di metà mattinata con pane, affettato e un sorso di vino bianco, mentre le narici sono accarezzate dal profumo del basilico fresco – reminiscenza: analoghe situazioni passate, vagamente vacanziere; ricalco nel capriccio di gola le orme di mio padre.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">A partire da una certa età, l’emozione ha cominciato a essere un fatto di memoria, comparativo, l’effetto della sovrapposizione di due tempi: è l’appercezione presente che richiama in vita, per affinità, un vissuto remoto. Insomma, a partire da una certa età, l’emozione è soprattutto <em>riconoscimento</em>. E sempre un po’ nostalgica.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Appena la morte, quella vera, si impadronisce del nostro orizzonte – un improvviso scivolone nella vecchiaia, la scoperta di una malattia incurabile ecc. –, anziché cercare di fare tutto quello che ancora si vorrebbe, mettersi a flirtare con la noia, fermarsi, non far niente: chissà che non allunghi la vita rimanente e, più la noia ci possiede, più una simile vita, se il gioco funziona, dovrebbe risultarci intollerabile, sospigendoci così, non senza pietà, tra le braccia della fine.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><!-- .entry-meta --> <!-- .entry-head --></p>
<div style="text-align: justify;">
<div>
<p>Il vizio si nutre di quantità, il piacere – di qualità.</p>
<p>*</p>
<p>Per la seconda volta ho visto Giulia Lazzarini in dvd, una pièce risalente a vari decenni fa, e per la seconda volta ne ho subito impotente il fascino. Più che il personaggio o l’aspetto esteriore, era il modo in cui la recitazione la riempiva ed esprimeva il suo “essere” – parola d’altri tempi. Ma non ne trovo altre, confuso come sono da un principio d’invaghimento.</p>
<p>*</p>
<p>A: Si scrive nell’attesa del giorno in cui le parole non serviranno più, così come si traduce nell’attesa del giorno in cui gli uomini parleranno una sola lingua.<br />
B: Ma se quel giorno verrà, sarà la fine dell’uomo, perché il valore dell’uomo è nella sua imperfezione e nella pluralità che essa genera. Babele è nata perché Dio non accettava che gli uomini parlassero un’unica lingua, dalla violenza di Dio siamo nati noi.<br />
A: Tu confondi la natura con il valore. L’imperfezione è la natura dell’uomo. Da sempre il valore è nel superamento della natura, non nella sua accettazione. L’accettazione della natura umana condanna alla felicità, e la felicità alla lunga annoia. Il superamento della natura non porta forse alla felicità, ma è il riscatto dell’uomo da Dio.</p>
<p>*</p>
<p>La serenità materiale, che non è certo l’abbondanza ma la certezza del pane quotidiano, è la <em>conditio sine qua non</em> della qualità, in qualunque sfera d’azione – e di pensiero. Non nasce niente di bello dalla fame.</p>
<p>*</p>
<p>Sono entrato nell’età in cui i piccoli mali non passano più del tutto, ma “bisogna imparare a conviverci”.</p>
<p>*</p>
<p>Lo scandalo ormai non è più la “rifascistizzazione” del paese in sé, ma il fatto che tutta una massa l’approvi esattamente come tale, senza nessun eufemismo.</p>
<p>*</p>
<p>Ultimamente mio figlio, da quando l’ha vista per la prima volta scaricandosi senza pannolino, teme la propria cacca: subito dopo averla fatta piange, come posseduto da un improvviso disagio. Ha ventuno mesi, bisogna immaginarlo: per venti mesi ha sentito parlare della propria cacca, è stato cambiato e pulito, gli è stato detto “togliamo la cacca” e “la cacca non c’è più”, ma lui questa cacca non l’aveva mai vista – che imperdonabile distrazione parentale! –, tanto che di recente, prima di quell’episodio scatenante, chiamava così anche le arie. Poi tutt’a un tratto vede le proprie feci, si spaventa. La cacca è diventata qualcosa, un corpo concreto che si frappone, scomodo e improprio, tra lui e il pannolino.</p>
<p>*</p>
<p>«Osserva, ascolta, taci. Giudica poco, domanda molto.» (August von Platen-Hallermünde)</p>
<p>*</p>
<p>«Ridi e controllati: sii umano.» (Detto a mio figlio tenendolo in braccio per vestirlo.)</p>
<p>*</p>
<p>Si dà sempre il peggio di sé con chi ci è più intimo e caro, mentre con gli estranei ci si sforza di apparire decantati. Natura sbagliata.</p>
<p>*</p>
<p>Il sesso senza amore c’è eccome, basta confessarselo.</p>
<p>*</p>
<p>Entrambi sfiniti da un lavoro come tanti, alla fine di una giornata come tutte le altre, sul divano Ikea.<br />
- È vita, questa?<br />
- Purtroppo sì.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Comprese d’aver doppiato la boa della vita allorché la colite, da corsa al cesso che era, si volse in intestino pigro.</p>
<p style="text-align: right;">(<em>giugno-settembre 2009</em>)</p>
</div>
</div>
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		<title>Impiegato</title>
		<link>http://harz.it/2009/09/08/impiegato/</link>
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		<pubDate>Tue, 08 Sep 2009 07:05:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[testi]]></category>

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		<description><![CDATA[
«Non è che cerchi Roma e l’impiego, ma la vita che farò dopo».
Paolo Volponi, La strada per Roma
Moritz Bleibtreu e Kafka
Qualche anno fa commisi una gaffe che ancora non so perdonarmi. Mi trovavo a Potsdam, nel bar-mensa degli attori sul retro del teatro Hans Otto. Avevo visto non so più quale opera in cui recitava [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">Note: There is a print link embedded within this post, please visit this post to print it.</p>
<p style="text-align: right;">«Non è che cerchi Roma e l’impiego, ma la vita che farò dopo».<br />
Paolo Volponi, <em>La strada per Roma</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Moritz Bleibtreu e Kafka</em></p>
<p style="text-align: justify;">Qualche anno fa commisi una gaffe che ancora non so perdonarmi. Mi trovavo a Potsdam, nel bar-mensa degli attori sul retro del teatro Hans Otto. Avevo visto non so più quale opera in cui recitava un’amica e, dopo lo spettacolo, mi ero trovato con quest’ultima per un bicchiere. A un certo punto ci raggiunse il suo ragazzo, attore teatrale anche lui, che non conoscevo. Non so cosa mi prese, forse volevo dimostrare di non essere uno sprovveduto, un italiano provinciale; sta di fatto che, appena dovetti avere l’impressione di aver raggiunto una certa confidenza, gli dissi che somigliava molto a Moritz Bleibtreu, un noto attore cinematografico tedesco. Lui sorrise, un po’ condiscendente e un po’ ironico, e replicò: “Mi dicono tutti così; nessuno che mi dica che è Moritz Bleibtreu a somigliare a me!”<br />
Anche se dissimulai, mi sentii una merda. Non tanto perché non avevo avuto l’esprit per dirgli, proprio io, “Conosco uno che ti somiglia ecc.”, ma perché, al contrario, anch’io gli avevo detto quello che già si era sentito dire da tutti. Volevo essere confidenziale, volevo distinguermi, e invece mi ero rivelato banale, ordinario, prevedibile.<br />
Ora, non so se c’entri, ma questo episodio mi è tornato in mente negli ultimi giorni. Se non c’entra, poco male: l’ho raccontato e me ne sono un po’ liberato.<br />
Tre settimane fa mi trovavo a Berlino; alloggiavo nell’appartamento della mia amica attrice, che in quei giorni era via. Una mattina, appena sveglio, ho ricevuto una telefonata dall’INPS di ***: c’è un posto per lei, mi hanno detto, una maternità da sostituire. Così la mia vita ha cominciato a cambiare. Da gennaio sopravvivevo traducendo e facendo poco altro – di pagato, dico (una breve supplenza, un articolo per una rivista tedesca, due letture pubbliche in tedesco) –, mentre il mio conto in banca calava ogni mese di più. Stavo bruciando i pochi risparmi di alcuni anni, non sarebbero durati ancora molto; così, in mancanza d’altro, mi ero iscritto alle graduatorie dell’INPS di ***, a ottanta chilometri da casa. E adesso, molto prima del previsto, mi hanno chiamato. Inizio dopodomani. Capite? A trentacinque anni suonati, dopo quindici di gavetta passati a studiare, ricercare, scrivere, tradurre, insegnare, tirando sempre a campare poco sopra la soglia di povertà relativa, ho dovuto accettare un posto da impiegato. E insomma, appena mi sono reso conto che avevo detto “sì”, ho pensato: adesso voglio proprio vedere quanti si riveleranno così banali e prevedibili da tirarmi fuori il paragone con Kafka. Non ho dovuto aspettare molto.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>A</strong></p>
<address style="text-align: justify;"><strong><em>Negli anni universitari feci una gita di studio a Roma. Ci portarono a visitare il palazzo di un giovane aristocratico. Non ricordo la ragione, la memoria non mi restituisce nessun oggetto di valore artistico. So che a un certo punto, avanzando in quel palazzo ombroso e privo di dettagli, mi ritrovai assieme a un paio di colleghi risucchiato in un piccolo ascensore, che ci portò rapidamente sotto terra. Poco dopo ci risputò in uno stanzino minuscolo, attorno a una bara; voglio dire che ebbi proprio l’impressione di scivolare fuori dalla scatola, direttamente in una poltroncina ai piedi della cassa. I miei due colleghi, un ragazzo e una ragazza che non conoscevo, erano finiti rispettivamente su un lato e all’altra estremità. Se credevo di avere a che fare con un oggetto commemorativo, dovetti subito ricredermi. Il ragazzo e la ragazza sollevarono in fretta, come se l&#8217;avessero fatto altre volte, le due ante convesse che fungevano da coperchio, ed estrassero dalla cassa, rivestita in velluto carminio, due violini. In un attimo li avevano imbracciati e si erano messi a provarli, ad accordarli, come posseduti. E io li osservavo.</em></strong></address>
<p style="text-align: center;"><em>Mia moglie e una base</em></p>
<p style="text-align: justify;">C’è qualcosa di maligno, oltre che presuntuoso, nel predisporsi a giudicare la banalità altrui. Del resto, a volte mi capita persino di giudicare banali certi aspetti di mia moglie. Mia moglie, non so se mi spiego. La donna che ho scelto di amare oltre i tempi fisiologici stabiliti dalla biologia. La persona che ha scelto di fare un figlio con me – e di crescerlo, a dio piacendo… È che mia moglie e io, nonostante moltissime affinità (tra cui la banalità), scontiamo una divergenza insormontabile, che potrei sintetizzare così: lei vuole vivere, io sentirmi vivo. Oppure: lei tiene all’esistenza, io all’esperienza. Sono addirittura diventato padre, in nome dell’esperienza; poi ho scoperto che era molto più vincolante di, che so, un anno all’estero o un concerto di Björk all’Arena di Verona. Riuscirò mai a placare questa irrequietezza?<br />
Meno male che, se è vero ciò che mia moglie mi riconosce, dopotutto sono un tipo responsabile. Già, così responsabile da aver acconsentito a lavorare per qualche mese come impiegato. Detta così sembra niente: metti via due soldi e, finito il periodo, torni a fare le tue cose, rientri nei tuoi binari. Ma quali cose, quali binari? Tornare a fare il traduttore significherebbe tornare a bruciare i risparmi, e io dall’autunno devo pagarmi una casa. Perché poi, tra gli aspetti negoziali di una vita di coppia, c’è questo: metti che uno dei due voglia, come si dice, sistemarsi – il che in Italia, finita l’epoca del posto fisso, significa in sostanza: farsi una casa –, mentre l’altro cambierebbe volentieri tetto città paese ogni tot anni, abitando sempre in affitto. Che fare? Mia moglie e io abbiamo trovato un compromesso: farci una casa, ma spendendo il meno possibile, così da non dover accendere un mutuo che ci avrebbe vincolati troppo all’immobile e al luogo. Risparmio i dettagli, che sono affari privati; basti sapere che questo sembra fattibile e, se tutto va bene, dovrebbe accadere entro i prossimi dodici mesi. È anche per questo, evidentemente, che ho accettato un posto provvisorio da impiegato a ottanta chilometri da casa. Mi sveglierò ogni giorno alle sei e rientrerò mediamente alle cinque, di sera sarò troppo stanco per leggere, giocherò un po’ con mio figlio e andrò letto presto, diventerò più stupido e ordinario, ma almeno fra un anno mia moglie avrà una casa di proprietà nella città dove lavora e io avrò quella che mi ostino a considerare non più di una base, ossia un posto dal quale partire e al quale ritornare.<br />
Sì, ma da dove, per dove? E con quali soldi? Perché il lavoro da impiegato finirà. Durerà giusto il tempo per spezzare la mia vita in due, per farmi perdere il treno sul quale finora avevo viaggiucchiato in terza classe sperando di passare prima o poi in seconda, dove i finestrini sono un po’ più grandi e, più che vedere meglio il paesaggio, speri di essere visto meglio da chi è rimasto a terra. Rimarrò dunque a terra anch’io – ma a fare cosa? All’amico che mi ha suggerito di riprendere in considerazione il mondo della scuola, ho detto: no, insegnare mi piace troppo per accettare di farlo in un sistema così degradato; d’altra parte non mi piace abbastanza da accettare di farlo a tempo pieno, rinunciando al mio maggior diletto, che è leggere (è appurato: agli insegnanti a tempo pieno non resta tempo per leggere), e a quelle sue attività accessorie che sono la traduzione e la scrittura. No, non potrei mai. La letteratura è il mio vizio, se me lo tolgono impazzisco, forse muoio.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>B</strong></p>
<address style="text-align: justify;"><strong><em>Solo alla fine della visita, prima di andarcene, conoscemmo brevemente il padrone di casa. Il giovane aristocratico era alto e prestante, dai molti capelli ben acconciati, il volto tagliente attraversato da una sofferta ignavia. Indossava un abito scuro in cui si mescolavano richiami d’altri tempi, un non so che di clericale e il taglio tipico degli anni ottanta, spalle larghe e pantaloni a sigaretta. La sua fu l’apparizione di un eccentrico, un esibizionista, e solo l’ala protettiva dell’alto prelato che ci accompagnava ci consentì di dominare la soggezione. Non posso ricordarne i particolari, ma la concione che l’aristocratico tenne presentandoci la sola cosa che gli stava a cuore là dentro non dovette esser priva di retorica. Le sue braccia svolazzarono a indicarci un angolo dell’ampia anticamera dedicato interamente, con foto e feticci, a un giovane uomo, un sacerdote del quale era innamorato. Ci fu chiaro che le sue parole, pregne dell’amaro compiacimento di un narciso infelice, erano rivolte soprattutto al nostro accompagnatore, il quale, si poteva supporre, aveva un certo potere sul destino del giovane amato. L’alto prelato, tuttavia, mantenne un contegno ammirevole. Uscì dal palazzo per primo, e noi lo seguimmo.</em></strong></address>
<p style="text-align: center;"><em>Talento e respiro sociale</em></p>
<p style="text-align: justify;">Poi c’è un problema di qualità, la mia e quella del luogo dove vivo. Non sono due problemi diversi, è uno solo. La mia qualità di lettore, traduttore e scrittore è senz’altro modesta, ma nel luogo dove vivo non si nota abbastanza. Mi spiego. Che non sarò mai una cima l’ho capito proprio quest’anno (ne ho parlato anche <a href="http://harz.it/2009/06/22/palle-e-alghe/">qui</a>), anzi, sembra proprio che questo sia stato un anno all’insegna delle batoste, dell’umiltà coatta, dell’abbassamento d’orecchie. L’ultimo della serie è stato a Berlino, tre settimane fa, poche ore dopo la chiamata dell’INPS. Ho riletto una mia traduzione assieme a una conoscente che l’aveva appena rivista, ed è stato umiliante. Voglio dire, era intervenuta a fondo sul testo e in questo modo l’aveva mooolto migliorato. Alla fine, ostentando modestia di fronte alla mia ammirazione, mi ha detto: spero che ti sia stato utile. Hai voglia… Il vero punto, tuttavia, è che questo mi è accaduto a Berlino. Una metropoli permette a chi ha un certo “talento” di confrontarsi con molti suoi simili che ne hanno almeno altrettanto. In provincia è troppo facile farsi un nome. Nella regione dove risiedo – senza sentirmi a casa – vive meno di un milione di abitanti, in gran parte incolti. Quando si è così pochi si fa presto a distinguersi, nonostante le tare del sistema formativo (laurearsi è ormai a portata di qualunque cervello, e ho visto dottorarsi persone d’inaudita povertà intellettuale). Quando pubblicai il mio primo libro di racconti, che è obiettivamente una cagata, tra i pochi che lo lessero ci fu chi mi diede del “miglior scrittore altoatesino”. A nemmeno trent’anni! Incoscienti! Carogne! E da quando scrivo per <em>Alias</em> c’è chi, nell’organico dell’università dove ho studiato, mi ritiene il fortunato detentore di una “tribuna di prestigio”. Agh! Non sopporto questa piccolezza. Questa provincialità! Ogni volta che torno in una grande città mi sento una nullità, e questo sì che mi fa godere. Ovunque mi volga, trovo qualcuno dal quale imparare qualcosa: artisti, mercanti, senzatetto, zitelle, immigrati, farabutti, persino gente qualunque. E sì, ovviamente dentro di me sogno di entrare a far parte di quel mondo, ma almeno in quel caso so già che non è possibile: dovrei vivere lì, affinare la mia socievolezza, inserirmi in certi ambienti e farmi un mazzo enorme per molti anni, e tutto questo in accordo con il benessere di mia moglie e le esigenze di nostro figlio – dopodiché forse riuscirei, finalmente, a vivere sentendomi vivo, in una coincidenza perfetta di esistenza ed esperienza.<br />
Ma tutto questo è un sogno. La verità è che: a) ho appena imboccato un tunnel professionale che per qualche mese ancora mi porterà a sorbirmi squallidi paragoni con Kafka, finché non si comincerà semplicemente a dire: “Peccato, era dotato”; b) sono un individuo banale e maligno, il quale, superata già da un pezzo l’età in cui – come diceva Flaubert – si decide se diventare uomini o artisti, ha scelto di eludere ancora la scelta giocando per un po’ al travet; c) per queste ragioni ho la sensazione che avere un sito internet come questo non abbia più molto senso, ma prima di scomparire del tutto dalla rete preferisco limitarmi ad annunciare che per un bel po’ non mi farò più vivo. Chissà che fra qualche mese non mi venga voglia di pubblicare on line le foto della mia nuova casa.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Postilla sul respiro sociale</em>: ombelicali sarete voi. Non c’è niente che mi ripugni più della miseria ideologica in cui s’è inabissato il paese di cui sono jellato cittadino. Ma proprio perché mi ripugna non riesco ad accordarle un valore, un interesse: una dignità. Si dirà che in tal modo faccio il gioco di chi vuole così. Ma la mia impressione è un’altra: non viviamo contraddizioni reali. Non vi è nulla in grado di opporsi fattivamente alla mala vita imperante: non c’è conflitto. Due o tre giustizieri incazzati non fanno la Storia. E la legge contro l’immigrazione è un <em>monstrum</em> propagandistico generato da una classe politica abissalmente incompetente; non vi è autorità giudiziaria che non stia cercando di aggirarne le inaudite imperfezioni. Non c’è conflitto, solo narcosi collettiva. E questo non è un tema, è solo un irredimibile incubo.</p>
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		<title>La festa della mamma</title>
		<link>http://harz.it/2009/08/04/la-festa-della-mamma/</link>
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		<pubDate>Tue, 04 Aug 2009 08:38:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[mediazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[di Peter Kurzeck

E poi, dissi, in periferia un negozio elegante che c’è sempre stato. Un locale davvero raffinato e appartiene alla signora Vogel con il nome della casa, Balsersch. Da Balsersch dunque, perché qui in ogni paese ci sono tanti Vogel. Articoli scolastici, casalinghi, regali e una biblioteca circolante con servizio consulenza. E adesso dovrebbe [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>di Peter Kurzeck</h2>
<p style="text-align: right;">Note: There is a print link embedded within this post, please visit this post to print it.</p>
<p style="text-align: justify;">E poi, dissi, in periferia un negozio elegante che c’è sempre stato. Un locale davvero raffinato e appartiene alla signora Vogel con il nome della casa, Balsersch. Da Balsersch dunque, perché qui in ogni paese ci sono tanti Vogel. Articoli scolastici, casalinghi, regali e una biblioteca circolante con servizio consulenza. E adesso dovrebbe finalmente venirmi in mente il suo nome di battesimo, perché la gente in paese naturalmente usa il nome di battesimo – la Lina, la Lisa? Fini lenzuola, tovaglie di damasco in pacchetti regalo col cellofan. Posate d’argento in custodie foderate in velluto e pelle di coccordillo rossa e blu, all’interno brillantino. Fazzoletti di batista che nessuno compra mai per sé, ma sempre da regalare. Vanno a finire subito nell’armadio e non vengono mai toccati. Candelabri in acciaio inossidabile, ferro battuto, avorio, argento e oro. Tanti candelabri, quasi come se non ci fosse ancora la luce elettrica. Ma ha anche piccole lampade da comodino e lampadine. Serie di pentole di tutte le dimensioni, pentole con le quali non si brucia mai niente. Forchette da torta, palette da torta, vassoi da torta. Profumo? Ha anche profumo? Fragranze di violetta e di mughetto. Cornici con dentro immagini per un marco e novantacinque. Col pensiero ti scegli ogni volta un’immagine così. Una volta un veliero con quattro alberi a vele spiegate in alto mare e spuma sulle onde. E una volta la brughiera di Luneburgo con ginepro e betulle. Lilla fino all’orizzonte la brughiera e, combinate, rosee nuvolette serotine dai bordi dorati. Forse un gregge di pecore che passa proprio adesso. Non hai più sentito le loro campanelle? E da lontano il rintocco della sera. E per la prossima volta ti restano ancora Ruhpolding nel sole del mattino, il Königsee e Garmisch-Partenkirchen, dove la società corale di Staufenberg farà forse la sua prossima gita annuale, se almeno trentasei partecipanti si iscriveranno in tempo presso la sede dell’associazione e pagheranno sei marchi. Vasi da fiori naturalmente. Rame, ottone, alabastro, porcellana e cristallo. Già solo il fatto che qui in negozio senti per la prima volta la parola alabastro e puoi portarla con te. Non perderla! Fine argenteria. Si sta lì e a volte si trattiene il respiro. Senza volerlo. Dovreste provarci voi stessi, dicevo, non si può enumerare tutto! Tu ci vai solamente in fretta a comperare due quaderni di scuola, per aritmetica e per storia e geografia locale, e ogni volta impari a memoria un pezzetto in più dell’intero negozio. Righelli, temperamatite, pastelli, acquarelli. Con i regali la consulenza è la cosa più importante. Basta dire alla signora Vogel (la Erni, la Erna?) per chi e per quale occasione. L’occasione no, quella la conosce già. Ogni anniversario di matrimonio, ogni fidanzamento e ogni compleanno in paese. Quanto può arrivare a costare il regalo? Quanto si vuole spendere? Un tot, insomma all’incirca, bisogna rispondere piuttosto in modo un po’ contorto. Di più è meglio di no, di più in effetti sarebbe meglio se nell’insieme non costasse. Se costa un po’ di meno e fa comunque bella figura, allora va anche bene. La signora Vogel (Emmi? Elli? Marianne?) non sa soltanto che cosa piacerebbe al festeggiato, ma anche che cosa regalano gli altri. In modo che non si ricevano doppioni. Ma non si deve neanche fare una figura troppo magra se paragonata agli altri. In caso d’emergenza si può sempre prendere una tazza da collezione. Bella e pratica. La signora Vogel conosce i modelli di porcellana di ogni casa. Rose, bulbi, fiorellini blu e bordo dorato. A una tazza da collezione sono abbinati il sottocoppa e anche un piattino da dolce per un piacevole pomeriggio domenicale. Qui non si può sbagliare. Subito come regalo il regalo?  Perché lei lo sa fare così bene e non c’è nessun sovrapprezzo, perciò ognuno si fa dare subito il regalo come regalo. Con fiocchetti di seta. Meraviglioso. Poi però a casa bisogna aprirlo ancora. Ancora un paio di volte, in modo che anche il marito (che guadagna i quattrini) lo possa vedere, e la vicina, che la sa sempre più lunga. Naturalmente non solo tazze da colazione. Una salsiera con un piccolo ramaiolo in acciaio inossidabile, tovaglioli con anello, bicchieri da spumante, schiaccianoci, composizioni di fiori secchi con fragranza e senza fragranza. Con una consulenza così buona, qui non si può sbagliare. Se però bisogna ugualmente cambiare la merce – in qualsiasi momento! A volte per esempio arriva qualcuno da un’altra contrada per congratularsi, diciamo da Ebsdorfergrund o addirittura dallo Schwalm, un parente lontano – e arriva con lo stesso regalo. Questo naturalmente la signora Vogel (la Else? La Martha?) non può saperlo prima. Adesso paghi il quaderno di aritmetica e il quaderno di storia e geografia locale. Bene che ci siano ancora i soldi: quaranta pfennig. E vai. Vai con i due quaderni di scuola nuovi. Tutte le pagine vuote. Già il crepuscolo. Vai a casa con la testa piena in una pioggerella obliqua d’alta Assia, rasentando le case, i recinti e i portoni dei cortili come un’ombra, e mentre vai (adesso corri nell’imbrunire!) immagini di essere in groppa a un cavallo. Un focoso morello. Già sera. E i compiti per casa neppure incominciati. I bicchieri da spumante si chiamano calici da champagne. Ogni volta in quel negozio fare tuo anche un altro po’ di savoir-vivre, per dopo. Per un futuro luminoso, nel quale frequenterai re, conti e genii. Immortale. Un poeta. Veloce a casa e verso quel futuro luminoso. Presto tutto il negozio verrà di nuovo ridisposto e decorato a festa per Natale.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Non dimenticare la festa della mamma! La festa della mamma e il regalo! Comincia già subito dopo Pasqua. Anche negli altri negozi, in tutti i negozi cioccolato per la festa della mamma e praline per la festa della mamma. Di solito uno piccolo scaffale extra. Ma dalla signora Vogel l’intero negozio è pieno di festa della mamma. Profumo, fazzoletti, un vaso da fiori. E dovrebbe essere una sorpresa. Anche i vassoi da dolce e da torta sono molto gettonati. Panni per lucidare, piumini per spolverare, sottopentola. Magari fare da sé qualcosa a mano? Un regalo comperato e in più qualcosa di fatto a mano! Pesante quanto una pepita d’oro – il salvadanaio pieno e adesso dev’essere svuotato. E poi hai tutto un pugno pieno di soldi. E questo pugno pieno, per sicurezza, nella tasca dei pantaloni. Ma non perdere niente! Nella settimana che precede la festa della mamma, i bambini si aggirano ogni giorno per ore col loro denaro e un sacco di idee nei pressi del negozio. La prima vera vetrina e per molto tempo l’unica qui da noi in paese. Davanti alla vetrina, i bambini, e persino in negozio. Si accalcano. Proprio come nelle loro teste le idee e i numeri. Come si fa una sorpresa, come funziona? Forse persino già a scuola un tema sulla festa della mamma, senso e scopo. Per iscritto nel quaderno dei temi. Oppure il maestro questa volta ci ha solamente tenuto un discorso di raccomandazione. Una volta all’anno e non dimenticare di esser riconoscenti! In realtà non dovrebbe chiamarsi festa delle mamme? Le praline vanno sempre bene, ma per la festa della mamma ci va insieme anche qualcosa che rimanga. Il salvadanaio pieno zeppo e quando poi si somma tutto, soltanto un marco e quattordici (ricontato quattro volte!). Ma nel 1951 non è neanche poco, dissi nel 1982, in autunno. Un vaso da fiori, un vasetto. Di alabastro, in modo che puoi conservare la parola e la parola conserva il suo senso. Ma il più piccolo, il più piccolo di tutti, due e settanta. Per meno ancora nel negozio di articoli regalo della signora Vogel ci sono solamente sottopentola di rafia e salvagocce. Salvagocce per bricchi da tè e da caffè. Di espanso, con una fascetta di gomma e per la bellezza una farfalla. Variopinta. Di plastica. Farfalle non infranfgibili purtroppo, così ogni paio d’anni questi salvagocce possono essere di nuovo un bel regalo, pratico e a buon prezzo. Grazie alla fascetta di gomma del salvagocce, anche il coperchio del bricco non cadrà più così facilmente. Pratici e belli, dunque, questi salvagocce per bricchi da tè e da caffè per la festa della mamma, ma costano pur sempre settantacinque pfennig. È il caso di andare a Lollar e vedere quanto costano lì? E quali vasetti da fiori hanno a Lollar? A Gießen nel grande magazzino Karl Kerber tutto è sempre al miglior prezzo. E lì poi negli spazi tra le rovine belliche ci sono ancora piccoli chioschi e bancarelle con novità e offerte speciali. Ma a quell’epoca è quasi impossibile arrivare a Gießen se si è bambini. Da soli poi non se ne parla. Ancora qualche giorno di risparmi ferrei, non c’è più molto tempo. A volte si trova del denaro, ma più che altro quando non se ne ha bisogno. I soldi basterebbero anche per qualche quaderno di scuola con la copertina. Persino per un blocco da disegno grande. Ma questi non sono regali per la festa della mamma. Quindi questa volta ti rimane solamente il salvagocce. E il biglietto d’auguri, che dipingi tu stesso (questo lei non deve vederlo!). E un quadretto dipinto da te. Forse ancora qualcosa fatto a mano, dissi, ci si dice. Forse la signora Vogel in quel suo negozio si chiama Luise.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Poi i fiori. Per la festa della mamma devono essere mughetti. Conosci un buon posto per i mughetti nel bosco. A prenderli domenica al mattino molto presto. O già il sabato sera. E poi subito nell’acqua, i mughetti, e nasconderli nel lavatoio. Lì è semibuio e fresco persino in estate. Un lavatoio di una comunità familiare di profughi nel quale il sabato sera viene scaldata anche l’acqua per il bagno di tutta la casa. Sei famiglie di profughi con molti figli profughi e un avvicendamento adatto al caso. E adesso non hanno ancora finito, si stanno ancora facendo il bagno. Quindi prima nella rimessa di legno, i mughetti. E con tua madre devi cautelarti dicendole: non andare adesso nella rimessa! E poi non andare neanche nel lavatoio! In cantina sì, ma non nel lavatoio. Un segreto, ciò che non è tradito! Il prossimo anno vaso da fiori, collana, spilla, profumo, paletta da torta, salsiera e sei calici da champagne, praline e mughetti. Una fortuna che qui da noi nel bosco i mughetti si possano trovare sempre esattamente per il giorno della mamma. E, dissi, quello poi è anche il periodo in cui in paese fioriscono i giardini davanti alle case. Il periodo dei lillà. Tutte le finestre aperte. L’intero paese si immerge allora nei lillà e nel loro profumo. In quell’epoca dico, dissi nel 1982 in autunno a Eschersheim. I giardini davanti alle case che adesso non ci sono più. La prima vetrina in paese. E per molti anni rimane anche l’unica. Molto probabilmente Luise. Della biblioteca circolante col servizio consulenza dovrò raccontarvi un’altra volta, dissi. E sono ancora alle prese con i mughetti nel lavatoio. Otto anni. Arrivato stanco dal bosco con i mughetti. Udito il primo cuculo dell’anno. Nel lavatoio c’è silenzio. Chiara una sera di maggio intorno alla casa. Voci di bambini. Gli uccelli della sera. Presto poi gli usignoli nel giardino di Simon. Nel lavatoio ora di sera una luce verde crepuscolare come in uno stagno profondo. Il rubinetto perde. E io sto lì e devo continuare a cercar di persuadere i mughetti. Che adesso bevano, bevano fino a riempirsi! Poi dormire e al mattino presto svegliarsi allegri! Trentuno mughetti! Ma non vogliono! Vogliono ritornare nel bosco!</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Peter Kurzeck è nato il 10 giugno 1943 a Tachov, in Boemia. Nel 1946 la famiglia fu costretta a emigrare dalla Cecoslovacchia. Kurzeck si trasferì con la madre e la sorella a Staufenberg, in Assia, dove trascorse la giovinezza. Dopo aver vissuto in vari luoghi dal 1971, dal 1977 vive tra Francoforte sul Meno e Uzès, nel sud della Francia. Il testo qui presentato (</em>© <em>Stroemfeld Verlag 2008) è un estratto dal romanzo inedito </em>Vorabend<em>, quinto capitolo della grande opera autobiografico-poetica di Kurzeck, ed è uscito con testo a fronte sul numero 40 (2009) della rivista «Testo a fronte».</em></p>
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		<title>Interprete per caso a Gavoi</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Jul 2009 14:11:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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(Premessa: gli amici del festival, sulla loro pagina Facebook, hanno gentilmente linkato questo testo, titolandolo però &#8220;Impressioni di Stefano Zangrando&#8221;&#8230; Vi prego! Vi pare che l&#8217;autore in persona possa aver avuto solamente le &#8220;impressioni&#8221; contenute nel testo che segue? E la meraviglia per l&#8217;ospitalità, l&#8217;entusiasmo per l&#8217;organizzazione, la riconoscenza verso gli organizzatori, non vi siete [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">Note: There is a print link embedded within this post, please visit this post to print it.</p>
<p style="text-align: justify;">(<em>Premessa: gli amici del festival, sulla loro pagina <a href="http://www.facebook.com/pages/Festival-Isola-delle-Storie-di-Gavoi/28742414996?v=wall&amp;viewas=0">Facebook</a>, hanno gentilmente linkato questo testo, titolandolo però &#8220;Impressioni di Stefano Zangrando&#8221;&#8230; Vi prego! Vi pare che l&#8217;autore in persona possa aver avuto solamente le &#8220;impressioni&#8221; contenute nel testo che segue? E la meraviglia per l&#8217;ospitalità, l&#8217;entusiasmo per l&#8217;organizzazione, la riconoscenza verso gli organizzatori, non vi siete chiesti perché non sono neppure nominati? Questo NON è un resoconto veritiero, o non solo! È invece già un po&#8217; racconto, finzione, contraffazione – come indicano anche le facili parodie dei cognomi, l&#8217;espressione </em>en passant<em> dell&#8217;imbarazzo</em><em> verso le &#8220;storie vere&#8221;, apologia-lampo della menzogna –, un testo senza pretese, certo, ma pur sempre innamorato dello scherzo e della letteratura, e dunque andrebbe intitolato piuttosto, giusto il suo tenore, &#8220;Impressioni di Stefano Zangrandoni&#8221;.</em>)</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<h3 style="text-align: center;"><strong>Cronaca soggettiva di un festival letterario</strong></h3>
<p style="text-align: center;">1</p>
<p style="text-align: justify;">In questa camera d’albergo si sente spesso un rumore di trascinamento, come se qualcuno, in un’altra stanza, a orari regolari cambiasse la disposizione dei mobili. O forse è in una sala da pranzo due piani più sotto, non so, a me pare che venga da sopra. Magari è la Belloni che sposta letti e armadi, magari le giova all’ispirazione, chissà.<br />
Simona Belloni è la prima scrittrice che ho incontrato qui a Gavoi, venerdì. Ero atterrato a Olbia la mattina, intorno alle dieci e mezza, ed era venuto a prelevarmi un autista, Gigi, trent’anni, bruno e fumatore. Durante il viaggio nell’entroterra, una conversazione via via più amichevole mi aveva in parte distratto dalla sua guida sportiva. A un certo punto mi aveva anche chiesto “come sono messo politicamente” e, prima di fermarci in un bar sulla strada, mi aveva detto che a lui piace Storace. Di tanto in tanto accompagna un amico a Roma, il segretario regionale de La destra; Roma è uno dei due o tre posti che ha visitato “in continente”, all’estero non ci è mai stato. Mi aveva offerto il caffè e, nella tratta rimanente, mi aveva spiegato i problemi del partito in Italia e in Sardegna, e poi il disagio di essere di destra a Gavoi, un paese con una maggioranza di centro-sinistra. Mi aveva lasciato davanti alla Proloco – dove l’organizzatrice Cristina, dopo un breve benvenuto, mi aveva allungato una busta con i pass – e lo avevo salutato con una bella stretta di mano, “energica” si dice. Lì davanti mi aspettava un’altra macchina, il servizio navetta per l’hotel; oltre all’autista, a bordo erano già in tre. Dall’interno, mentre stavo salendo, una voce femminile ha detto: “Meno male che è magro”. Mi sono stretto alla sua sinistra e mi sono presentato. “Simona,” ha detto. Alla sua destra sedeva un ragazzo e davanti, accanto all’autista, un’altra ragazza. Simona si era appena esibita da un poggiolo in paese, e la ragazza davanti, come ho scoperto dopo, aveva fatto da moderatrice. Il ragazzo, anche se ogni volta che lo incrocio mi sorride e ci salutiamo, non ho ancora capito chi sia.<br />
A un certo punto Simona ha detto che appena rientrata in hotel sarebbe andata in piscina a fare il bagno. Allora mi è venuto in mente che non avevo portato il costume.<br />
All’arrivo all’hotel, un edificio a più livelli incastonato nel paesaggio naturale della Barbagia, poco distante da un lago di forma indefinibile, ho trovato, seduti a un tavolino all’esterno, Ingo Spritze e Susanne Deutsch, la direttrice del Goethe Institut di Roma. Baci e abbracci, poi ho portato le cose in stanza, dove mi trovo ora. Quando sono ridisceso era già quasi ora di pranzo; Ingo mi ha regalato un bel catalogo di Georg Baselitz dov’è contenuto, in tedesco e inglese, un suo racconto che ho da poco tradotto anche in italiano. Dal canto mio, ho regalato a Ingo un dolce tipico trentino. Carmen, la direttrice del Goethe di Napoli che la sera avrebbe dovuto moderare il nostro incontro, tardava ad arrivare, così a un certo punto siamo andati a mangiare noi tre, nel ristorante dell’hotel. Carmen è arrivata alla frutta con molti sorrisi e un solare accento napoletano anche quando parlava in tedesco. Ancor prima del caffè avevamo definito, “grosso modo” si dice, la struttura dell’incontro serale.<br />
Dopo pranzo mi sono ritirato in camera, avrei voluto riposare un po’ – ero sveglio dalle sei e la sera prima avevamo avuto ospiti –, ma appena mi sono coricato è cominciato quel rumore di mobili trascinati. I tappi auricolari sono serviti poco, non sono riuscito a dormire. Così ho finito di leggere <em>L’eterno filisteo</em> di Horváth, Bompiani 1974, comprato su E-Bay due mesi fa.<br />
Hm… Mi accorgo che questo resoconto è partito con un ritmo più lento di quanto avrei voluto. Vedo di accelerare un po’.<br />
La sera alle sette eravamo in paese – tralascio la descrizione del luogo, di cui si occuperà certo, con più abilità, l’uno o l’altro scrittore tra quelli invitati. Ingo e Carmen erano in giro, Susanne e io siamo andati a sentire l’incontro con un giovane fuorilegge siberiano, oggi pulito – ma ancora tatuato su tutto il corpo – e migrato in Sardegna, dove vive con donna e figlio. Ha moderato Carla Criticoni, che non vedevo da anni; l’incontro faceva parte di una serie intitolata “Povera patria”, sicché la Criticoni ci andava a nozze. Il siberiano però non ha troppo badato al suo catastrofismo progressista, atteggiandosi da rocker e preoccupandosi di apparire il più informale possibile, simpatico: figo. Niente letteratura. Alla fine ci siamo trovati con Ingo e Carmen e tutti insieme siamo andati al ristorante che ospitava il buffet serale.<br />
Dopo cena abbiamo fatto sosta al bar per un caffè, ma ci siamo fermati troppo a lungo perché a un certo punto è accorso il direttore del festival, Marcello Strabiconi, giacchetta nera su una polo scura stinta e braccia sventolanti: toccava a noi, dovevamo sbrigarci.<br />
Il posto era lo stesso della lettura di prima, un punto panoramico coperto da tendoni bianchi, e c’erano tutti questi volontari con la maglietta rossa pronti ad aiutarti in qualunque cosa. La gente era tantissima, nel corso dell’incontro si è arrivati forse al migliaio di persone. Carmen ha moderato, io ho fatto da interprete e lettore in italiano. Carmen parlava con vivacità napoletana, io sussurravo le domande nell’orecchio di Ingo e poi traducevo le sue risposte senza prendere appunti, coglione che sono, una fatica&#8230; Tra una serie di domande e l’altra abbiamo letto «Niente letteratura o epifania di domenica sera». Grandi applausi finali. Susanne era in visibilio. Ingo ha firmato molti libri. Alla fine mi si è presentato un ragazzo, Sergio Microfóni, poeta da slam appartenente al collettivo Sparajuri. Vive a Berlino e declama anche in tedesco. Mi ha ricordato un errore penoso durante la traduzione e da allora non ho pace: quest’estate l’incontro andrà in onda su Fahrenheit, la figuraccia è dietro l’angolo.<br />
Dopo la mezzanotte, Ingo, Susanne, Carmen e io siamo rientrati in hotel e abbiamo preso un drink, seduti in disparte a tutto un gruppo di ospiti italiani. Ho bevuto un rum-cola, il primo dopo molti anni. E di notte ho dormito male. Nonostante i tappi, udivo il verso di un uccello che non avevo mai sentito. Ma non era questo. Era tutto il resto.</p>
<p style="text-align: center;">2</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo giorno. Ingo se n’è andato prestissimo, non l’ho neanche visto. Dopo la colazione all’aperto, mi son fatto accompagnare in paese da uno dei tanti giovani autisti che effettuano (brutto verbo) il servizio navetta. Non ero da solo, con me c’erano tre ospiti che dovevano esibirsi nello spazio per bambini; sono scesi prima di me. L’autista mi ha portato proprio davanti a un negozio di abbigliamento sportivo dove avrei potuto cercare un costume da bagno. L’ho trovato: ventisei euro per un costume di marca in saldo. Poi ho risalito il paese per vedere l’incontro con Elisabetta Artisti, che parlava dal poggiolo con la stessa ragazza che il giorno prima aveva moderato Simona Belloni. I posti a sedere erano tutti occupati e faceva caldo, così ho fatto in tempo solamente a udire (dalla mia posizione non vedevo la parte più interna del balcone) l’Artisti che si opponeva a ragion veduta alla categoria della “letteratura femminile” e alle categorie in genere, difendendo l’individualità dello scrittore e il carattere particolare, unico e originale della sua opera. Poi me ne sono andato, in giù.<br />
In edicola tutte le copie del «manifesto» erano abbinate ad «Alias» della settimana prima, forse a causa dei tempi postali, così ho comperato «La stampa». Sono salito di nuovo e mi sono portato al punto panoramico per l’incontro sulla “laicità”. Faceva ancora più caldo, e l’acqua nebulizzata che calava dai tubicini tra le tende bianche non faceva che aumentare la mia sensazione di debolezza. Dovevo avere la pressione molto bassa. Il giornale, poi, non diceva niente. Infine, l’incontro è riuscito poco. Massimo Cirroni è un moderatore eccezionale, ma Giovanni Politiconi ha fatto un po’ troppo il politico, il giornalista di turno aveva dato picche e il pensatore gay Gianni Filosofoni, con rispetto parlando, non ha più un c***o da dire. Neanche a Susanne e Carmen l’incontro è piaciuto granché. E neppure a Sergio Microfóni, credo, che era seduto dietro di me.<br />
Siamo rientrati in hotel per il pranzo, che stavolta si svolgeva in un salone sotterraneo, perché di sopra c’era un matrimonio. Abbiamo preso posto allo stesso tavolo dove sedeva Piero Televisioni e, quando Susanne l’ha presentato a me e Carmen, ho detto una scemenza: “Noi naturalmente la conosciamo, mentre Lei non può conoscerci.” Però era vero.<br />
Dopo pranzo, prima di rientrare in camera a riposare, ho navigato un po’ in internet – nella hall è attivo un servizio wi-fi – scoprendo tra l’altro che mio cugino non è tra i finalisti del premio Chiara, che erano stati resi pubblici il giorno prima. Poco dopo mi è arrivato un sms dalla segreteria telefonica: ci ho trovato un messaggio di Ingo che stava mangiando il dolce trentino con la moglie e le bambine. In camera, poi, non sono riuscito a prendere sonno. Quel trascinamento di mobili… Tuttavia sono rimasto lì un bel po’, coricato e senza leggere, i battenti accostati.<br />
Dopo le cinque ero in paese, un po’ in giro. Passando davanti all’unico bar che conoscevo (quello dov’era accorso a chiamarci Strabiconi), ho visto un gruppo di giovani scrittori e editor, Simona Belloni e altri, seduti allo stesso tavolo. Io invece avevo appena scoperto che mio cugino non era finalista di un premio letterario: che famiglia di nessuno:-(<br />
Alle sette c’è stato l’incontro con Alessandro Famoso. Ci saranno state duemila persone, gente arrampicata sui muri o sbocciante dai poggioli come fiori in mazzo, e il solito caldo che mi prostrava. Ha moderato ancora Carla Criticoni. Non si è parlato di letteratura, ma di questioni legate al tema dell’incontro, “Povera patria”. Criticoni e Famoso non si capivano e parlavano di cose diverse, ma sai che scoperta. Famoso si rivolgeva al pubblico da pedagogo populista, diceva “io” e “voi” e non sapeva contenere l’arroganza, eppure certe sue affermazioni mi trovavano d’accordo, voglio dire in fondo, nella sostanza. Ero turbato per questo, e avevo un po’ di mal di testa. Mi trovavo d’accordo con Famoso, com’era possibile? Dove sbagliavo? Al momento delle domande gliel’ho detto – prima di fare un’osservazione a proposito di continuità e gerontocrazia, pane per i miei denti, con cui volevo anche recuperare un intervento della Belloni che mi sembrava esser stato frainteso – gli ho detto: “Premetto che sono confuso, perché mi trovo d’accordo con molto di quello che Lei dice, ma non mi piace per niente come lo dice.” Lui poi, prima di fraintendere anche la mia osservazione su continuità e gerontocrazia, ha sostenuto che anche a lui non piace come dice le cose. E alla fine mi ha proprio turbato, perché, volendo fare l’esempio di un romanzo contemporaneo di importanza a suo avviso capitale, ha nominato <em>2666</em> di Bolaño. Il fatto è che <em>2666</em> di Bolaño è <em>veramente</em> uno dei romanzi contemporanei più importanti in assoluto. Poi mi son detto che forse la grande letteratura è talmente grande che la apprezzano anche quelli come Famoso, che si credono LA letteratura. – E comunque la cosa migliore, a Famoso, l’ha detta Carmen, che è intervenuta tra i primi: “Lei ha sfiducia nei lettori,” gli ha detto, e poi: “Lei ha l’apocalisse dentro”.<br />
Ora però mi accorgo che non ho accelerato come avrei voluto, e questo resoconto sta diventando un po’ troppo lungo… Ci riprovo.<br />
Siamo andati a cena al ristorante della sera prima. Non so perché, ma attingere allo stesso buffet dove si stava servendo anche Massimo Cirroni mi allietava. Cirroni ha questa cosa, che dopo averlo visto esibirsi una volta ti mette di buon umore anche quando non vuole, anche quando tace e si fa i fatti suoi. Forse è una delle forme del carisma, o forse è la mia a essere una forma di “fanismo” (da “fan”).<br />
Dopo cena, Ingo, Susanne e una coppia di amici di lei, a quanto pare i veri responsabili della nostra presenza lì a Gavoi – l’anno prima avevano suggerito a Susanne di venirci e pensare a una collaborazione tra il festival e il Goethe Institut –, si sono seduti al bar con il sindaco di Nuoro e altri. Carmen e io non ce la siamo sentita di unirci a loro, invece siamo tornati al ristorante, perché avevamo visto che lì davanti, sul vialetto che scendeva verso i giardini comunali (cominciavo un po’ a conoscere il paese) chiacchieravano Famoso e gli editor dell’Einaudi. Volevamo parlare di nuovo con Famoso – e l’abbiamo fatto, ma siccome qui di Famoso ho già detto abbastanza, non svelerò che cos’altro ci siamo detti lì fuori.<br />
E va bene, una cosa sola: quando abbiamo ripreso il discorso sulla continuità, io ho insistito sull’importanza del rapporto maestro-allievo, sull’opportunità di trovare un maestro e di imparare da lui fino al giorno in cui uno prende la propria strada eccetera, e Famoso ha replicato che i suoi studenti, alla scuola Salinger, di maestri ne hanno sessanta – e non so cos’altro. È che sono rimasto impressionato più che altro dal numero, “sessanta”, che cercavo inutilmente di associare alla mia idea del rapporto maestro-allievo: allievo di sessanta maestri… Sono un po’ tanti, no? Il mal di testa aumentava.<br />
Alle dieci, al solito punto panoramico, c’era l’incontro con un’autrice italo-americana moderato dalla responsabile delle pagine culturali di un settimanale per donne. Me ne sono venuto via quasi subito, perché si parlava di vicende personali, di un libro in cui l’autrice aveva messo “tutta se stessa”, proprio in senso autobiografico. È che non amo farmi i fatti degli altri senza averlo chiesto – e soprattutto senza il filtro di un po’ di menzogna. Così ho fatto una passeggiata per il paese, occhieggiando le foto degli autori dell’anno prima appese un po’ dappertutto e studiando senza impegno la gente per strada. Sulla via del ritorno per il punto panoramico, all’altezza dello spazio per i bambini, all’improvviso ho sentito il verso dell’uccello misterioso che avevo udito la notte prima. Ho chiesto a una volontaria del festival, uscita sulla strada in quell’istante, che uccello fosse; lei ha rivolto la domanda a una collega all’interno, che è uscita sulla strada anche lei. L’uccello, in breve, aveva vari nomi simili, tutti riconducibili al più breve, “zonca”, evidentemente dialettale, perché poi sul dizionario non l’ho trovato e nemmeno su Google. Ho ringraziato e proseguito.<br />
Alle undici e mezza nel giardino comunale c’è stato il “mirto con Massimo Cirroni e gli autori del festival”. Tutto il paese ancora sveglio doveva essere radunato lì, sotto il tendone e assiepato tutt’intorno. Dietro di me erano seduti Maurizio Sileoni e Antonio Ferraroni, due simpatici autori e illustratori per ragazzi con cui avevo già scambiato qualche parola il pomeriggio. La testa mi scoppiava. Mariagiovanna, la vicedirettrice del festival, che qui non avevo ancora nominato ma che è stata in realtà la referente per me più importante, ha chiesto qua e là ai volontari se qualcuno aveva qualcosa per il mal di testa. È stata Giulia, una ragazza molto bella e con tutta una dotazione di medicinali per l’emicrania (ne soffre), a salvarmi con una bustina di Nimesulide. Così ho potuto assistere sempre meno dolente, seduto accanto a Susanne e Carmen, allo spettacolo demenziale di Cirroni e Strabiconi che chiamavano sul palchetto un ospite o l’altro e gli chiedevano quale fosse il suo vizio, per poi premiare la sua confessione con un bicchierino di mirto. Non li ricordo tutti, i vizi d’autore, ma solo alcuni: Bruno Tognoloni, le spugnette da lavabo; Simona Belloni, il cloro (una sineddoche, ovviamente); Wilson Sabina, imbeccato da Cirroni: le pugnette. Roba così. Niente, in ogni caso, in confronto a Susanne. Chiamata sul palco e convinta, nella sua raffinata innocenza, che gli autori prima di lei avessero detto tutti la verità, Susanne si è confessata: i bottoni di madreperla. Li colleziona?, ha chiesto Cirroni. No, sotto i piedi, ha risposto Susanne. Confusione di Cirroni e Strabiconi. Poi Susanne si è tolta una scarpetta e la confusione è divenuta turbamento. Lo shock si è ripetuto alla fine, quando sono stati richiamati sul palchetto alcuni ospiti per il brindisi conclusivo: ho ancora davanti agli occhi lo sconcerto balbettante del giovane attore Filippo Timoni dopo che Susanne si è denudata di nuovo il piede, mostrandogli la scarpetta piena di bottoni di madreperla. Timoni le ha chiesto di averne uno in dono, e l’ha ottenuto. Accanto a me, Carmen, sottoposta di Susanne, non credeva ai suoi occhi.<br />
Nella hall, poi, mi sono ritrovato con Timoni e Sabina. Saranno state le due. A un certo punto, non so come, eravamo davanti al mio computer portatile, posato sul bancone, intenti a guardare su Youtube una vecchia apparizione televisiva di Ivan Cattaneo che cantava in playback una canzone intitolata “Polisex”, ballando orrendamente. Poi è arrivata anche Carmen. Presto mi sono congedato, perché ero molto stanco. Ho lasciato Carmen in compagnia di Timoni, mentre Sabina era sparito non so dove.<br />
In camera, siccome era caldo, ho lasciato la porta del poggiolo aperta e mi sono addormentato sulla nota ripetuta della “zonca”.</p>
<p style="text-align: center;">3</p>
<p style="text-align: justify;">Stamattina, terzo giorno, alle otto ero sveglio. E stanchissimo. Carmen se n’era andata, Susanne sarebbe partita in mattinata. Ho fatto colazione all’aperto, al tavolo con Antonio Ferraroni. Susanne non l’ho vista. Ferraroni poi mi ha presentato un editore bolognese di libri per ragazzi e con lui abbiamo abbozzato l’idea di tradurre e pubblicare il libro per bambini di Ingo Spritze. Ne ero così entusiasta che sono andato subito a prendere il portatile e ho scritto una mail a Ingo. Poi sono risalito in camera per riposarmi ma, neanche a dirlo, mi ha fregato quel rumore di trascinamento. Sono rimasto così, coricato sul letto senza fare niente, cadendo due o tre volte in un fragile dormiveglia, fino alle undici. Abbrutivo. Mi sono fatto forza, ho indossato il costume da bagno nuovissimo – ma solo dopo aver tolto il cartellino e tagliato via le etichette – e sono sceso in piscina.<br />
Simona Belloni, nonostante il vizio dichiarato la sera prima, non c’era. C’era altra gente però. Gli editor dell’Einaudi, ad esempio. E una donna con due bambini, forse la moglie di Famoso. Ho fatto otto vasche, una traversata in apnea sul lato più breve e sono uscito. Mi sono asciugato e sono risalito in camera, dove ho riposato ancora fino all’ora di pranzo. Prima di scendere in ristorante, ho controllato l’e-mail: Ingo mi aveva già risposto, gli piacerebbe molto se questa cosa del libro per bambini andasse in porto. Farò tutto il possibile.<br />
Ho pranzato a un tavolo da solo. In circostanze come questa, dove tutti hanno il proprio gruppo di riferimento o almeno la famiglia con sé, restare da soli è da sfigati. Dall’altra parte della sala, Alessandro Famoso pranzava con moglie e figli. Davanti a me, a un tavolo doppio si sono sedute due donne; una, a sentire i loro discorsi, era l’ennesima scrittrice che la mattina aveva letto dal poggiolo, l’altra, belloccia, sarà stata una sua amica. Dopo un po’ si è seduto con loro Filippo Timoni, accompagnato da una ragazza gracile. Poi dall’altra parte sono arrivati anche gli editor dell’Einaudi, presto raggiunti dalla moderatrice degli incontri mattutini, che ora sapevo chiamarsi Chiara, come il premio, e dal ragazzo che era con lei anche il primo giorno in macchina. Alzandomi da tavola per ritornare in camera, ho salutato Timoni e basta, ma avrei salutato volentieri anche l’amica belloccia della scrittrice.<br />
Il solito trascinamento di mobili, sopra o sotto, e una noiosa eccitazione mentale, forse dovuta alla solitudine, mi hanno impedito di riposare anche stavolta, così mi sono messo a scrivere questo rapporto. E adesso che me ne rendo conto, ho indugiato a tal punto in queste righe che mi sono perso il reading di Timoni. Non vorrò passare in camera anche il resto della giornata? Forse è meglio che mi alzi, esca di qui nonostante la stanchezza e provi a godermi le ultime ore di festival.</p>
<p style="text-align: center;">4</p>
<p style="text-align: justify;">Scrivo queste righe a casa, rientrato da tre giorni. Non so, è come se nelle ultime ore di festival fossero accadute più cose che nei due giorni precedenti. Il solito inganno dell’intensità. O forse della densità. La densità è quando quel che vivi ha più spessore che durata. E lo spessore, per quanto mi riguarda, deriva dalla confidenza.<br />
Arrivato in paese, ho provato a entrare nella sala dove proiettavano il documentario di Ermanno Registoni. La sala era sovraffollata, così ci ho rinunciato e ho attraversato il paese raggiungendo il cortile scolastico dove Piero Televisioni presentava due giovani autori; ma anche lì tutti i posti a sedere erano occupati, il sole batteva, avevo sete e si parlava di un giallo e di &#8220;un romanzo tipo <em>Gran Torino</em>”. Me ne sono venuto via poco dopo. Per strada ho trovato Sergio Microfóni e siamo andati nella piazzetta parrocchiale; all’unico bar che conoscevo abbiamo preso delle lattine e ce le siamo bevute lì di fronte, seduti dentro un’opera d’arte che tintinnava come un gregge. Da lì ho anche telefonato a Francesco &#8220;Dandy&#8221; Comunista, per salutarlo insieme, perché anche Microfóni lo conosce, e Francesco mi ha annunciato di essere finalista al premio John Fante. Altroché mio cugino. Poi con Microfóni siamo andati al punto panoramico.<br />
L’incontro delle sette, l’ultimo del festival, era dedicato alla “terra madre”. Discutevano Registoni, Maurizio Palloni e Franco Fuilletoni. Registoni è ancora e sempre l’artista-intellettuale che vede nel rapporto con la terra un idillio perduto, da recuperare, Maurizio Palloni lo ha sostenuto con discorsi un po’ schematici ma propositivi, in buona fede insomma, sulla cosiddetta “decrescita”, e Fuilletoni ha alternato tutto questo con osservazioni a margine, la migliore delle quali chiamava in causa, udii udii, Danilo Kiš e il suo <em>Homo poeticus</em> (uscito di recente per Adelphi in un’edizione-minestrone). Dopo l’exploit bolañese di Famoso, era già il secondo colpo bibliografico inferto a un certo mio pregiudizio verso i festival letterari e la loro presunta distanza dalla “vera letteratura”.<br />
Il festival è finito così, con un inno alla terra da parte di tre non-contadini e con i cauti saluti di Marcello Strabiconi, che dopo aver chiesto un applauso, l’ultimo e il più lungo e meritato, per tutti i volontari in maglietta rossa che tengono in piedi l’evento, ha detto: “Ci vediamo l’anno prossimo, forse.” Questioni politiche, evidentemente – il rischio, in sostanza, se ho capito bene, è che Gigi, l’autista bruno e fumatore, un altr’anno non lavori più per il festival, epperò in compenso si senta un po’ più suo agio.<br />
E poi viene la cena dai pastori, il gran finale per gli ospiti. Ci hanno portati lì con macchine e Furgoni, una carovana. Era un grande spiazzo verde ai piedi di un ovile, a mille metri d’altezza, circondato dal bosco e illuminato da grandi fari. Tre tavolate lunghissime, i pastori in maglietta rossa pronti a servirci. Uno di loro, il più anziano e panciuto, era l’unico in camicia bianca e ci ha accolti offrendoci vino rosso in bicchieri di plastica. Ho cenato tra Wilson Sabina e la ragazza che accompagnava Timoni e che, su mia cortese richiesta, si è qualificata: la sua agente. Di fronte a me sedeva la fotografa del festival, l’autrice delle immagini che tappezzavano le pareti del paese e che l’anno prossimo saranno sostituite dagli autori di quest’anno.<br />
Il grosso della cena l’ho passato con Wilson, col quale ci siamo detti tante e tali cose che a me pareva quasi d’essere a Berlino, una di quelle volte in cui, nell’atmosfera conciliante di una <em>Kneipe</em>, sbocciava, un bicchiere dopo l’altro, un dialogo sui massimi sistemi con l’interlocutore di turno, il quale all’improvviso e per poche ore diventava la persona più cara.<br />
A un certo punto molti si sono messi a ballare in cerchio, mentre al centro quattro suonatori – uno era il panciuto del vino d’apertura – musicavano quella danza folklorica sempre più larga, sempre più numerosa. Fuori dal cerchio, tra gente barcollante e ciarliera, il poeta e giornalista Fuilletoni girava per i tavoli in cerca di bottiglie d’acqua da sorbirsi a gran sorsate.<br />
Quando era ormai molto tardi ho beccato Fabrizio Sileoni, che mi ha voluto presentare una donna straniera, molto bella, forse con l’idea di farmi da Cupido, ma è andata male: alla prima occasione ho parlato di mio figlio. Poi mi sono accorto che lì vicino c’era di nuovo Wilson, che stava fumando in compagnia di “Gristolu” – e qui vorrei sospendere un attimo il referto per rendere onore a questo personaggio memorabile, straniero anche lui ma migrato da trent’anni a Gavoi, divenendone forse il cittadino più originale, di certo il più estroverso nei giorni del festival, sempre pronto a domandare, intervenire, scherzare, congratularsi. Ricordo ancora con quale entusiasmo si era messo in coda per avere la firma di Ingo su due libri, e che al momento della dedica gli aveva mostrato il pass da volontario per fargli copiare il nome: Gristolu. Un fenomeno.<br />
Al ritorno in hotel, gli ultimi resistenti erano riuniti attorno a un tavolino sul terrazzo esterno. Risparmio i nomi, perché a quell’ora i nomi non contano più – se non quello di Francesco Piccoloni, che a un certo punto è entrato nella hall, ne è uscito con una bottiglia di mirto, ne ha versato un po’ per ciascuno in bicchieri di plastica, distribuendoli, e poi è sparito in camera. Abbiamo sbevazzato e parlato un po’ a vanvera mentre il sonno montava, e un po’ alla volta la brigata si è dissolta.<br />
Erano le tre quando mi sono coricato, e la “zonca” era lì che cantava.<br />
Alle dieci sono stato svegliato dal trascinamento di mobili. Era il giorno delle partenze. Non dirò dei saluti scambiati e di quelli mancati, né del giro in paese con Fabrizio Tonelloni, docente e giornalista conosciuto sul momento, con cui ho comperato un po’ di cibi tipici. Non dirò neanche del piacevole pranzo con lui e sua moglie, parlando di biblioteche e Ddr, né del viaggio in furgone verso l’aeroporto di Olbia. Dirò invece che, in un breve scambio con Simona Belloni prima che se ne andasse, le ho parlato di quel rumore di trascinamento e lei ha detto che sì, è vero, anche lei lo sentiva, e anche lei non riusciva a spiegarselo.</p>
<p style="text-align: center;">FINE</p>
<p style="text-align: justify;">Anzi no, ho tralasciato un dettaglio: la sera prima di andarsene, in un istante qualsiasi, Susanne, che lì al festival conosceva un po’ tutti, mi ha detto che il tizio che accompagnava sempre la moderatrice degli incontri dal poggiolo, Chiara come il premio, non era altro che il suo ragazzo. Lapalissiano, no? Vallo a spiegare a un interprete per caso…</p>
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		<title>Palle e alghe</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Jun 2009 06:19:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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<p style="text-align: justify;">Non so, conosco scrittori che fanno man bassa di tutto o quasi quel che vivono – e lo fanno bene, appunto perché sono scrittori. Io invece, che sono sempre meno sicuro di aver imboccato la strada giusta, non ci riesco. C’erano almeno due o tre esperienze, ultimamente, che mi sarebbe piaciuto fissare in parole, sapendo che fin dalle prime battute l’invenzione si sarebbe messa tra i piedi e avrebbe finito per falsare il vissuto – ma è ben così che capita, no? E comunque non l’ho fatto, vuoi perché avevo da lavorare, parecchio ma mai abbastanza da sostentarmi, vuoi perché appunto, come inizio a temere, i miei limiti di, come dire, “scrittore” cominciano finalmente a svelarsi, chiari e obiettivi come una piscina vuota. Che ne farò di tutta la fortuna dell’ultimo anno – la borsa di scrittura a Berlino, l’ospitalità dell’editore Keller e le letture pubbliche in Germania davanti a cento e più persone? Cosa dirò, soprattutto, a Ingo Schulze, che ha creduto in me a scatola quasi chiusa e ora si trova, senza saperlo ancora, ad aver sostenuto un ciarlatano, un narcisista senza argomenti, un velleitario? Ecco, mettiamo ad esempio Ingo Schulze. Schulze è uno che prende quel che gli succede e se lo cova senza fretta finché non appare un personaggio fittizio, saltato fuori chissà come, a volte eccone un altro e un altro ancora, pian piano si svela e chiarisce anche lo stile da impiegare, “adeguato alla materia” direbbe Schulze con Döblin, poi magari accorre persino qualche classico, giusto per non far tutto da soli, nel presente, e la ricetta di base è pronta: si tratta ora di mettersi al lavoro, tentare, costruire, e si sa, tra il dire e il fare… Ma lui è uno scrittore, appunto, e lo fa. Si mette al lavoro e prima o poi eccolo lì, il racconto fatto e finito, il vissuto falsato a dovere. E non si dica che è questione di tempo, che Schulze lo fa perché essendo scrittore affermato ha il tempo per farlo: sciocchezze, lo fa perché è bravo. Anche Giacomo Sartori, per dirne un altro, è uno che lavora sodo e sa come farlo, è questa la bravura, uno che vive di pene e progetti di scrittura e se li cura, li pianta e coltiva e rinnesta e annaffia e alla fine raccoglie il frutto sopraffino, e questo nonostante abbia poi tutto il lavoro di sostentamento, che Sartori è agronomo e docente di agronomia e fa il pendolare tra Trento e Parigi, non so se mi spiego. Hai voglia, poi, di sentirti dire da amici come loro che sai scrivere: cosa se ne fa uno, del saper scrivere, se poi non scrive? Ma soprattutto, che cosa scrive a fare, uno che magari sa un po’ scrivere, se gli sembra che quel che vorrebbe fare e dire lo fanno e dicono meglio già altri? Una volta era diverso: una volta gli scrittori che mi lasciavano ammirato mi accendevano anche, mi insufflavano l’ardore di imitarli, di mettermi sotto, di provarci; oggi invece l’ammirazione, quando si manifesta, è una sbarra che si abbassa di colpo davanti al mio passo sempre più tremolante – e ai miei sensi sempre più intorpiditi dall’informazione. Cos’è cambiato? Possibile che sia soltanto, come a volte mi vien da presumere, una questione erotica? Voglio dire il precoce ma naturale declino di certi ormoni abbinato a una certa assuefazione all’esistenza, insomma un certo <em>calo dell’ambizione</em>? O è proprio l’informazione ad avermi ormai narcotizzato come il più incosciente e ottuso dei piccolo-borghesi? Davvero, ultimamente tutti quelli che frequento e stimo non è che “mi sembrano”, ma <em>sono</em> più intelligenti di me, nel senso proprio che <em>intel-ligono</em> di più, ci vedono dentro, a fondo, meglio: hanno un pensiero che reagisce, che elabora i dati vissuti, diventa critico. Io no. Io ormai l’unica cosa che mi immagino di fare è fissare in parole certe esperienze, poi però non faccio neanche quello. L’esperienza del villaggio turistico, ad esempio. A fine maggio mi sono sposato, in comune, il sindaco ha anche fatto un bel discorso, alla fine ha declamato una poesia di Saba e si è persino commosso, lui, noi sposi un po’ meno ma insomma, ci siamo sposati e poi siamo partiti, mia moglie il nostro pupo e io, per una vacanza, e proprio perché c’era il pupo, che quest’anno fa due anni, abbiamo scelto di andare in un villaggio turistico attrezzato per i pupi. Ebbene, in quei dieci giorni faticosissimi al villaggio ho assistito a varie cose che, se fossi stato uno scrittore, avrei annotato ogni giorno su un taccuino e alla fine sarei tornato, senza dubbio, con appunti a sufficienza per un racconto su una certa Italietta, sulla volgarità e la regressione di un mucchio di citrulli caciaroni che poi tornano a casa e chissà che cosa pensano e votano, se pensano e votano, e magari l’avrei colorito con le febbri intestinali che ci han colti e prostrati uno dopo l’altro, a mia moglie il pupo e me, e forse anche con la mia allergia, che sono l’unico che soffre di allergia ai pollini anche al mare, dio boia, e avrei certo contrappuntato tutta quella miseria tragicomica con la presenza dei cani randagi, in particolare di quello che l’ultimo giorno di vacanza ho visto vagolare tra i tavoli del ristorante mentre un metro più sopra i vacanzieri si abbuffavano smodati e indifferenti, e infine avrei fatto in modo, con palese autoindulgenza ombelicale, che il climax fosse rappresentato dal mio primo e penultimo bagno in mare, nell’acqua freddissima dello Ionio calabro che mi ha galvanizzato in maniera inaudita, che una volta uscito dall’acqua non sentivo neanche un po’ il vento teso sulla pelle d’oca, tanto mi ero ambientato in quel gelo tonificante. Ecco, avrei provato a scrivere una cosa così, un racconto di costume e in costume ben fatto, giusto un po’ autocentrato, quel tanto che l’età ancora mi concede, visto che oggi in Italia a trentacinque anni si è “giovani”, giovani scrittori nella fattispecie, a dispetto di quel fondatore che alla stessa età si definì «nel mezzo del cammin», e magari sarei anche riuscito a scriverlo, il racconto, mosso e fortificato dal modello che in quei dieci giorni ha costituito la mia unica lettura, Ennio Flaiano. E invece cos’è successo? Che a leggere il <em>Diario notturno</em> e poi rileggere <em>Tempo di uccidere</em>, anziché venirmi voglia di scrivere anch’io, traendo esempio e linfa da un maestro dopotutto neanche eccelso, mi è passata la voglia di scrivere del tutto, perché Flaiano a trentacinque anni aveva già scritto una cosa come «La saggezza di Pickwick», una roba di una qualità e un’intelligenza che io posso scordarmele anche a quaranta e oltre. Questo è successo, al villaggio turistico, e così la Moleskine è rimasta tale e quale alla partenza, con l’ultimo appunto del marzo scorso, un appunto ombelicale e quindi inutile, anzi no, un momento, ce n’è un altro, più recente, ed è proprio, guarda guarda, un appunto su Flaiano, scritto qualche settimana fa, mentre leggevo il <em>Diario degli errori</em>, e dice: «C’è un appunto di Flaiano che mi ritrae: “La storia di quei tali che stanno precipitando sorretti da una speranza.” Meglio, sono io a far parte di quella storia. Sono un “tale”».</p>
<p style="text-align: justify;">Questo tanto per spiegarmi, per fugare i sospetti di falsa modestia, che sarebbe la cosa peggiore, senz’altro la più disonesta. Insomma, tutto arranca proprio mentre pareva che stesse andando benone, e dunque è proprio vero quello che diceva ancora Flaiano, che lo disse, mi pare, dopo aver vinto la prima edizione dello Strega col suo unico romanzo, e cioè che il successo è sempre frutto di un malinteso; e dunque anche la mia fortuna dell’ultimo anno, benché come “successo” sia stato assai modesto e comunque invisibile in Italia (ma non è già un lusso eccessivo per la mia mediocrità?) si svela infine come un malinteso – e allora, a questo punto, confesso di averlo sempre sospettato, fin da subito, che tutto era una roba immeritata. E questo mentre altri, cari amici, mi dicevano che bello, vuol dire che te lo meriti, oppure che ti frega, fai la faccia tosta e vai, mentre io, guardando altrove, già mi chiedevo se tutta quella fortuna l’avrei mai inserita nel mio cosiddetto curriculum, come si usa fare oggi, che tutto finisce nel “curriculum”, fesseria delle fesserie: fare le cose anche perché “fanno curriculum” – ma cos’è questa obbedienza al “curriculum”? E fino a che età, poi? Fino a quando uno deve dipendere dal proprio “curriculum”? Trentacinque anni non sono forse un’età già troppo avanzata per avere un “curriculum”? A trentacinque anni uno non dovrebbe essersi fatto una vita anziché trascinarsi dietro al proprio “curriculum”? Il “curriculum”, dico, dovrebbe avere senso fino a venti, venticinque anni e poi via, si parte, si <em>è</em>, e invece tutti sempre lì ad aggiungere, inserire, allungare, gonfiare, sempre con la clausola sui dati personali, fino a trenta, quaranta, cinquant’anni. Ma come si fa, mi domando, a voler ancora avere un “curriculum” a cinquant’anni, a quaranta, a… Sta di fatto che alla fine, anche sul libro uscito da Keller – potevo forse ometterlo? L’epoca abbindola, prescrive, ottunde… E dunque, nel risvolto, ecco scritto «nel 2008 ha ottenuto una borsa di scrittura» eccetera, perché fa figo, perché mica tutti, anzi pochissimi, e chissà che meriti uno ha se gli è capitata una roba del genere – ma quali meriti! Sono un bluff come moltissimi altri anche se ora lo dico a bassa voce, perché sennò sembra che reciti, che menta, che faccia il falso modesto, invece no, vorrei sussurrarlo forte e chiaro, che si sappia, non si ignori, che io funga da modello negativo, da antiesempio, da piccolo emblema del vizio dei tempi, e chissà che almeno così la mia «volontà» non suffragata dal «talento» (ancora Flaiano, maledetto) trovi un certo appagamento in questa luce ignobile, il solo riflettore che io meriti davvero e che dunque ormai <em>voglio</em> meritarmi: sono un bluff, lo giuro, e se continuo a scribacchiare come in questo istante è solo per vanità e compiacimento, e finché c’è qualcuno che a sue spese mi dà retta io non smetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Vecchiatto a quanto pare invece no. Vecchiatto è un vero esempio positivo, un antiemblema. Di Vecchiatto mi ha parlato un signore al villaggio turistico, uno che solo al ritorno, incredulo e di stucco come mai, ho scoperto chi fosse. Mi spiego. A far la fortuna dei pennaioli come me ci sono soprattutto due cose: l’incompetenza dei lettori e le coincidenze, che poi basta raccontarle tali e quali a quegli stessi lettori e tutto prende un’aria magica, già romanzesca. Così adesso, se volessi, avrei di che incantare a raccontar come si deve di un incontro al villaggio turistico. Poiché al villaggio non c’erano soltanto citrulli caciaroni. Se mia moglie il pupo e io ci siamo sentiti come pesci fuor d’acqua, c’erano invece altre persone, tutt’altro che volgari e regredite, che parevano passarsela, dopotutto a loro agio, e tra queste una coppia sulla cinquantina. Venivano in spiaggia da soli e lei restava sempre sulla sdraio, un po’ al sole e un po’ all’ombra, serena e sorridente. Lui invece era sempre in piedi, spesso in acqua, e in quattro e quattr’otto è diventato l’amicone di mio figlio, che però fino all’ultimo, timido com’è, non l’ha degnato di un solo ciao. Ma l’uomo non rinunciava, lo chiamava e salutava col vocione e l’accento del sud – il nome di mio figlio fu l’unico che venne fuori, noialtri adulti restammo anonimi –, gli riempiva il secchiello con l’acqua del mare e una volta gli ha portato due o tre palle fatte d’alghe, sfere quasi perfette, un po’ pelose ma belle, gomitoli verdi che mio figlio, seduto nudo sulla sabbia, ha guardato e manipolato con stupore. Così un po’ alla volta ci siamo messi a parlare. Venivano dal salernitano – si sa, in simili circostanze la provenienza è il rompighiaccio della conversazione. Poi dicemmo di com’eravamo arrivati, forse perché lì al villaggio quelli come noi del nord, venuti in aereo, rimanevano isolati, in quell’<em>anus mundi </em>lontano da tutto, senza possibilità di uscire e fare gite a meno di pagare cifre esorbitanti all’organizzazione per le escursioni guidate, e questo ci frustrava. Loro invece erano venuti in macchina e potevano muoversi, in compenso da casa fino a lì ci avevano messo uno sproposito, quattro volte quel che noi avevamo impiegato in aereo da Bologna. «La Salerno-Reggio Calabria» disse l’uomo, «è un girone infernale srotolato». Un giorno poi, quando vide che leggevo Flaiano sotto l’ombrellone, mi disse che anche lui leggeva molto, ma non in spiaggia: «Il mare mi toglie il pensiero, mi resta soltanto lo sguardo». E infatti, spesso, alzando gli occhi dalla pagina lo sorprendevo in piedi sul bagnasciuga, di spalle, le mani puntate su fianchi, immobile e probabilmente zitto, a guardare l’orizzonte. Poi un altro giorno mi parlò di certe sue amicizie che non volle chiamare per nome, ma che parevano confortarlo grandemente nell’«odierno decadimento italico», come lo chiamò. Così ci mettemmo a parlare di quell’argomentaccio, trovandoci a un tratto a sfogare apertamente disgusto indignazione e vergogna, come amici di lunga data, anche se poi, al tramonto, ci salutammo come tutti gli altri giorni, senza neanche conoscerci per nome. Il giorno dopo – la notte c’era stato un temporale e il vento era cambiato – lo trovai all’inizio del mare, l’acqua fino alle caviglie, intento a pescare rifiuti: tirava su buste e pezzi di plastica portati a riva dalla mareggiata, li infilava l’uno nell’altro e li portava a terra, nel bidone del bar della spiaggia. Ecco, se avessi scritto il racconto sul villaggio forse avrei provato a far di questa l’immagine più poetica e toccante, un inno discreto alla morale e all’utopia. E comunque, insomma, la sera di quello stesso giorno, al bar del villaggio, mentre in sottofondo scorreva lo strazio canzonettistico del pianobar, l’uomo mi raccontò di questo attore veneziano del secolo scorso, Attilio Vecchiatto, e lo fece con una proprietà che io adesso non so se saprò riprodurre, ma ci provo, bluff per bluff non sarà certo peggio di quel che ho scritto finora: «Ricorderò sempre una sera d’inverno», iniziò l’amicone di mio figlio, «quando udii bussare al portone del nostro cortile, con forti colpi, come di chi avesse un’estrema necessità d’aiuto o uno stato di nervosismo incontenibile. Mi affacciai tenendo il portone socchiuso, e prima che potessi vedere chi bussava, mi trovai tra le mani un opuscolo dattiloscritto, dove lessi a malapena queste parole: “Sonetti del Badalucco nell’Italia odierna”. Poco dopo, i due personaggi che avevano bussato al nostro portone, seduti in cucina, divoravano tutto ciò che mia moglie si affrettava a mettere in tavola. Si capiva che non avevano mangiato da giorni. Io e mia moglie li avevamo sentiti mormorare con un filo di voce: “Siamo attori, veniamo da lontano. Non sappiamo più a chi rivolgerci. Scusateci. Potreste darci qualcosa da mangiare?” Così diceva la delicata voce della signora Carlotta, moglie di Attilio Vecchiatto. E lui, anziano, emaciato, vacillante, con un cappello a larga tesa e un consunto mantello d’altri tempi, si fece avanti così: “Io sono l’attore Attilio Vecchiatto. Lei avrà sentito parlare di me, vero?” Al che dovetti mentire in tutta fretta, dichiarandomi un suo appassionato ammiratore: “Chi non ha sentito parlare dell’attore Vecchiatto?” Per fortuna non mi fece domande d’accertamento, dato che non sapevo chi fosse, né che avesse conquistato la sua fama nel Sud America, poi a New York e infine a Parigi – ma mai in Italia, dove di fatto era sconosciutissimo. Ricordo con piacere quel nostro primo pranzo assieme, mentre mia moglie metteva in tavola piatti di maccheroni e salcicce, ceci fritti, castagne, pasticci di mele. I due ospiti ingurgitavano tutto, raccontandoci la loro vita, con le voci che si accavallavano, e scatti d’ira di Attilio quando Carlotta interferiva nei suoi discorsi. Mio nipote Amedeo, allora quindicenne, volle sapere il senso della frase latina nell’opuscolo dattiloscritto con cui Attilio s’era presentato: <em>Umbrarum fluctu terras mergente</em>… Al che Vecchiatto ci spiegò il concetto di questa filosofia, la filosofia di Giordano Bruno : “È l’idea di un’oscurità in cui gli uomini vivono, come un grande mare di ombre che sommergono tutti i continenti piombando le menti degli uomini in una cecità molto difficile da superare”. Ed era» spiegò l’uomo quella sera al bar del villaggio sullo sfondo dello strazio pianobar, «il tema di due tra i suoi più riusciti sonetti, <em>La prima</em> e <em>La seconda lezione di tenebre</em>». Ora, a me a quel punto era già sorta una strana curiosità, perché quel nome, Vecchiatto, mi suonava lontanamente familiare. Non riuscivo però a ricordare dove l’avessi già sentito. L’uomo proseguì raccontando di certi episodi romani della vita di Vecchiatto che però ho dimenticato, troppo fitti e dettagliati per la mia memoria debole. Ma ricordo suppergiù l’ultima parte di quel racconto: «Con la bella stagione» disse l’uomo, «ci è capitato spesso di fare lunghe passeggiate, su per i prati ai piedi del Vesuvio. Attilio era già vecchio, zoppicava vistosamente, appoggiandosi a uno strano bastone fatto di nervi di bue. Carlotta leggeva le carte, con un mazzo di tarocchi. Di sera, quando sedevamo nel nostro cortile per chiacchierare del più e del meno, lei faceva le carte a tutti, tranne ad Attilio, che non voleva saperne di quello che gli sarebbe accaduto. Poi a un tratto, senza dire niente a nessuno, verso la fine del maggio 1987, nei giorni in cui il Napoli di Maradona vinceva il suo primo scudetto e per le strade delle città campane infuriavano rumorosi festeggiamenti, Attilio e Carlotta scomparvero dalla circolazione».</p>
<p style="text-align: justify;">Così finì il racconto dell’uomo, che a quel punto avrebbe voluto recitarmi a memoria alcuni sonetti di Attilio Vecchiatto se mia moglie non fosse accorsa a chiamarmi, la faccia contratta in un’ansia improvvisa: nostro figlio aveva vomitato nel lettino, l’influenza intestinale lo aveva sorpreso nel sonno. Mi scusai, mi congedai in tutta fretta e il giorno dopo, quando arrivammo in spiaggia, la coppia di salernitani non c’era più; non la trovammo neanche al bar o al ristorante: dovevano esser partiti. Poiché tuttavia il sassolino era ormai gettato, vi lascio immaginare il mio sbalordimento quando, rientrati dalla vacanza anche noi, io con il mal di pancia contagiato dal pupo, ho cercato in internet notizie su questo Vecchiatto e, prima ancora di imbattermi nel libro di Gianni Celati di cui mi aveva parlato una volta l’amico Walter Nardon, il quale su Celati ha scritto un saggio, son capitato sul sito di «Zibaldoni e altre meraviglie», la rivista <em>on line </em>diretta da Enrico De Vivo: vi trovai un <a href="http://www.zibaldoni.it/wsc/default.asp?PagePart=page&amp;StrIdPaginatorMenu=38&amp;StrIdPaginatorSezioni=219&amp;StrIdPaginatorNomeSezione=GIANNI+CELATI%2F+Vecchiatto+(1)">pezzo appena pubblicato</a>, firmato dal medesimo De Vivo, il quale altro non era che il racconto che avevo ascoltato al bar del villaggio dall’amicone di mio figlio, lo giuro: che l’autore mi rovini se mento. Questo anche per dire che, se fossi stato uno scrittore bravo, avrei fatto in modo che questa agnizione poggiasse su dettagli accuratamente disseminati prima, trasformando la coincidenza vera in un prodigio romanzesco, come saprebbero certo fare, molto meglio di me, Schulze e Sartori e forse anche De Vivo stesso, benché per intanto egli si pregi di aver pubblicato, or ora peraltro, «<a href="http://questoequelmondo.wordpress.com/divagazioni-stanziali-il-libro/">un libro di racconti, riscritture, narrazioni orali, perfino versi occasionali – qualcosa di molto lontano dalla spirito “romanzesco”, come dice Gianni Celati, che ossessiona la letteratura occidentale moderna</a>». Ecco, alla fin fine in questo frangente, mentre ancora non riesco a credere che Enrico De Vivo abbia donato palle d’alghe a mio figlio, è proprio qui che mi ritrovo a pascer vanità e compiacimento: tra il romanzesco e l’antiromanzesco, tra Schulze e Sartori da un lato e Celati e De Vivo dall’altro, mentre sopra la mia testa, beffarda, pende la spada di Damocle del non-romanzesco di Flaiano. Che angustia! Auguro all’amico Nardon, che entro l’anno pubblicherà il suo primo libro nella stessa <a href="http://questoequelmondo.wordpress.com/about/">collana di De Vivo e da questi diretta</a>, qualcosa di meglio di questo sterile tormento. Gli auguro, insomma, di diventare un vero scrittore.</p>
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		<title>Louis Fürnberg</title>
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		<pubDate>Thu, 21 May 2009 09:58:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[mediazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Quest'anno cade il centenario della nascita di Louis Fürnberg]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">Note: There is a print link embedded within this post, please visit this post to print it.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"> </span><em>Quest&#8217;anno cade il centenario della nascita di Louis Fürnberg, uno scrittore di lingua tedesca poco conosciuto. Recentemente la</em> <a href="http://www.literaturwerkstatt.org/">Literaturwerkstatt</a><em> di Berlino gli ha dedicato una serata di letture. Tempo addietro, l’amico Reimund Frenzel di Weimar mi aveva spedito alcune poesie che aveva antologizzato per l’occasione, chiedendomi di poter dare visibilità a questo autore anche in Italia. Lo faccio volentieri con i mezzi di cui dispongo, traducendo quasi per intero la voce che a Fürnberg dedica Wikipedia tedesca e aggiungendo in calce una poesia e la sua traduzione.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Louis Fürnberg nacque il 24 maggio 1909 a Jihlava, sull’antico confine tra Boemia e Moravia. Figlio di fabbricanti ebrei moravi, trascorse l’infanzia e l’adolescenza a Karlovy Vary, dove frequentò il ginnasio. A causa di una tubercolosi dovette interrompere l’apprendistato come ceramista d’arte in una fabbrica di porcellana. A diciassette anni entrò nella Gioventù Socialista. Nel 1927 andò a Praga, dove frequentò l’Accademia Commerciale Tedesca. Le sue prime poesie furono pubblicate sulla stampa locale della borghesia tedesca. Nel 1928 divenne membro della sezione tedesca del Partito Comunista Cecoslovacco. Fondò il gruppo agitprop “Echo von links”, per il quale tra il 1932 e il 1936 fu attivo soprattutto come redattore di testi. All’interno di un’iniziativa del gruppo nel 1936 conobbe Lotte Wertheimer, figlia di un imprenditore ebreo austriaco, e la sposò nel 1937. Fino al 1939 lavorò per la stampa comunista di Praga.<br />
Quando nel marzo 1939 i nazisti occuparono Praga, Fürnberg e sua moglie tentarono la fuga in Polonia, ma furono traditi e arrestati. Mentre la moglie fu rilasciata dopo due mesi e poté fuggire a Londra, Fürnberg fu trasferito in varie carceri e torturato. Solo più tardi la famiglia della moglie riuscì, corrompendo la Gestapo, a riscattarlo e ottenere un’espulsione verso l’Italia, dove egli ritrovò la moglie nel capodanno tra il 1939 e il 1940. Proseguirono la fuga in Jugoslavia e nel 1940 a Belgrado nacque loro il primo figlio, Mischa. Nel 1941 raggiunsero la Palestina. La famiglia di Fürnberg, che era rimasta nei Sudeti, fu assassinata dai nazisti. Nel 1946 Fürnberg ritornò a Praga, dove nacque la figlia Alena. Negli anni seguenti lavorò a Praga come giornalista e corrispondente di diverse testate, più tardi al Ministero dell’informazione e poi, tra il 1949 e il 1952, come addetto culturale presso l’ambasciata cecoslovacca a Berlino. La sua salute subì ripercussioni negative in seguito alle condanne a morte inflitte in quel periodo in Cecoslovacchia a membri del direttivo del Partito Comunista vicini a Rudolf Slánský, tra i quali vari amici e conoscenti di Fürnberg.<br />
Nel 1954 Fürnberg si trasferì a Weimar, dove fu vicedirettore del Centro Nazionale per la Conservazione e la Ricerca sulla Letteratura Classica Tedesca. Nel 1955 divenne membro dell’Accademia Tedesca delle Arti, ma nello stesso anno fu colpito da un infarto dal quale non si sarebbe più ripreso. Morì nel 1957 e fu sepolto nel Cimitero Storico di Weimar. Dopo la sua morte, la vedova Lotte Fürnberg diresse a Weimar l’Archivio Louis Fürnberg, oggi conservato presso l’<a href="http://www.adk.de">Accademia delle Arti</a> di Berlino.</p>
<p style="text-align: justify;">Fürnberg scrisse soprattutto poesie, racconti e romanzi. A volte si firmava con lo pseudonimo Nuntius. La sua opera più nota fu <em>Die Begegnung in Weimar</em> (L’incontro a Weimar), che narra di un incontro tra Adam Mickiewicz e Johann Wolfgang von Goethe. I suoi drammi, <em>Festspiele</em> e cantate testimoniano il suo credo comunista, al quale rimase fedele fino alla morte. Nella Ddr divenne popolare soprattutto per la poesia [invero inquietante, NdT] <a href="http://de.wikipedia.org/wiki/Lied_der_Partei"><em>Lied der Partei</em></a> (Canto del partito) del 1950, che musicò lui stesso. Ancora oggi il nome di Louis Fürnberg è spesso associato a questo canto politico, mentre le altre sue opere rimangono poco considerate.<br />
La sua unica opera tradotta in italiano è la novella <em>Mozart e Casanova</em> (tit. orig. <em>Mozart-Novelle</em>, trad. di Mathias Konig Archibugi) edita da Sellerio nel 1993 con un’introduzione di Daniele Archibugi.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Heimkehr</strong></p>
<p style="text-align: justify;">War heut heimgekehrt,<br />
eine Stunde lang,<br />
Abendsonne fiel auf Hof und Haus.<br />
Klopfte an die Tür.<br />
Niemand öffnet mir&#8230;<br />
Und die Toten stehen nimmer auf.</p>
<p style="text-align: justify;">Ziegel staubt im Gras,<br />
Mörtel fällt vom Sims.<br />
Ging der Hausherr fort in tiefe Nacht?<br />
Vater, bist du hier?<br />
Keiner öffnet mir&#8230;<br />
Kehr doch heim von jahrelanger Fahrt.</p>
<p style="text-align: justify;">Geht das Fenster auf.<br />
Eine fremde Frau<br />
schaut verwundert auf den fremden Mann<br />
in den Hof hinaus.<br />
Bin der Sohn vom Haus,<br />
der lang fort ist und nicht fort sein kann.</p>
<p style="text-align: justify;">Doch die fremde Frau<br />
kann mich nicht verstehn<br />
und sie macht das Fenster wieder zu.<br />
Und die Sonne fällt<br />
langsam aus der Welt<br />
in die andre Welt, vor der mich friert.</p>
<p style="text-align: justify;">Mutter, bist du da?<br />
Bruder, bist du da?<br />
Drück am Knopf; die Glocke läutet nicht.<br />
Kann nicht länger stehn.<br />
Muß doch weitergehn,<br />
in den kühlen Abendwind hinein.</p>
<p style="text-align: justify;">Überm morschen Dach<br />
steht der Abendstern<br />
und im Springbrunn’ spiegelt sich der Mond.<br />
Worauf wartest du?<br />
Mach das Tor schnell zu –<br />
dunkles Tor, das ich nicht auftun konnt&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Ritorno a casa</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Oggi son tornato<br />
a casa, per un’ora,<br />
il sole della sera sul cortile e sulla casa.<br />
Ho bussato alla porta.<br />
Nessuno mi apre&#8230;<br />
E i morti non si alzano, giammai.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mattone s’impolvera nell’erba,<br />
dal cornicione cade la calcina.<br />
Il padrone di casa se n’è andato a notte fonda?<br />
Padre, ci sei?<br />
Nessuno mi apre&#8230;<br />
Eppure torno a casa da un viaggio di anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Si apre la finestra.<br />
Una donna sconosciuta<br />
guarda stupita l’uomo sconosciuto<br />
giù nel cortile.<br />
Sono il figlio di qui,<br />
fui via per molto tempo e via non posso stare.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma la donna sconosciuta<br />
non mi può capire<br />
e richiude la finestra.<br />
E il sole cade lento<br />
fuori dal mondo<br />
nell&#8217;altro mondo, che mi fa gelare.</p>
<p style="text-align: justify;">Madre, ci sei?<br />
Fratello, ci sei?<br />
Premo il bottone; il campanello non suona.<br />
Non posso fermarmi a lungo.<br />
Devo pur proseguire,<br />
dentro il vento fresco della sera.</p>
<p style="text-align: justify;">Sopra il tetto marcio<br />
sta la stella vespertina<br />
e nella fontana a zampillo si specchia la luna.<br />
Che cosa aspetti?<br />
Chiudi il portone, presto –<br />
portone scuro, che non ho potuto aprire&#8230;</p>
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		<title>Scarpe nuove</title>
		<link>http://harz.it/2009/04/26/scarpe-nuove/</link>
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		<pubDate>Sun, 26 Apr 2009 16:47:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[testi]]></category>

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		<description><![CDATA[Rapporto correttivo sulla Lesung del 21 aprile scorso]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">Note: There is a print link embedded within this post, please visit this post to print it.</p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: #ff0000;"> </span><strong>Rapporto correttivo sulla <em>Lesung</em> del 21 aprile scorso</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Scrivo questo <em>Bericht</em> per rimediare, ossia per sopperire a due mancanze: la mia inesperienza, forse dilettantismo, e l’indifferenza dei miei luoghi d’origine.<br />
La mia sventatezza, tuttavia, si è espressa al meglio nelle scarpe nuove. Le avevo comprate una settimana prima, ma le ho indossate per la prima volta il giorno della partenza. Scarpe di marca, certo, di qualità; ma pur sempre nuove.<br />
Sono partito da Verona e ho fatto scalo a Francoforte; era il volo che l’Istituto Italiano di Cultura di Berlino, al momento di organizzare l’incontro, mi aveva fatto scegliere. Avevo con me, oltre ai miei libri, l’ultimo numero dell’«Atelier du roman», con una sezione monografica dedicata alla bellezza nella poesia e nella prosa, e l’ultimo libro di Milan Kundera, <em>Un incontro</em>, che avevo cominciato il giorno prima. Rileggere Kundera dopo diverso tempo, due anni almeno, è stato come rincasare dopo una lunga erranza.<br />
In aereo ho letto la rivista: l’articolo di Massimo Rizzante, allievo di Kundera e mio maestro durante gli anni universitari, e quello di Lakis Proguidis, direttore della rivista e critico misconosciuto, tra i massimi viventi. Annoto gli argomenti forti: metafora poetica e metafora romanzesca; la natura temporale del bello.<br />
All’arrivo all’hotel, un quattro stelle nell’Anhalter Straße, i calcagni in due punti erano già arrossati.<br />
Per prima cosa ho chiamato Thomas Wohlfahrt, direttore della Literaturwerkstatt<em> </em>e moderatore del ciclo d’incontri, dal quale avevo ricevuto un sms. Ci siamo accordati sui temi da discutere: dopo la lettura dei testi, si sarebbe parlato di Alto Adige, di Italia, di televisione. Temi che nella mia prosa compaiono di rado, ma che io stesso, stavolta, avevo voluto affrontare fin dalla scelta dell’estratto. E poi si sarebbe parlato, gioco forza, di letteratura italiana contemporanea. Insomma, di argomenti adatti alla circostanza: l’incontro “italiano” all’interno del ciclo «Europa literarisch» organizzato dall’Unione Europea in collaborazione con gli istituti di cultura di tutti i paesi membri. Fin dall’invito, in dicembre, il mio compito ufficiale era chiaro: ero chiamato, come scrittore, a «rappresentare il nostro paese» presso la sede tedesca dell’Unione Europea. Un’enormità.<br />
La sera, dopo una cena veloce e solitaria presso l’<em>Imbiss </em>turco in Friedrichstraße – in tutti e tre i giorni l’istituto di cultura mi ha lasciato libero: niente pranzi di rappresentanza, niente accompagnamenti –, ho letto Kundera, il capitolo-intervista con Guy Scarpetta su Rabelais: «In Polonia il suo destino non fu diverso rispetto alla Cecoslovacchia; la traduzione di Tadeusz Boy-Zelemski (anch’egli fucilato dai tedeschi nel 1941) era magnifica, uno dei più grandi testi scritti in polacco. Ed è stato questo Rabelais colonizzato a stregare Gombrowicz. Quando parla dei suoi “maestri”, ne nomina, uno dopo l’altro, tre: Rimbaud, Baudelaire e Rabelais. Rimbaud e Baudelaire sono gli immancabili punti di riferimento di tutti i modernisti. Il richiamarsi a Rabelais era più raro. I surrealisti francesi non l’amavano molto. A ovest dell’Europa centrale il modernismo avanguardista era puerilmente antitradizionale e si realizzava quasi esclusivamente nella poesia lirica. Il modernismo di Gombrowicz è diverso. È, anzitutto, modernismo nell’ambito del romanzo. E poi Gombrowicz non intendeva contestare ingenuamente i valori della tradizione, ma semmai “rivalutarli” (nel senso nietzscheano: <em>Umerwtung aller Werte</em>). La coppia Rabelais-Rimbaud come programma: ecco una prospettiva nuova, significativa per le grandi personalità del modernismo, così come lo intendo».<br />
La mattina, prima di infilare le scarpe, ho incerottato i calcagni. Dopo colazione ho lavorato un po’ in camera alla <em>Novelle </em>di ambientazione berlinese che ho in cantiere dallo scorso… agosto, credo. Alle undici sono uscito, ero atteso all’istituto di cultura per un breve saluto. Ho fatto visita a Marina Mezzasalma, la principale artefice di quell’incontro tra me e l’Europa, e ho firmato la mia prima dedica (nelle primissime copie donate, destinate a familiari e amici, per qualche ragione non avevo, o non ancora, scritto niente); poi lei mi ha presentato al direttore dell’istituto, Angelo Bolaffi, seconda dedica. Con lui ci siamo intrattenuti un poco sulla letteratura centro-europea, la mia principale costellazione di riferimento, e su Claudio Magris, che due giorni dopo sarebbe stato premiato con il Campiello tedesco per la traduzione di <em>Alla cieca</em>. Ho detto a Bolaffi che, per una singolare coincidenza, Magris è l’unico autore italiano membro dell’Akademie der Künste che l’anno scorso mi offrì la borsa di scrittura, e che il titolo del mio nuovo volume di racconti ha tratto spunto da una pagina di Magris sull’<em>Oblomov </em>di Gončarov. Non gli ho detto che di <em>Alla cieca</em> ho letto le prime settanta pagine e poi mi sono arreso.<br />
Un caso fortunato ha voluto che a pranzo m’incontrassi con Rosemarie, la mia più fidata <em>Gastgeberin</em> berlinese, che ha anche il merito di aver reso possibile il racconto <em>Protokoll H</em> contenuto nel libro nuovo. Dopo una <em>Boulette</em> con insalata di patate e caffè abbiamo fatto, nonostante i miei piedi un po’ doloranti, una passeggiata tra Alexanderplatz e Unter den Linden. Un’autentica, affollata <em>Turistenmeile</em>, molto diversa anche solo da quando la vidi per la prima volta, otto anni fa e mezzo. A due passi dalla porta di Brandeburgo abbiamo preso l’S-Bahn, poi lei è salita in autobus e io sono rientrato in hotel. Qui ho avvolto foglietti ripiegati di carta igienica intorno ai mignoli, che si erano tutti arrossati; quello sinistro aveva persino già una bolla.<br />
Alle cinque, puntuale, in borsa i miei libri e in mano i <em>Diari </em>di Gombrowicz in traduzione tedesca appena acquistati da Dussmann, ero all’Europäisches Haus, Unter den Linden 78. Un palazzo non grande ma lussuoso, i cui marmi mi hanno come risucchiato. Ero il primo arrivato. Nella sala al primo piano dove avrebbe avuto luogo l’incontro, le sedie intorno al podio, circa duecento, erano tutte vuote, azzurre e troppe. In fondo alla sala, il giovane fonico fissava lo schermo di un computer portatile e non si è accorto, o ha finto di non accorgersi di me.<br />
Sono rimasto nell’anticamera a osservare fuori dalle finestre, la gente per strada, scavalcando con gli occhi le bandiere degli stati europei disposte verticali una dopo l’altra dietro ai tavoli dove, supponevo, avrebbero sistemato i cibi e le bevande del rinfresco finale. Il primo a presentarsi è stato Georg Gehlhoff, dell’istituto di cultura italiano, con il quale tra l’altro abbiamo parlato brevemente di Walter Kempowski, ma che presto si è dileguato con i tre giovani aiutanti, un ragazzo e due ragazze, per approntare l’evento più atteso della serata, il rinfresco finale appunto. Poco dopo sono arrivati la signora Presle, responsabile organizzativa del ciclo d’incontri, e Wohlfahrt, che finalmente conoscevo di persona. Verosimilmente gay: un motivo in più per spiegarmi la sua amicizia con Reimund Frenzel, di Weimar, responsabile del lascito di Gino Hahnemann, il poeta omosessuale scomparso nel 2006 che nel <em>Libro di Egon</em> appare come Tazio. Con lui, voglio dire con Wohlfahrt, ci siamo ritirati in una stanza a concordare nuovamente, più in dettaglio, i temi della nostra conversazione.<br />
A un certo punto è arrivato un alto funzionario EU, non ho capito bene chi fosse, è sparito presto. Poco dopo ci ha raggiunti Heinrich Schmidt-Henkel, traduttore, che avrebbe letto gli estratti tedeschi. Ho fatto leggere a Wohlfahrt il passo dai <em>Diari</em> di Gombrowicz che avrei voluto leggere in chiusura dell’incontro. Non gli è piaciuto, l’ha trovato troppo pessimista. Gli ho chiesto se riteneva che fosse meglio evitare. Non ha detto no; ha detto che se ero io a desiderarne la lettura, si faceva. Era della parrocchia come te, volevo dirgli, ma non l’ho fatto; Gombrowicz non era sensibile alla comunella omosessuale, e chissà, forse neanche Wohlfahrt. Poco prima delle sei, infine, si è presentato il nuovo direttore dell’istituto, uno spagnolo, in mano dei fogli stampati: la riproduzione della copertina di <em>Quando si vive</em> e le notizie su di me, il tutto scaricato probabilmente dal sito dell’istituto di cultura italiano.<br />
Alle sei ha bussato la signora Presle, che ci ha annunciato: la sala è piena. Piena di gente che fino a oggi non mi aveva mai sentito nominare e che tra due ore avrà già bell’e dimenticato tutto, ho pensato. Ho firmato due dediche sui libri per Wohlfart, che li avrebbe aggiunti alla biblioteca della Literaturwerkstatt, e siamo usciti.<br />
All’ingresso dell’anticamera con le bandiere, due ragazze sedute al tavolo con gli <em>Ansichtsexemplare</em> dei miei pochi libri (3) segnavano gli arrivi su una lista; l’incontro, non l’ho detto, era su prenotazione.<br />
La sala era effettivamente piena, l’età media avanzata, il pubblico eterogeneo, da rinfresco. Entrando, Wohlfahrt ha salutato con un sussulto una persona sul fondo e me l’ha indicata: “Guarda chi c’è.” Mi sono voltato, era un ragazzo moro col pizzetto, non lo conoscevo, Wohlfahrt mi ha detto: “È il ragazzo di Gino.” Poi abbiamo raggiunto il centro della sala. Mi sentivo osservato.<br />
Abbiamo preso posto nelle poltrone sul palchetto, divisi da un tavolino con bottiglie d’acqua e bicchieri. È sopraggiunto il fonico e ci ha sistemato i radiomicrofoni sulle camicie. L’alto funzionario ha presentato l’incontro dal podio alla nostra destra. A seguire, l’introduzione dello spagnolo. Poi è toccato a Bolaffi, che dopo avermi definito <em>Grenzmensch</em> (una mia imbeccata della mattina) e citato Churchill, ha ricordato che di lì a due giorni sarebbe stato premiato Magris. Infine ha parlato Wohlfahrt, presentandomi in dettaglio. Il tutto intervallato da flash e applausi, anche miei.<br />
È giunto il mio turno. Ho ringraziato istituzioni e persone, ho presentato l’estratto che avrei letto, da <em>Anima bella</em>, ho letto ad alta voce le prime due pagine in italiano e ho ricevuto un applauso. Poi Schmidt-Henkel ha riletto da capo, in tedesco, fino alla telefonata con la nonna. Un altro applauso. Era il momento della conversazione. Sul fondo della sala, in piedi, con lo sguardo perso fuori dalla finestra, ho riconosciuto il mio amico Douglas, traduttore statunitense.<br />
I temi conduttori sono stati, nell’ordine: Alto Adige, televisione, Italia, letteratura italiana contemporanea. Non dirò qui tutto ciò che ho detto, non è importante. Dirò invece soprattutto quel che avrei dovuto dire, e non ho detto, mentre avanzavo in fragile equilibrio tra cliché e generalizzazioni, stereotipi e semplificazioni. Dire qualcosa d’intelligente è incredibilmente difficile, tanto più in un’altra lingua. Almeno per me.<br />
<em>Alto Adige</em>. (Un tema che, stranamente, ha interessato tutti; oltre i confini locali pare che la gente conosca molto poco la situazione in Alto Adige, belle montagne a parte.) Ho detto: l’Alto Adige è una colonia di tipo particolare, perché i colonizzati sono sempre stati meglio dei colonizzatori (risatine). Eccetera. Alla domanda di Wohlfahrt, come si sarebbe potuta risolvere la situazione altoatesina, non avrei dovuto parlare della problematicità di nuovi confini “euroregionali” in un’epoca in cui ci si sforza di eliminare i confini europei – luogo comune –, né dire che il cambiamento dovrebbe partire da un maggior ascolto dei bisogni di entrambi i gruppi linguistici da parte della classe politica, evitando però che questo si trasformi in populismo – aria fritta. Avrei dovuto semplicemente rispondere: scuola plurilingue e promozione di una cultura popolare mista.<br />
<em>Televisione</em>. Ho detto: non guardo la tivù da parecchi anni, perché mi offende. Tuttavia ho voluto esprimere un timore suffragato dalla memoria, da evidenze materiali e da pareri altrui: la tivù negli ultimi vent’anni ha tirato fuori il peggio degli italiani. E poi, visto che Wohlfahrt insisteva con il tema, ho sparato: i telegiornali italiani informano ogni giorno a lungo sulla politica interna e su ciò che ha detto il papa, mentre quello che accade nel resto del mondo rimane praticamente ignoto (risatine); la nostra provincialità viene anche da qui. Non ho detto: la tivù è il maggior strumento con il quale negli ultimi vent’anni una loggia massonica deviata ha realizzato il suo piano di conquista del potere, e questa non è certo una dichiarazione politica, ma la semplice verità storica.<br />
<em>Italia</em>. Ho detto: negli ultimi vent’anni la tivù ha tirato fuori il peggio degli italiani, almeno molti di quelli che conosco io, anche intimamente, e questo mi fa molto soffrire; negli ultimi vent’anni gli italiani hanno perso una parte della bellezza del loro carattere a causa della volgarità televisiva; oddio, forse gli italiani non sono poi così peggiorati, però appena si comincia a parlare di politica diventano bestie astiose, litigano, s’incarogniscono, e questo non in nome di progetti, idee o visioni politiche, ma semplicemente a seconda che si sia “con” o “contro” di lui; e questo, quando accade nella mia vita privata, mi fa molto soffrire. Non ho detto che in Italia, a fronte di una scarsissima coscienza politica, la politicizzazione delle menti è alta, e questo grazie al nostro essere all’avanguardia nel populismo mediatico, ma insomma si era capito.<br />
<em>Letteratura italiana contemporanea</em>. Alla domanda di Wohlfahrt, qual è mai la situazione in Italia, visto che negli ultimi anni si traduce così poco, non avrei dovuto perdermi in un discorso senza capo né coda su certi autori del secolo scorso che ritengo maestri, né tirare in ballo il caso Saviano, parlando di <em>Gomorra </em>e di «<em>neapler mafia</em>» (<em>sic</em>), per poi non trarne una conclusione chiara. Avrei dovuto semplicemente dire: non so rispondere in generale, ma in particolare conosco ad esempio scrittori molto bravi che però vendono poco, e forse per questo non vengono tradotti.<br />
Dopo la prima parte di conversazione, in cui era solo Wohlfahrt a interpellarmi, ci sono state le domande del pubblico. Non sono state molte. Qui voglio ricordarne due.<br />
Una donna, a proposito della questione altoatesina, ha osservato che forse, se la politica ha delle mancanze permanenti, potrebbe essere la letteratura a provvedere e in particolare, ha detto, a nominare (<em>benennen</em>) quella realtà e le sue contraddizioni. Ho detto che sì, aveva detto bene, la letteratura, semmai, non può fare altro che nominare (avrei dovuto dire esplorare, scoprire i lati meno ovvii e più concreti); la letteratura, infatti, non può cambiare le cose, non può avere un’influenza su di esse. Sentivo che la mia affermazione deludeva, che il kitsch di una dichiarazione di fede nella letteratura sarebbe piaciuto di più. Ho calcato la mano: la letteratura ha ormai un ruolo minoritario nella cultura, anche per questo è difficile pensare che possa influire sulla realtà, a parte appunto coglierla in modo veritiero nei modi che le sono propri. E comunque, ho detto, io personalmente non so mica se sono in grado di assolvere un simile compito. La donna ha detto che lo sono, voleva farmi un complimento, e io, stronzo che sono, non l’ho neanche ringraziata.<br />
Un ragazzo nero con la zeta alveodentale (si può dire?) mi ha chiesto, a proposito della provincialità italiana, se una maggior traduzione di testi stranieri potrebbe porre rimedio al problema; e poi mi ha chiesto se ci sono altri casi di «coraggio» come Saviano, se credo che il coraggio possa o debba toccare altri scrittori italiani. Ho detto, per rispondere alla prima domanda, che sì, certo, e non solo, io per esempio ho tenuto all’università un corso di cosiddetta letteratura della migrazione, scritta cioè da italofoni originari di altri paesi, soprattutto del cosiddetto terzo mondo, e il loro sguardo sull’Italia e gli italiani eccetera. Poi ho detto che il coraggio non è di tutti e non è neanche un valore estetico, che so di scrittori magari anche un po’ vigliacchi ma che hanno scritto bei libri, che Saviano ha scritto quel che ha scritto perché è la sua storia personale ad averlo portato lì, perché non poteva scrivere nient’altro che quel libro, e che non è detto che se altri scrittori osano allo stesso modo, com’è già stato fatto, ne venga fuori un libro altrettanto ad effetto. Avrei dovuto dire: <em>Gomorra</em> più che un libro di Saviano è un libro di Mondadori, per questo è diventato quel che è; e l’Italia più che di scrittori ha bisogno di eroi, per questo Saviano è diventato quel che è. Ma non l’ho detto.<br />
Quando anche le domande del pubblico erano esaurite, Wohlfahrt ha annunciato la mia lettura finale, che io ho poi presentato. Nel 1963 il mio maestro Witold Gombrowiz fu, con Ingeborg Bachmann, il primo <em>DAAD-Stipendiat</em> presso l’Akademie der Künste, dove io ho ottenuto una borsa di scrittura nel 2008, quarantacinque anni dopo – un fatto che mi ha molto confuso, volevo dire, invece ho detto <em>verwirrend</em>, sconcertante (risatine). In un mio testo di qualche anno fa, inoltre, avevo citato un brano di Gombrowicz sull’Europa, e siccome adesso ero capitato in quella sede di rappresentanza dell’Europa e a Berlino sento spesso vagare lo spirito di Gombrowicz (?), volevo concludere l’incontro con questo omaggio al mio maestro.<br />
«Amico mio, permettetemi per una volta, in via del tutto eccezionale, di occuparmi di qualcosa che non sia io stesso: l’Europa. “Europa!” Questa parola m’infiamma, tanto è più vasta di “Germania”, di “Polonia” o di “Francia”, e ricca com’è di un’energia crescente. Ma al progresso della tecnica, in Europa, non si è affatto accompagnato il progresso dell’umanesimo&#8230; Lo spirito dell’Europa è forse riuscito a infiltrarsi nella macchina? Che cosa è dunque successo perché tra noi, gli umanisti, si debba constatare una simile catastrofe? La musica va in frantumi, la poesia si inaridisce, la letteratura diventa spaventosamente noiosa. La coscienza si trova ormai da duecento anni sotto il segno del rimpicciolimento: in Germania Kant, Marx, Husserl e Heidegger segnano le tappe successive di una cauta e progressiva riduzione dello spirito. Ma il crollo nell’arte e nella letteratura non ha niente a che vedere con questo processo – della cui gravità, del resto, non si può dubitare. Che fiasco! Una terrificante stupidità si manifesta in tutto ciò che facciamo, nel nostro modo di creare (la creazione è diventata cerebrale e ostica), nel nostro modo di parlare d’arte (troppe chiacchiere), in ogni ingranaggio del nostro piccolo mondo artistico, questo macchinario gigantesco composto da centomila dottori, associati, interpreti, commentatori occupati a succhiare il sangue pallido dei corpi anemici di decine di migliaia di creatori scaduti nella volgarità. Che cosa sta succedendo? Dove sono finiti i tesori della nostra gastronomia artistica, quei magnifici chateaubriand al sangue che furono Goethe e Beethoven? Come fare affinché l’arte smetta di essere l’espressione della nostra mediocrità per tornare ad essere quella della nostra grandezza, della nostra bellezza, della nostra poesia? Ecco il programma che propongo: Primo, prendere coscienza, senza risparmiarci il dolore, della nostra catastrofe. Secondo, rigettare tutte le teorie estetiche elaborate nel corso degli ultimi cinquant’anni e il cui fine occulto è quello di indebolire la personalità; tutto questo periodo è stato avvelenato dalla tendenza a livellare i valori e gli uomini – che vadano al diavolo! Terzo, una volta che si è fatta piazza pulita di queste teorie, volgersi nuovamente verso i grandi personaggi, le grandi figure del tempo passato e, in alleanza con esse, ritrovare in noi stessi le fonti eterne del volo, dell’ispirazione, dell’entusiasmo e del fascino. Perché non c’è democrazia dove non c’è posto per una sorta di aristocrazia, di élite». Applauso.<br />
La lettura del testo in tedesco si è conclusa con una frase ulteriore, la vera ultima frase del testo, che il mio estratto non comprendeva: «Colgo l’occasione per salutare affettuosamente la signora Hanne Garthe di Saarbrücken». Risata, applauso finale.<br />
Ci siamo alzati ed è cominciata la processione privata dei saluti e dei ringraziamenti, mentre fuori dalla sala iniziava l’assalto al rinfresco. Ho porto la mano a Wohlfahrt, non se l’aspettava. Credo di non essergli piaciuto molto. Ho ringraziato il direttore Bolaffi, la graziosa direttrice del Goethe Institut, signora Fraenkel-Thonet, la cara Barbara Voigt dell’Akademie der Künste, il lettore tedesco, il direttore dell’Europäisches Haus e Marina Mezzasalma; è passato velocemente il ragazzo di Gino, ci siamo stretti la mano ed è scomparso; poi sono stato chiamato dal fotografo ufficiale per un piccolo servizio nel cortile interno.<br />
Non è stato facile. Già non sono fotogenico. Ma soprattutto, come ci si può rilassare davanti a un obiettivo senza conoscere il fotografo? Non potevamo intrattenerci per qualche minuto prima di scattare? Comunque in qualche modo è andata.<br />
Sono rientrato e ho salutato e ringraziato altre persone. Mentre mi intrattenevo brevemente con l’impiegata del Goethe Institut, signora Metzger, che mi ha regalato un mazzetto di fiorellini, forse campanule nane (esistono?), ho visto Douglas nel cortile interno. Poi ho trovato Reimund Frenzel, che aveva sbagliato orario ed era appena arrivato da Weimar con altri amici; mi dispiaceva, ero stato contento quando mi aveva scritto che sarebbe venuto. Mi dispiaceva per lui, voglio dire, che era venuto per niente. Dopo Reimund, una signora mi ha chiesto perché non scrivo sceneggiature, visto che in Italia la televisione è così importante. Le ho detto che primo, dalla provincia è difficile arrivare a Roma o Milano e lì proporsi e ottenere attenzione, e secondo, che comunque per ora non ne sono capace, dovrei prima esercitarmi.<br />
Quando anch’io finalmente sono riuscito a raggiungere l’anticamera, ai margini della ressa ho incontrato Verena e Gert, i miei amici austriaci, residenti a Neukölln, autori della foto di copertina di <em>Quando si vive</em>. Ho donato loro una copia, ma non siamo riusciti subito a parlare, perché mi ha raggiunto Marina Mezzasalma, con la quale tuttavia ci siamo intesi bene. Poi mi ha interpellato una donna che ha mosso alcune obiezioni alle mie affermazioni sull’Italia, che giudicava inesatte o troppo clementi; prima di congedarsi, ha detto di avere un figlio della mia età, avvocato, e che Berlusconi è un delinquente e basta. Avrei voluto dirle: si sbaglia, Berlusconi è molto altro. Ma non l’ho detto. Poi finalmente ho potuto chiacchierare con Verena e Gert nonostante la bolgia, e anche ottenere un bicchiere di <em>Sekt</em> dal giovane aiutante dell’istituto di cultura italiano. Pian piano la gente si disperdeva, sono passati da me per accomiatarsi Bolaffi e Wohlfahrt, Douglas non l’ho più visto. Rosemarie, che Gert e Verena avevano visto di sfuggita, non l’ho vista proprio. Alla fine, quando ormai se n’erano andati quasi tutti, mi sono intrattenuto ancora un po’ con Gehlhoff, l’amante di Kempowski, il tempo di finire il <em>Sekt</em> e mandar giù due pezzi di focaccia. Poi ho salutato anche lui e ho raggiunto Verena e Gert, che mi aspettavano già dabbasso.<br />
Abbiamo camminato verso la Friedrichstraße pensando a dove mangiare. Siamo arrivati fino alla stazione, poi però abbiamo deciso di andare al ristorante tailandese sotto casa di Rosemarie, nella Mauerstraße. Così ho chiamato anche lei, che era appena rientrata, e ci siamo dati appuntamento lì. Douglas invece era già sulla via di casa, l’ho ringraziato di esserci stato, forse ci rivedremo in maggio.<br />
Ho cenato con Verena, Gert e Rosmarie, gli amici berlinesi che hanno contribuito in un modo o nell’altro a libro nuovo. Anche a Rosemarie ho donato una copia, e su entrambe, lì nel ristorante, ho scritto una dedica. Ci siamo alzati prima di mezzanotte, tutti stanchi, e sono rientrato in hotel a piedi.<br />
In camera è stato un sollievo togliersi i calzini. I cerotti e la carta igienica erano serviti, tuttavia il mignolo destro mi faceva ancora male. E comunque mancava ancora il tragitto fino all’aeroporto, l’indomani.<br />
La mattina dopo, a colazione, mi è venuto un pensiero, non me ne voglia la mia compagna: nelle ultime quarantott&#8217;ore, nonostante fossi a Berlino (?), non ho visto una sola donna che abbia suscitato il mio desiderio.<br />
Rientrando in camera, l’ultimo corridoio era ostruito dal carrello di una donna delle pulizie. Mentre mi avvicinavo, è uscita di spalle dalla camera che stava riordinando. Mora, giovane e bella, jeans neri attillati. Mentre poi le passavo davanti scusandomi, l’ho vista in faccia, la grazia discreta del sorriso e i begli occhi scuri.<br />
Sono rientrato in camera e mi sono messo a lavorare di gran lena alla <em>Novelle</em> berlinese. Alle undici hanno bussato, ho aperto, era lei. Guardandomi un po’ languida, mi è parso, lo stesso sorriso di prima, attese finché la informai che di lì a poco me ne sarei andato, poi disse: “Kein Problem”. E in effetti subito dopo ho chiuso il computer portatile e ho infilato scarpe e giacca. La valigia era già pronta.<br />
Il carrello era in un altro corridoio, più vicino all’ascensore, ma lei non l’ho rivista; non l’ho nemmeno cercata, perché un nuovo e più esteso dolore era comparso nel piede sinistro, stavolta sotto, all’altezza del tarso.<br />
Durante il viaggio di ritorno, ogni volta che era possibile, negli aeroporti di Berlino e Francoforte e poi in macchina con la mia compagna che è venuta a prendermi a Verona, mi sono tolto le scarpe. Ogni volta è stato un po’ di sollievo.</p>
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