<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>harz.it &#187; testi</title>
	<atom:link href="http://harz.it/category/testi/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://harz.it</link>
	<description>UBI LIBERTAS IBI PATRIA</description>
	<lastBuildDate>Wed, 14 Jul 2010 07:41:03 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.0</generator>
		<item>
		<title>L&#8217;ombra lunga di Socrate</title>
		<link>http://harz.it/2010/03/25/lombra-lunga-di-socrate/</link>
		<comments>http://harz.it/2010/03/25/lombra-lunga-di-socrate/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 25 Mar 2010 16:26:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[testi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://harz.it/?p=397</guid>
		<description><![CDATA[Tra i vari dibattiti intorno alle cosiddette radici europee non ve n’è uno, che io sappia, che abbia coinvolto seriamente l’arte letteraria nata insieme con l’Europa moderna: il romanzo. Forse perché il romanzo non ha sufficiente presunzione o sottomissione – o serietà – per fungere da radice a qualcosa che gli sia superiore, presentandosi piuttosto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">Note: There is a print link embedded within this post, please visit this post to print it.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra i vari dibattiti intorno alle cosiddette radici europee non ve n’è uno, che io sappia, che abbia coinvolto seriamente l’arte letteraria nata insieme con l’Europa moderna: il romanzo. Forse perché il romanzo non ha sufficiente presunzione o sottomissione – o serietà – per fungere da radice a qualcosa che gli sia superiore, presentandosi piuttosto come un albero a sé, come indica il titolo di un bel saggio di Massimo Rizzante (<em>L’albero</em>, Venezia 2007): un albero cresciuto nella stessa vegetazione narrativa che in precedenza aveva visto nascere l’epopea classica e altri generi letterari che del romanzo possono essere considerati progenitori, come il cosiddetto romanzo greco o bizantino – ma nel I-II sec. d.C., quando apparvero, queste narrazioni non erano indicate con questo nome – e varie opere epiche e cavalleresche medioevali che per prime furono chiamate “romanzi”, perché erano scritte in lingua neolatina o volgare.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, a dispetto della sua modestia o del suo spirito libero, il romanzo moderno, l’unico che si possa definire propriamente come tale, è tra le entità che meglio possono aiutarci a comprendere la cultura del nostro continente.</p>
<p style="text-align: justify;">Il romanzo nasce in pieno clima rinascimentale, nell’epoca delle grandi scoperte geografiche e scientifiche che daranno agli europei una coscienza radicalmente nuova della propria posizione “relativa” nel mondo e nell’universo, e si manifesta fin da subito come replica non-seria e parodica alla cultura ufficiale: in <em>Gargantua e Pantagruele</em> (1532-34) di François Rabelais, il narratore Alcofribas Nasier (anagramma del nome dell’autore) entra nella bocca del gigante protagonista e vi trova tutto un mondo, con i denti come montagne e, ai loro piedi, enormi prati e foreste e città, e poi un paese dove gli abitanti guadagnano dormendo, e più di tutti incassano «quelli che ronfano ben forte». Nel <em>Don Chisciotte</em> (1605-15) di Miguel de Cervantes, l’hidalgo Alonso Quijano, appassionato fino alla follia di romanzi cavallereschi medievali, decide di farsi egli stesso cavaliere errante, ma, poiché nel frattempo Dio stava «abbandonando il posto da cui aveva diretto l’universo e il suo ordine di valori, separato il bene dal male e dato un senso ad ogni cosa», una volta fuori di casa Don Chisciotte non è più in grado di riconoscere il mondo: «questo, in assenza del Giudice supremo, apparve all’improvviso in una temibile ambiguità: l’unica Verità divina si scompose in centinaia di verità relative, che gli uomini si spartirono fra loro. Nacque così il mondo dei Tempi moderni, e con esso il romanzo, sua immagine e modello».</p>
<p style="text-align: justify;">Sono parole, queste ultime, di Milan Kundera, tratte dal primo capitolo de <em>L’arte del romanzo</em> (1986). Kundera è, tra i contemporanei, il romanziere che forse più di ogni altro si è adoperato per la comprensione teorica di quella che egli stesso ha proposto di considerare una vera e propria arte, non semplicemente un genere letterario tra gli altri, e ciò soprattutto in virtù del suo specifico sguardo sul mondo, uno sguardo ironico, critico, <em>prosastico</em>,<em> </em>consapevole dell’ambiguità ontologica delle cose umane e della loro ineluttabile materialità.</p>
<p style="text-align: justify;">In una conferenza tenuta a Gerusalemme nel 1985 e poi raccolta nello stesso volume, Kundera ricorda un altro episodio di <em>Gargantua e Pantagruele</em>: nel terzo libro, Panurge, fedele amico di Pantagruele, non sa se deve o non deve sposarsi; l’intero libro è l’esplorazione di questo dubbio da ogni possibile punto di vista attraverso le visite che Panurge fa a ogni tipo di specialisti ed eruditi, senza che alla fine il suo dubbio sia risolto. Qual è la lezione di una simile irresolutezza, così simile all’ambiguità del reale su cui Don Chisciotte si ritrova a proiettare il suo ideale cavalleresco? Essa risiede, secondo Kundera, nella «<em>saggezza dell’incertezza</em>», che consiste nel saper affrontare e accettare, nella letteratura come nella vita, «una quantità di verità relative che si contraddicono»; ed è una saggezza che si contrappone all’atteggiamento eroico dell’<em>ego cogitans</em> cartesiano: «La saggezza del romanzo differisce da quella della filosofia. Il romanzo è nato non dallo spirito teorico, ma dallo spirito dello humour».</p>
<p style="text-align: justify;">Se questo è vero, allora non c’è niente di più lontano dallo spirito del romanzo moderno dell’atteggiamento eroico, più serio che mai, dei protagonisti dei romanzi cavallereschi medioevali, o della devota sottomissione alla volontà divina che contraddistingue i personaggi innamorati nei romanzi greci o bizantini – e i loro autori. In effetti, se è vero che l’albero del romanzo moderno condivide con questi progenitori la comune appartenenza a una medesima vegetazione narrativa, tuttavia è altrove che vanno cercati gli antenati del suo «spirito dello humour».</p>
<p style="text-align: justify;">A individuarli, sulle orme di un’intuizione di Friedrich Schlegel, fu Josè Ortega y Gasset, che nelle sue <em>Meditazioni del Chisciotte </em>(1914) ha illuminato la parentela dello stile di Cervantes con il <em>Simposio</em> di Platone e il mimo antico. Alla fine del <em>Simposio</em>, Aristodemo, risvegliato dal canto dei galli, nota che tutti i convitati della sera prima se ne sono andati, tranne l’ospite Agatone, poeta tragico, Aristofane, poeta comico, e Socrate, seduto in mezzo a loro. Aristodemo è troppo assonnato per badare ai dettagli del loro colloquio, ma ne ricorda la sostanza: «Socrate li costringeva ad ammettere che è proprio di una stessa persona il saper comporre una commedia e una tragedia, e che colui che, per arte, è creatore di tragedie lo è anche di commedie». Ma Agatone e Aristofane, dopo una notte di bevute e discussioni, cadono dal sonno, faticano a seguire il ragionamento di Socrate e, uno dopo l’altro, si addormentano. Soltanto molti secoli dopo, Shakespeare e Cervantes incarneranno finalmente il “tragicommediografo” invocato da Socrate. Ma se la fortuna di Shakespeare è un fiume maestoso che attraversa tra solidi argini gli ultimi quattro secoli di cultura europea, che dire di quella che Kundera chiama «la denigrata eredità di Cervantes»?</p>
<p style="text-align: justify;">A Gerusalemme, nel 1985, il romanziere boemo proseguiva così la sua riflessione: «Uno degli sbagli dell’Europa è di non aver mai capito l’arte più europea, il romanzo; né il suo spirito, né le sue immense conoscenze e scoperte, né l’autonomia della sua storia». Allora Kundera si riferiva alla misconosciuta <em>vis</em> critica del romanzo nei confronti delle certezze ideologiche e scientifiche che hanno forgiato la cultura europea moderna all’insegna dell’<em>hybris</em> e della conoscenza “assoluta”, obliando troppo spesso la tragicomica bellezza dell’imperfezione umana. Da allora, tuttavia, l’Europa e il mondo sono stati investiti da un mutamento forse altrettanto radicale del passaggio rinascimentale.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1989, il sistema totalitario in cui Kundera era nato, cresciuto e dal quale era fuggito, crollò per lasciare il posto all’ideologia mascherata da assenza d’ideologie del neoliberismo, la cui invasività sull’individuo e sulla sua libertà di vita e pensiero era altrettanto reale dei totalitarismi novecenteschi, ma più difficile da smascherare, perché disancorata da un potere politico ben individuabile, e perciò tanto più ardua da debellare. All’inizio di quello stesso periodo, la <em>fatwa</em> scagliata dall’ayatollah Khomeyni contro Salman Rushdie per presunti contenuti blasfemi nel suo romanzo <em>I versi satanici</em> confermò la diagnosi del romanziere boemo, il triste destino dello spirito del romanzo in un mondo in cui l’incertezza e l’ambiguità del reale sono cancellate in nome di un’unica Verità. Eppure nei due decenni successivi, in un’Europa cieca davanti a uno dei prodotti più preziosi della sua storia culturale e stretta ai fianchi da una simile morsa ideologica, lo spirito del romanzo ha continuato a essere il migliore strumento di resistenza e affermazione di una coscienza culturale critica – in Europa come in tutto il mondo industrializzato.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa coscienza, di matrice europea ma ormai mondializzata – nella seconda metà del XX secolo l’arte del romanzo ha dato il meglio di sé fuori dal continente dove vide la luce –, è incarnata in modo esemplare dalla scrittrice Elizabeth Costello, protagonista dell’omonimo romanzo (2003) di J. M. Coetzee. Elizabeth appare per la prima volta in un piccolo saggio narrativo di Coetzee, <em>La vita degli animali</em> (1999), un autentico gioiello di prosa romanzesca. L’«empatia» che lì ella propugna, ossia la capacità umana di immaginarsi nei panni di qualcun altro, sia esso un altro uomo o un animale, ricorda da vicino l’ironia amorevole e giocosa che permette ai primi romanzieri moderni di comprendere le ragioni di ogni verità. Del resto, questo breve testo sulle violenze perpetrate dagli uomini sugli animali – un aspetto fondamentale della coscienza contemporanea –, ha una forma singolarmente affine a quella dei dialoghi platonici: la verità di Elizabeth è sempre messa a confronto con quelle dei suoi interlocutori, e nessuno alla fine può vantare più ragione degli altri. Nel primo capitolo del romanzo che valse a Coetzee il Nobel, poi, il narratore, figlio di Elizabeth, dice alla donna con cui ha passato la notte, a sua volta figlia alquanto tipica delle certezze ideologiche e scientifiche: «Penso che tu sia sconcertata, anche se non lo vuoi riconoscere, dal mistero del divino nell’umano. Tu sai che c’è qualcosa di speciale in mia madre – che è poi quello che ti attira di lei –, però quando la incontri si rivela per quello che è: una vecchia signora come tante altre. Non riesci a far quadrare le due cose». Ma che cos’è lo sconcerto della donna, se non l’incapacità di riconoscere nella vecchia Elizabeth Costello lo stesso <em>daimon</em> che pungolava Socrate?</p>
<p style="text-align: justify;">Autori contemporanei come Kundera, Coetzee o Rushdie e, dopo di loro, Roberto Bolaño, Dubravka Ugrešić, Ingo Schulze o Zadie Smith, sono tra coloro che, fedeli alla lezione di Rabelais e Cervantes, hanno saputo confrontare l’arte del romanzo con i mutamenti che hanno cambiato l’Europa e il mondo negli ultimi decenni, e che la crisi di quest’ultimo periodo sta soltanto evidenziando nelle sue emergenze più palesi: ondate migratorie senza precedenti e l’accumulo delle ricchezze nelle mani di pochi, nuove forme di povertà e il pericoloso riflusso del razzismo, l’alienazione mediatica della vita umana e la cultura trasformata in un festival permanente di ibridazioni usa e getta, prive di complicità con il passato e il futuro.</p>
<p style="text-align: justify;">In <em>Idea del teatro</em>, una conferenza tenuta da José Ortega y Gasset nel 1946, subito dopo la devastazione bellica che segnò la fine dell’Europa moderna, Ortega dice: «La continuità è la feconda convivenza o, se si vuole, la coabitazione del passato con il futuro, ed è l’unico modo efficace di non essere reazionario. L’uomo è continuità, e quando la rompe (e nella misura in cui la rompe) vuol dire che smette transitoriamente di essere uomo, rinuncia a se stesso e diventa altro – <em>alter</em> –; vuol dire che è alterato, che nel paese ci sono state alterazioni. Bisogna, allora, fare in modo che queste alterazioni non si verifichino più, bisogna che l’uomo torni ad essere se stesso, o come son solito dire, con uno stupendo vocabolo che solo la nostra lingua possiede, che smetta di alterarsi e riesca a <em>ensimismarse</em>».</p>
<p style="text-align: justify;">L’Europa di oggi, plurale e contraddittoria, ambiguamente carnevalesca, non è certo la Spagna post-bellica; ma non è forse vero che il continente, schiacciato com’è sull’eterno presente del “totalitarismo consumista”, minacciato dai nuovi populismi e abbacinato dal kitsch della memoria, dalla celebrazione decorativa delle proprie cicatrici, ha smarrito il senso vivo della continuità? E che altro è l’incomprensione verso l’«arte più europea» deplorata da Kundera nel 1985 se non un indizio di questo smarrimento?</p>
<p style="text-align: justify;">Alla fine del <em>Simposio</em>, al sorgere dell’alba, Agatone e Aristofane si addormentano, e il “tragicommediografo” invocato da Socrate dovrà aspettare le soglie dell’età moderna per incarnarsi nei primi grandi autori europei. Oggi la loro eredità dipende dalla nostra capacità di rimanere vigili, di non addormentarci davanti all’ambiguità irriducibile del nuovo giorno globale. E in questo saremo certo rafforzati se sapremo riscoprire e valorizzare le radici romanzesche dell’Europa, ritrovando in esse la saggezza dell’incertezza, lo spirito dello humour: la capacità di accogliere con ironia le molteplici verità che animano il nostro continente e il mondo intero. Del resto, solo così potremo riuscire veramente a <em>ensimismarnos</em>, a essere noi stessi e riscoprire la nostra fecondità culturale.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>(Questo intervento è apparso sul numero 2-3/2009 della rivista altoatesina «<a href="http://www.altoadigecultura.org/rivista.html">Il cristallo</a>» e, in versione tedesca, inglese, francese, polacca e portoghese sul numero 3/2010 della rivista «<a href="http://www.ifa.de/pub/kulturreport-fortschritt-europa/literatur/">Kulturreport</a>» edita dall&#8217;Institut für Auslandsbeziehungen di Stoccarda.)</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://harz.it/2010/03/25/lombra-lunga-di-socrate/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Nugole</title>
		<link>http://harz.it/2009/10/18/nugole/</link>
		<comments>http://harz.it/2009/10/18/nugole/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 18 Oct 2009 07:09:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[testi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://harz.it/?p=350</guid>
		<description><![CDATA[* La mattina presto, svegliati dai versi già vispi di nostro figlio, prenderlo in mezzo a noi e stare lì, a letto, ancora assonnati, a coccolarsi blandamente, senza pronunciare parola, come scimmie. * Quelli che propugnano la democrazia diretta – oggi – in Italia! Un ideale di estrema sinistra offerto in pasto alla barbarie populista: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La mattina presto, svegliati dai versi già vispi di nostro figlio, prenderlo in mezzo a noi e stare lì, a letto, ancora assonnati, a coccolarsi blandamente, senza pronunciare parola, come scimmie.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Quelli che propugnano la democrazia diretta – oggi – in Italia! Un ideale di estrema sinistra offerto in pasto alla barbarie populista: come si fa a voler affidare uno stato, le sue leggi e la sua costituzione, a decine di milioni di persone abbrutite dalla propaganda televisiva, sempre più razziste e analfabete? Sconsiderati!</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Sperava di aver dato alle stampe un libro <em>vario</em>, conforme al principio classico della <em>varietas</em>, ma già i primi giudizi altrui lo costrinsero ad ammettere di aver scritto solo un libro<em> disuguale</em>, conforme al vizio moderno del disvalore.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il bisogno un po’ ansioso di frequentare donne ironiche. Non donne e basta. Né persone ironiche di sesso imprecisato. Ma donne, e ironiche: tipo raro e entusiasmante, la crema dell’umanità.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Sabato mattina luminoso e fresco. Spuntino di metà mattinata con pane, affettato e un sorso di vino bianco, mentre le narici sono accarezzate dal profumo del basilico fresco – reminiscenza: analoghe situazioni passate, vagamente vacanziere; ricalco nel capriccio di gola le orme di mio padre.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">A partire da una certa età, l’emozione ha cominciato a essere un fatto di memoria, comparativo, l’effetto della sovrapposizione di due tempi: è l’appercezione presente che richiama in vita, per affinità, un vissuto remoto. Insomma, a partire da una certa età, l’emozione è soprattutto <em>riconoscimento</em>. E sempre un po’ nostalgica.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Appena la morte, quella vera, si impadronisce del nostro orizzonte – un improvviso scivolone nella vecchiaia, la scoperta di una malattia incurabile ecc. –, anziché cercare di fare tutto quello che ancora si vorrebbe, mettersi a flirtare con la noia, fermarsi, non far niente: chissà che non allunghi la vita rimanente e, più la noia ci possiede, più una simile vita, se il gioco funziona, dovrebbe risultarci intollerabile, sospigendoci così, non senza pietà, tra le braccia della fine.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><!-- .entry-meta --> <!-- .entry-head --></p>
<div style="text-align: justify;">
<div>
<p>Il vizio si nutre di quantità, il piacere – di qualità.</p>
<p>*</p>
<p>Per la seconda volta ho visto Giulia Lazzarini in dvd, una pièce risalente a vari decenni fa, e per la seconda volta ne ho subito impotente il fascino. Più che il personaggio o l’aspetto esteriore, era il modo in cui la recitazione la riempiva ed esprimeva il suo “essere” – parola d’altri tempi. Ma non ne trovo altre, confuso come sono da un principio d’invaghimento.</p>
<p>*</p>
<p>A: Si scrive nell’attesa del giorno in cui le parole non serviranno più, così come si traduce nell’attesa del giorno in cui gli uomini parleranno una sola lingua.<br />
B: Ma se quel giorno verrà, sarà la fine dell’uomo, perché il valore dell’uomo è nella sua imperfezione e nella pluralità che essa genera. Babele è nata perché Dio non accettava che gli uomini parlassero un’unica lingua, dalla violenza di Dio siamo nati noi.<br />
A: Tu confondi la natura con il valore. L’imperfezione è la natura dell’uomo. Da sempre il valore è nel superamento della natura, non nella sua accettazione. L’accettazione della natura umana condanna alla felicità, e la felicità alla lunga annoia. Il superamento della natura non porta forse alla felicità, ma è il riscatto dell’uomo da Dio.</p>
<p>*</p>
<p>La serenità materiale, che non è certo l’abbondanza ma la certezza del pane quotidiano, è la <em>conditio sine qua non</em> della qualità, in qualunque sfera d’azione – e di pensiero. Non nasce niente di bello dalla fame.</p>
<p>*</p>
<p>Sono entrato nell’età in cui i piccoli mali non passano più del tutto, ma “bisogna imparare a conviverci”.</p>
<p>*</p>
<p>Lo scandalo ormai non è più la “rifascistizzazione” del paese in sé, ma il fatto che tutta una massa l’approvi esattamente come tale, senza nessun eufemismo.</p>
<p>*</p>
<p>Ultimamente mio figlio, da quando l’ha vista per la prima volta scaricandosi senza pannolino, teme la propria cacca: subito dopo averla fatta piange, come posseduto da un improvviso disagio. Ha ventuno mesi, bisogna immaginarlo: per venti mesi ha sentito parlare della propria cacca, è stato cambiato e pulito, gli è stato detto “togliamo la cacca” e “la cacca non c’è più”, ma lui questa cacca non l’aveva mai vista – che imperdonabile distrazione parentale! –, tanto che di recente, prima di quell’episodio scatenante, chiamava così anche le arie. Poi tutt’a un tratto vede le proprie feci, si spaventa. La cacca è diventata qualcosa, un corpo concreto che si frappone, scomodo e improprio, tra lui e il pannolino.</p>
<p>*</p>
<p>«Osserva, ascolta, taci. Giudica poco, domanda molto.» (August von Platen-Hallermünde)</p>
<p>*</p>
<p>«Ridi e controllati: sii umano.» (Detto a mio figlio tenendolo in braccio per vestirlo.)</p>
<p>*</p>
<p>Si dà sempre il peggio di sé con chi ci è più intimo e caro, mentre con gli estranei ci si sforza di apparire decantati. Natura sbagliata.</p>
<p>*</p>
<p>Il sesso senza amore c’è eccome, basta confessarselo.</p>
<p>*</p>
<p>Entrambi sfiniti da un lavoro come tanti, alla fine di una giornata come tutte le altre, sul divano Ikea.<br />
- È vita, questa?<br />
- Purtroppo sì.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Comprese d’aver doppiato la boa della vita allorché la colite, da corsa al cesso che era, si volse in intestino pigro.</p>
<p style="text-align: right;">(<em>giugno-settembre 2009</em>)</p>
</div>
</div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://harz.it/2009/10/18/nugole/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Impiegato</title>
		<link>http://harz.it/2009/09/08/impiegato/</link>
		<comments>http://harz.it/2009/09/08/impiegato/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 08 Sep 2009 07:05:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[testi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://harz.it/?p=321</guid>
		<description><![CDATA[«Non è che cerchi Roma e l’impiego, ma la vita che farò dopo». Paolo Volponi, La strada per Roma Moritz Bleibtreu e Kafka Qualche anno fa commisi una gaffe che ancora non so perdonarmi. Mi trovavo a Potsdam, nel bar-mensa degli attori sul retro del teatro Hans Otto. Avevo visto non so più quale opera [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">Note: There is a print link embedded within this post, please visit this post to print it.</p>
<p style="text-align: right;">«Non è che cerchi Roma e l’impiego, ma la vita che farò dopo».<br />
Paolo Volponi, <em>La strada per Roma</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Moritz Bleibtreu e Kafka</em></p>
<p style="text-align: justify;">Qualche anno fa commisi una gaffe che ancora non so perdonarmi. Mi trovavo a Potsdam, nel bar-mensa degli attori sul retro del teatro Hans Otto. Avevo visto non so più quale opera in cui recitava un’amica e, dopo lo spettacolo, mi ero trovato con quest’ultima per un bicchiere. A un certo punto ci raggiunse il suo ragazzo, attore teatrale anche lui, che non conoscevo. Non so cosa mi prese, forse volevo dimostrare di non essere uno sprovveduto, un italiano provinciale; sta di fatto che, appena dovetti avere l’impressione di aver raggiunto una certa confidenza, gli dissi che somigliava molto a Moritz Bleibtreu, un noto attore cinematografico tedesco. Lui sorrise, un po’ condiscendente e un po’ ironico, e replicò: “Mi dicono tutti così; nessuno che mi dica che è Moritz Bleibtreu a somigliare a me!”<br />
Anche se dissimulai, mi sentii una merda. Non tanto perché non avevo avuto l’esprit per dirgli, proprio io, “Conosco uno che ti somiglia ecc.”, ma perché, al contrario, anch’io gli avevo detto quello che già si era sentito dire da tutti. Volevo essere confidenziale, volevo distinguermi, e invece mi ero rivelato banale, ordinario, prevedibile.<br />
Ora, non so se c’entri, ma questo episodio mi è tornato in mente negli ultimi giorni. Se non c’entra, poco male: l’ho raccontato e me ne sono un po’ liberato.<br />
Tre settimane fa mi trovavo a Berlino; alloggiavo nell’appartamento della mia amica attrice, che in quei giorni era via. Una mattina, appena sveglio, ho ricevuto una telefonata dall’INPS di ***: c’è un posto per lei, mi hanno detto, una maternità da sostituire. Così la mia vita ha cominciato a cambiare. Da gennaio sopravvivevo traducendo e facendo poco altro – di pagato, dico (una breve supplenza, un articolo per una rivista tedesca, due letture pubbliche in tedesco) –, mentre il mio conto in banca calava ogni mese di più. Stavo bruciando i pochi risparmi di alcuni anni, non sarebbero durati ancora molto; così, in mancanza d’altro, mi ero iscritto alle graduatorie dell’INPS di ***, a ottanta chilometri da casa. E adesso, molto prima del previsto, mi hanno chiamato. Inizio dopodomani. Capite? A trentacinque anni suonati, dopo quindici di gavetta passati a studiare, ricercare, scrivere, tradurre, insegnare, tirando sempre a campare poco sopra la soglia di povertà relativa, ho dovuto accettare un posto da impiegato. E insomma, appena mi sono reso conto che avevo detto “sì”, ho pensato: adesso voglio proprio vedere quanti si riveleranno così banali e prevedibili da tirarmi fuori il paragone con Kafka. Non ho dovuto aspettare molto.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>A</strong></p>
<address style="text-align: justify;"><strong><em>Negli anni universitari feci una gita di studio a Roma. Ci portarono a visitare il palazzo di un giovane aristocratico. Non ricordo la ragione, la memoria non mi restituisce nessun oggetto di valore artistico. So che a un certo punto, avanzando in quel palazzo ombroso e privo di dettagli, mi ritrovai assieme a un paio di colleghi risucchiato in un piccolo ascensore, che ci portò rapidamente sotto terra. Poco dopo ci risputò in uno stanzino minuscolo, attorno a una bara; voglio dire che ebbi proprio l’impressione di scivolare fuori dalla scatola, direttamente in una poltroncina ai piedi della cassa. I miei due colleghi, un ragazzo e una ragazza che non conoscevo, erano finiti rispettivamente su un lato e all’altra estremità. Se credevo di avere a che fare con un oggetto commemorativo, dovetti subito ricredermi. Il ragazzo e la ragazza sollevarono in fretta, come se l&#8217;avessero fatto altre volte, le due ante convesse che fungevano da coperchio, ed estrassero dalla cassa, rivestita in velluto carminio, due violini. In un attimo li avevano imbracciati e si erano messi a provarli, ad accordarli, come posseduti. E io li osservavo.</em></strong></address>
<p style="text-align: center;"><em>Mia moglie e una base</em></p>
<p style="text-align: justify;">C’è qualcosa di maligno, oltre che presuntuoso, nel predisporsi a giudicare la banalità altrui. Del resto, a volte mi capita persino di giudicare banali certi aspetti di mia moglie. Mia moglie, non so se mi spiego. La donna che ho scelto di amare oltre i tempi fisiologici stabiliti dalla biologia. La persona che ha scelto di fare un figlio con me – e di crescerlo, a dio piacendo… È che mia moglie e io, nonostante moltissime affinità (tra cui la banalità), scontiamo una divergenza insormontabile, che potrei sintetizzare così: lei vuole vivere, io sentirmi vivo. Oppure: lei tiene all’esistenza, io all’esperienza. Sono addirittura diventato padre, in nome dell’esperienza; poi ho scoperto che era molto più vincolante di, che so, un anno all’estero o un concerto di Björk all’Arena di Verona. Riuscirò mai a placare questa irrequietezza?<br />
Meno male che, se è vero ciò che mia moglie mi riconosce, dopotutto sono un tipo responsabile. Già, così responsabile da aver acconsentito a lavorare per qualche mese come impiegato. Detta così sembra niente: metti via due soldi e, finito il periodo, torni a fare le tue cose, rientri nei tuoi binari. Ma quali cose, quali binari? Tornare a fare il traduttore significherebbe tornare a bruciare i risparmi, e io dall’autunno devo pagarmi una casa. Perché poi, tra gli aspetti negoziali di una vita di coppia, c’è questo: metti che uno dei due voglia, come si dice, sistemarsi – il che in Italia, finita l’epoca del posto fisso, significa in sostanza: farsi una casa –, mentre l’altro cambierebbe volentieri tetto città paese ogni tot anni, abitando sempre in affitto. Che fare? Mia moglie e io abbiamo trovato un compromesso: farci una casa, ma spendendo il meno possibile, così da non dover accendere un mutuo che ci avrebbe vincolati troppo all’immobile e al luogo. Risparmio i dettagli, che sono affari privati; basti sapere che questo sembra fattibile e, se tutto va bene, dovrebbe accadere entro i prossimi dodici mesi. È anche per questo, evidentemente, che ho accettato un posto provvisorio da impiegato a ottanta chilometri da casa. Mi sveglierò ogni giorno alle sei e rientrerò mediamente alle cinque, di sera sarò troppo stanco per leggere, giocherò un po’ con mio figlio e andrò letto presto, diventerò più stupido e ordinario, ma almeno fra un anno mia moglie avrà una casa di proprietà nella città dove lavora e io avrò quella che mi ostino a considerare non più di una base, ossia un posto dal quale partire e al quale ritornare.<br />
Sì, ma da dove, per dove? E con quali soldi? Perché il lavoro da impiegato finirà. Durerà giusto il tempo per spezzare la mia vita in due, per farmi perdere il treno sul quale finora avevo viaggiucchiato in terza classe sperando di passare prima o poi in seconda, dove i finestrini sono un po’ più grandi e, più che vedere meglio il paesaggio, speri di essere visto meglio da chi è rimasto a terra. Rimarrò dunque a terra anch’io – ma a fare cosa? All’amico che mi ha suggerito di riprendere in considerazione il mondo della scuola, ho detto: no, insegnare mi piace troppo per accettare di farlo in un sistema così degradato; d’altra parte non mi piace abbastanza da accettare di farlo a tempo pieno, rinunciando al mio maggior diletto, che è leggere (è appurato: agli insegnanti a tempo pieno non resta tempo per leggere), e a quelle sue attività accessorie che sono la traduzione e la scrittura. No, non potrei mai. La letteratura è il mio vizio, se me lo tolgono impazzisco, forse muoio.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>B</strong></p>
<address style="text-align: justify;"><strong><em>Solo alla fine della visita, prima di andarcene, conoscemmo brevemente il padrone di casa. Il giovane aristocratico era alto e prestante, dai molti capelli ben acconciati, il volto tagliente attraversato da una sofferta ignavia. Indossava un abito scuro in cui si mescolavano richiami d’altri tempi, un non so che di clericale e il taglio tipico degli anni ottanta, spalle larghe e pantaloni a sigaretta. La sua fu l’apparizione di un eccentrico, un esibizionista, e solo l’ala protettiva dell’alto prelato che ci accompagnava ci consentì di dominare la soggezione. Non posso ricordarne i particolari, ma la concione che l’aristocratico tenne presentandoci la sola cosa che gli stava a cuore là dentro non dovette esser priva di retorica. Le sue braccia svolazzarono a indicarci un angolo dell’ampia anticamera dedicato interamente, con foto e feticci, a un giovane uomo, un sacerdote del quale era innamorato. Ci fu chiaro che le sue parole, pregne dell’amaro compiacimento di un narciso infelice, erano rivolte soprattutto al nostro accompagnatore, il quale, si poteva supporre, aveva un certo potere sul destino del giovane amato. L’alto prelato, tuttavia, mantenne un contegno ammirevole. Uscì dal palazzo per primo, e noi lo seguimmo.</em></strong></address>
<p style="text-align: center;"><em>Talento e respiro sociale</em></p>
<p style="text-align: justify;">Poi c’è un problema di qualità, la mia e quella del luogo dove vivo. Non sono due problemi diversi, è uno solo. La mia qualità di lettore, traduttore e scrittore è senz’altro modesta, ma nel luogo dove vivo non si nota abbastanza. Mi spiego. Che non sarò mai una cima l’ho capito proprio quest’anno (ne ho parlato anche <a href="http://harz.it/2009/06/22/palle-e-alghe/">qui</a>), anzi, sembra proprio che questo sia stato un anno all’insegna delle batoste, dell’umiltà coatta, dell’abbassamento d’orecchie. L’ultimo della serie è stato a Berlino, tre settimane fa, poche ore dopo la chiamata dell’INPS. Ho riletto una mia traduzione assieme a una conoscente che l’aveva appena rivista, ed è stato umiliante. Voglio dire, era intervenuta a fondo sul testo e in questo modo l’aveva mooolto migliorato. Alla fine, ostentando modestia di fronte alla mia ammirazione, mi ha detto: spero che ti sia stato utile. Hai voglia… Il vero punto, tuttavia, è che questo mi è accaduto a Berlino. Una metropoli permette a chi ha un certo “talento” di confrontarsi con molti suoi simili che ne hanno almeno altrettanto. In provincia è troppo facile farsi un nome. Nella regione dove risiedo – senza sentirmi a casa – vive meno di un milione di abitanti, in gran parte incolti. Quando si è così pochi si fa presto a distinguersi, nonostante le tare del sistema formativo (laurearsi è ormai a portata di qualunque cervello, e ho visto dottorarsi persone d’inaudita povertà intellettuale). Quando pubblicai il mio primo libro di racconti, che è obiettivamente una cagata, tra i pochi che lo lessero ci fu chi mi diede del “miglior scrittore altoatesino”. A nemmeno trent’anni! Incoscienti! Carogne! E da quando scrivo per <em>Alias</em> c’è chi, nell’organico dell’università dove ho studiato, mi ritiene il fortunato detentore di una “tribuna di prestigio”. Agh! Non sopporto questa piccolezza. Questa provincialità! Ogni volta che torno in una grande città mi sento una nullità, e questo sì che mi fa godere. Ovunque mi volga, trovo qualcuno dal quale imparare qualcosa: artisti, mercanti, senzatetto, zitelle, immigrati, farabutti, persino gente qualunque. E sì, ovviamente dentro di me sogno di entrare a far parte di quel mondo, ma almeno in quel caso so già che non è possibile: dovrei vivere lì, affinare la mia socievolezza, inserirmi in certi ambienti e farmi un mazzo enorme per molti anni, e tutto questo in accordo con il benessere di mia moglie e le esigenze di nostro figlio – dopodiché forse riuscirei, finalmente, a vivere sentendomi vivo, in una coincidenza perfetta di esistenza ed esperienza.<br />
Ma tutto questo è un sogno. La verità è che: a) ho appena imboccato un tunnel professionale che per qualche mese ancora mi porterà a sorbirmi squallidi paragoni con Kafka, finché non si comincerà semplicemente a dire: “Peccato, era dotato”; b) sono un individuo banale e maligno, il quale, superata già da un pezzo l’età in cui – come diceva Flaubert – si decide se diventare uomini o artisti, ha scelto di eludere ancora la scelta giocando per un po’ al travet; c) per queste ragioni ho la sensazione che avere un sito internet come questo non abbia più molto senso, ma prima di scomparire del tutto dalla rete preferisco limitarmi ad annunciare che per un bel po’ non mi farò più vivo. Chissà che fra qualche mese non mi venga voglia di pubblicare on line le foto della mia nuova casa.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Postilla sul respiro sociale</em>: ombelicali sarete voi. Non c’è niente che mi ripugni più della miseria ideologica in cui s’è inabissato il paese di cui sono jellato cittadino. Ma proprio perché mi ripugna non riesco ad accordarle un valore, un interesse: una dignità. Si dirà che in tal modo faccio il gioco di chi vuole così. Ma la mia impressione è un’altra: non viviamo contraddizioni reali. Non vi è nulla in grado di opporsi fattivamente alla mala vita imperante: non c’è conflitto. Due o tre giustizieri incazzati non fanno la Storia. E la legge contro l’immigrazione è un <em>monstrum</em> propagandistico generato da una classe politica abissalmente incompetente; non vi è autorità giudiziaria che non stia cercando di aggirarne le inaudite imperfezioni. Non c’è conflitto, solo narcosi collettiva. E questo non è un tema, è solo un irredimibile incubo.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://harz.it/2009/09/08/impiegato/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Interprete per caso a Gavoi</title>
		<link>http://harz.it/2009/07/10/interprete-per-caso-a-gavoi/</link>
		<comments>http://harz.it/2009/07/10/interprete-per-caso-a-gavoi/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2009 14:11:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[testi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://harz.it/?p=285</guid>
		<description><![CDATA[(Premessa: gli amici del festival, sulla loro pagina Facebook, hanno gentilmente linkato questo testo, titolandolo però &#8220;Impressioni di Stefano Zangrando&#8221;&#8230; Vi prego! Vi pare che l&#8217;autore in persona possa aver avuto solamente le &#8220;impressioni&#8221; contenute nel testo che segue? E la meraviglia per l&#8217;ospitalità, l&#8217;entusiasmo per l&#8217;organizzazione, la riconoscenza verso gli organizzatori, non vi siete [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">Note: There is a print link embedded within this post, please visit this post to print it.</p>
<p style="text-align: justify;">(<em>Premessa: gli amici del festival, sulla loro pagina <a href="http://www.facebook.com/pages/Festival-Isola-delle-Storie-di-Gavoi/28742414996?v=wall&amp;viewas=0">Facebook</a>, hanno gentilmente linkato questo testo, titolandolo però &#8220;Impressioni di Stefano Zangrando&#8221;&#8230; Vi prego! Vi pare che l&#8217;autore in persona possa aver avuto solamente le &#8220;impressioni&#8221; contenute nel testo che segue? E la meraviglia per l&#8217;ospitalità, l&#8217;entusiasmo per l&#8217;organizzazione, la riconoscenza verso gli organizzatori, non vi siete chiesti perché non sono neppure nominati? Questo NON è un resoconto veritiero, o non solo! È invece già un po&#8217; racconto, finzione, contraffazione – come indicano anche le facili parodie dei cognomi, l&#8217;espressione </em>en passant<em> dell&#8217;imbarazzo</em><em> verso le &#8220;storie vere&#8221;, apologia-lampo della menzogna –, un testo senza pretese, certo, ma pur sempre innamorato dello scherzo e della letteratura, e dunque andrebbe intitolato piuttosto, giusto il suo tenore, &#8220;Impressioni di Stefano Zangrandoni&#8221;.</em>)</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<h3 style="text-align: center;"><strong>Cronaca soggettiva di un festival letterario</strong></h3>
<p style="text-align: center;">1</p>
<p style="text-align: justify;">In questa camera d’albergo si sente spesso un rumore di trascinamento, come se qualcuno, in un’altra stanza, a orari regolari cambiasse la disposizione dei mobili. O forse è in una sala da pranzo due piani più sotto, non so, a me pare che venga da sopra. Magari è la Belloni che sposta letti e armadi, magari le giova all’ispirazione, chissà.<br />
Simona Belloni è la prima scrittrice che ho incontrato qui a Gavoi, venerdì. Ero atterrato a Olbia la mattina, intorno alle dieci e mezza, ed era venuto a prelevarmi un autista, Gigi, trent’anni, bruno e fumatore. Durante il viaggio nell’entroterra, una conversazione via via più amichevole mi aveva in parte distratto dalla sua guida sportiva. A un certo punto mi aveva anche chiesto “come sono messo politicamente” e, prima di fermarci in un bar sulla strada, mi aveva detto che a lui piace Storace. Di tanto in tanto accompagna un amico a Roma, il segretario regionale de La destra; Roma è uno dei due o tre posti che ha visitato “in continente”, all’estero non ci è mai stato. Mi aveva offerto il caffè e, nella tratta rimanente, mi aveva spiegato i problemi del partito in Italia e in Sardegna, e poi il disagio di essere di destra a Gavoi, un paese con una maggioranza di centro-sinistra. Mi aveva lasciato davanti alla Proloco – dove l’organizzatrice Cristina, dopo un breve benvenuto, mi aveva allungato una busta con i pass – e lo avevo salutato con una bella stretta di mano, “energica” si dice. Lì davanti mi aspettava un’altra macchina, il servizio navetta per l’hotel; oltre all’autista, a bordo erano già in tre. Dall’interno, mentre stavo salendo, una voce femminile ha detto: “Meno male che è magro”. Mi sono stretto alla sua sinistra e mi sono presentato. “Simona,” ha detto. Alla sua destra sedeva un ragazzo e davanti, accanto all’autista, un’altra ragazza. Simona si era appena esibita da un poggiolo in paese, e la ragazza davanti, come ho scoperto dopo, aveva fatto da moderatrice. Il ragazzo, anche se ogni volta che lo incrocio mi sorride e ci salutiamo, non ho ancora capito chi sia.<br />
A un certo punto Simona ha detto che appena rientrata in hotel sarebbe andata in piscina a fare il bagno. Allora mi è venuto in mente che non avevo portato il costume.<br />
All’arrivo all’hotel, un edificio a più livelli incastonato nel paesaggio naturale della Barbagia, poco distante da un lago di forma indefinibile, ho trovato, seduti a un tavolino all’esterno, Ingo Spritze e Susanne Deutsch, la direttrice del Goethe Institut di Roma. Baci e abbracci, poi ho portato le cose in stanza, dove mi trovo ora. Quando sono ridisceso era già quasi ora di pranzo; Ingo mi ha regalato un bel catalogo di Georg Baselitz dov’è contenuto, in tedesco e inglese, un suo racconto che ho da poco tradotto anche in italiano. Dal canto mio, ho regalato a Ingo un dolce tipico trentino. Carmen, la direttrice del Goethe di Napoli che la sera avrebbe dovuto moderare il nostro incontro, tardava ad arrivare, così a un certo punto siamo andati a mangiare noi tre, nel ristorante dell’hotel. Carmen è arrivata alla frutta con molti sorrisi e un solare accento napoletano anche quando parlava in tedesco. Ancor prima del caffè avevamo definito, “grosso modo” si dice, la struttura dell’incontro serale.<br />
Dopo pranzo mi sono ritirato in camera, avrei voluto riposare un po’ – ero sveglio dalle sei e la sera prima avevamo avuto ospiti –, ma appena mi sono coricato è cominciato quel rumore di mobili trascinati. I tappi auricolari sono serviti poco, non sono riuscito a dormire. Così ho finito di leggere <em>L’eterno filisteo</em> di Horváth, Bompiani 1974, comprato su E-Bay due mesi fa.<br />
Hm… Mi accorgo che questo resoconto è partito con un ritmo più lento di quanto avrei voluto. Vedo di accelerare un po’.<br />
La sera alle sette eravamo in paese – tralascio la descrizione del luogo, di cui si occuperà certo, con più abilità, l’uno o l’altro scrittore tra quelli invitati. Ingo e Carmen erano in giro, Susanne e io siamo andati a sentire l’incontro con un giovane fuorilegge siberiano, oggi pulito – ma ancora tatuato su tutto il corpo – e migrato in Sardegna, dove vive con donna e figlio. Ha moderato Carla Criticoni, che non vedevo da anni; l’incontro faceva parte di una serie intitolata “Povera patria”, sicché la Criticoni ci andava a nozze. Il siberiano però non ha troppo badato al suo catastrofismo progressista, atteggiandosi da rocker e preoccupandosi di apparire il più informale possibile, simpatico: figo. Niente letteratura. Alla fine ci siamo trovati con Ingo e Carmen e tutti insieme siamo andati al ristorante che ospitava il buffet serale.<br />
Dopo cena abbiamo fatto sosta al bar per un caffè, ma ci siamo fermati troppo a lungo perché a un certo punto è accorso il direttore del festival, Marcello Strabiconi, giacchetta nera su una polo scura stinta e braccia sventolanti: toccava a noi, dovevamo sbrigarci.<br />
Il posto era lo stesso della lettura di prima, un punto panoramico coperto da tendoni bianchi, e c’erano tutti questi volontari con la maglietta rossa pronti ad aiutarti in qualunque cosa. La gente era tantissima, nel corso dell’incontro si è arrivati forse al migliaio di persone. Carmen ha moderato, io ho fatto da interprete e lettore in italiano. Carmen parlava con vivacità napoletana, io sussurravo le domande nell’orecchio di Ingo e poi traducevo le sue risposte senza prendere appunti, coglione che sono, una fatica&#8230; Tra una serie di domande e l’altra abbiamo letto «Niente letteratura o epifania di domenica sera». Grandi applausi finali. Susanne era in visibilio. Ingo ha firmato molti libri. Alla fine mi si è presentato un ragazzo, Sergio Microfóni, poeta da slam appartenente al collettivo Sparajuri. Vive a Berlino e declama anche in tedesco. Mi ha ricordato un errore penoso durante la traduzione e da allora non ho pace: quest’estate l’incontro andrà in onda su Fahrenheit, la figuraccia è dietro l’angolo.<br />
Dopo la mezzanotte, Ingo, Susanne, Carmen e io siamo rientrati in hotel e abbiamo preso un drink, seduti in disparte a tutto un gruppo di ospiti italiani. Ho bevuto un rum-cola, il primo dopo molti anni. E di notte ho dormito male. Nonostante i tappi, udivo il verso di un uccello che non avevo mai sentito. Ma non era questo. Era tutto il resto.</p>
<p style="text-align: center;">2</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo giorno. Ingo se n’è andato prestissimo, non l’ho neanche visto. Dopo la colazione all’aperto, mi son fatto accompagnare in paese da uno dei tanti giovani autisti che effettuano (brutto verbo) il servizio navetta. Non ero da solo, con me c’erano tre ospiti che dovevano esibirsi nello spazio per bambini; sono scesi prima di me. L’autista mi ha portato proprio davanti a un negozio di abbigliamento sportivo dove avrei potuto cercare un costume da bagno. L’ho trovato: ventisei euro per un costume di marca in saldo. Poi ho risalito il paese per vedere l’incontro con Elisabetta Artisti, che parlava dal poggiolo con la stessa ragazza che il giorno prima aveva moderato Simona Belloni. I posti a sedere erano tutti occupati e faceva caldo, così ho fatto in tempo solamente a udire (dalla mia posizione non vedevo la parte più interna del balcone) l’Artisti che si opponeva a ragion veduta alla categoria della “letteratura femminile” e alle categorie in genere, difendendo l’individualità dello scrittore e il carattere particolare, unico e originale della sua opera. Poi me ne sono andato, in giù.<br />
In edicola tutte le copie del «manifesto» erano abbinate ad «Alias» della settimana prima, forse a causa dei tempi postali, così ho comperato «La stampa». Sono salito di nuovo e mi sono portato al punto panoramico per l’incontro sulla “laicità”. Faceva ancora più caldo, e l’acqua nebulizzata che calava dai tubicini tra le tende bianche non faceva che aumentare la mia sensazione di debolezza. Dovevo avere la pressione molto bassa. Il giornale, poi, non diceva niente. Infine, l’incontro è riuscito poco. Massimo Cirroni è un moderatore eccezionale, ma Giovanni Politiconi ha fatto un po’ troppo il politico, il giornalista di turno aveva dato picche e il pensatore gay Gianni Filosofoni, con rispetto parlando, non ha più un c***o da dire. Neanche a Susanne e Carmen l’incontro è piaciuto granché. E neppure a Sergio Microfóni, credo, che era seduto dietro di me.<br />
Siamo rientrati in hotel per il pranzo, che stavolta si svolgeva in un salone sotterraneo, perché di sopra c’era un matrimonio. Abbiamo preso posto allo stesso tavolo dove sedeva Piero Televisioni e, quando Susanne l’ha presentato a me e Carmen, ho detto una scemenza: “Noi naturalmente la conosciamo, mentre Lei non può conoscerci.” Però era vero.<br />
Dopo pranzo, prima di rientrare in camera a riposare, ho navigato un po’ in internet – nella hall è attivo un servizio wi-fi – scoprendo tra l’altro che mio cugino non è tra i finalisti del premio Chiara, che erano stati resi pubblici il giorno prima. Poco dopo mi è arrivato un sms dalla segreteria telefonica: ci ho trovato un messaggio di Ingo che stava mangiando il dolce trentino con la moglie e le bambine. In camera, poi, non sono riuscito a prendere sonno. Quel trascinamento di mobili… Tuttavia sono rimasto lì un bel po’, coricato e senza leggere, i battenti accostati.<br />
Dopo le cinque ero in paese, un po’ in giro. Passando davanti all’unico bar che conoscevo (quello dov’era accorso a chiamarci Strabiconi), ho visto un gruppo di giovani scrittori e editor, Simona Belloni e altri, seduti allo stesso tavolo. Io invece avevo appena scoperto che mio cugino non era finalista di un premio letterario: che famiglia di nessuno:-(<br />
Alle sette c’è stato l’incontro con Alessandro Famoso. Ci saranno state duemila persone, gente arrampicata sui muri o sbocciante dai poggioli come fiori in mazzo, e il solito caldo che mi prostrava. Ha moderato ancora Carla Criticoni. Non si è parlato di letteratura, ma di questioni legate al tema dell’incontro, “Povera patria”. Criticoni e Famoso non si capivano e parlavano di cose diverse, ma sai che scoperta. Famoso si rivolgeva al pubblico da pedagogo populista, diceva “io” e “voi” e non sapeva contenere l’arroganza, eppure certe sue affermazioni mi trovavano d’accordo, voglio dire in fondo, nella sostanza. Ero turbato per questo, e avevo un po’ di mal di testa. Mi trovavo d’accordo con Famoso, com’era possibile? Dove sbagliavo? Al momento delle domande gliel’ho detto – prima di fare un’osservazione a proposito di continuità e gerontocrazia, pane per i miei denti, con cui volevo anche recuperare un intervento della Belloni che mi sembrava esser stato frainteso – gli ho detto: “Premetto che sono confuso, perché mi trovo d’accordo con molto di quello che Lei dice, ma non mi piace per niente come lo dice.” Lui poi, prima di fraintendere anche la mia osservazione su continuità e gerontocrazia, ha sostenuto che anche a lui non piace come dice le cose. E alla fine mi ha proprio turbato, perché, volendo fare l’esempio di un romanzo contemporaneo di importanza a suo avviso capitale, ha nominato <em>2666</em> di Bolaño. Il fatto è che <em>2666</em> di Bolaño è <em>veramente</em> uno dei romanzi contemporanei più importanti in assoluto. Poi mi son detto che forse la grande letteratura è talmente grande che la apprezzano anche quelli come Famoso, che si credono LA letteratura. – E comunque la cosa migliore, a Famoso, l’ha detta Carmen, che è intervenuta tra i primi: “Lei ha sfiducia nei lettori,” gli ha detto, e poi: “Lei ha l’apocalisse dentro”.<br />
Ora però mi accorgo che non ho accelerato come avrei voluto, e questo resoconto sta diventando un po’ troppo lungo… Ci riprovo.<br />
Siamo andati a cena al ristorante della sera prima. Non so perché, ma attingere allo stesso buffet dove si stava servendo anche Massimo Cirroni mi allietava. Cirroni ha questa cosa, che dopo averlo visto esibirsi una volta ti mette di buon umore anche quando non vuole, anche quando tace e si fa i fatti suoi. Forse è una delle forme del carisma, o forse è la mia a essere una forma di “fanismo” (da “fan”).<br />
Dopo cena, Ingo, Susanne e una coppia di amici di lei, a quanto pare i veri responsabili della nostra presenza lì a Gavoi – l’anno prima avevano suggerito a Susanne di venirci e pensare a una collaborazione tra il festival e il Goethe Institut –, si sono seduti al bar con il sindaco di Nuoro e altri. Carmen e io non ce la siamo sentita di unirci a loro, invece siamo tornati al ristorante, perché avevamo visto che lì davanti, sul vialetto che scendeva verso i giardini comunali (cominciavo un po’ a conoscere il paese) chiacchieravano Famoso e gli editor dell’Einaudi. Volevamo parlare di nuovo con Famoso – e l’abbiamo fatto, ma siccome qui di Famoso ho già detto abbastanza, non svelerò che cos’altro ci siamo detti lì fuori.<br />
E va bene, una cosa sola: quando abbiamo ripreso il discorso sulla continuità, io ho insistito sull’importanza del rapporto maestro-allievo, sull’opportunità di trovare un maestro e di imparare da lui fino al giorno in cui uno prende la propria strada eccetera, e Famoso ha replicato che i suoi studenti, alla scuola Salinger, di maestri ne hanno sessanta – e non so cos’altro. È che sono rimasto impressionato più che altro dal numero, “sessanta”, che cercavo inutilmente di associare alla mia idea del rapporto maestro-allievo: allievo di sessanta maestri… Sono un po’ tanti, no? Il mal di testa aumentava.<br />
Alle dieci, al solito punto panoramico, c’era l’incontro con un’autrice italo-americana moderato dalla responsabile delle pagine culturali di un settimanale per donne. Me ne sono venuto via quasi subito, perché si parlava di vicende personali, di un libro in cui l’autrice aveva messo “tutta se stessa”, proprio in senso autobiografico. È che non amo farmi i fatti degli altri senza averlo chiesto – e soprattutto senza il filtro di un po’ di menzogna. Così ho fatto una passeggiata per il paese, occhieggiando le foto degli autori dell’anno prima appese un po’ dappertutto e studiando senza impegno la gente per strada. Sulla via del ritorno per il punto panoramico, all’altezza dello spazio per i bambini, all’improvviso ho sentito il verso dell’uccello misterioso che avevo udito la notte prima. Ho chiesto a una volontaria del festival, uscita sulla strada in quell’istante, che uccello fosse; lei ha rivolto la domanda a una collega all’interno, che è uscita sulla strada anche lei. L’uccello, in breve, aveva vari nomi simili, tutti riconducibili al più breve, “zonca”, evidentemente dialettale, perché poi sul dizionario non l’ho trovato e nemmeno su Google. Ho ringraziato e proseguito.<br />
Alle undici e mezza nel giardino comunale c’è stato il “mirto con Massimo Cirroni e gli autori del festival”. Tutto il paese ancora sveglio doveva essere radunato lì, sotto il tendone e assiepato tutt’intorno. Dietro di me erano seduti Maurizio Sileoni e Antonio Ferraroni, due simpatici autori e illustratori per ragazzi con cui avevo già scambiato qualche parola il pomeriggio. La testa mi scoppiava. Mariagiovanna, la vicedirettrice del festival, che qui non avevo ancora nominato ma che è stata in realtà la referente per me più importante, ha chiesto qua e là ai volontari se qualcuno aveva qualcosa per il mal di testa. È stata Giulia, una ragazza molto bella e con tutta una dotazione di medicinali per l’emicrania (ne soffre), a salvarmi con una bustina di Nimesulide. Così ho potuto assistere sempre meno dolente, seduto accanto a Susanne e Carmen, allo spettacolo demenziale di Cirroni e Strabiconi che chiamavano sul palchetto un ospite o l’altro e gli chiedevano quale fosse il suo vizio, per poi premiare la sua confessione con un bicchierino di mirto. Non li ricordo tutti, i vizi d’autore, ma solo alcuni: Bruno Tognoloni, le spugnette da lavabo; Simona Belloni, il cloro (una sineddoche, ovviamente); Wilson Sabina, imbeccato da Cirroni: le pugnette. Roba così. Niente, in ogni caso, in confronto a Susanne. Chiamata sul palco e convinta, nella sua raffinata innocenza, che gli autori prima di lei avessero detto tutti la verità, Susanne si è confessata: i bottoni di madreperla. Li colleziona?, ha chiesto Cirroni. No, sotto i piedi, ha risposto Susanne. Confusione di Cirroni e Strabiconi. Poi Susanne si è tolta una scarpetta e la confusione è divenuta turbamento. Lo shock si è ripetuto alla fine, quando sono stati richiamati sul palchetto alcuni ospiti per il brindisi conclusivo: ho ancora davanti agli occhi lo sconcerto balbettante del giovane attore Filippo Timoni dopo che Susanne si è denudata di nuovo il piede, mostrandogli la scarpetta piena di bottoni di madreperla. Timoni le ha chiesto di averne uno in dono, e l’ha ottenuto. Accanto a me, Carmen, sottoposta di Susanne, non credeva ai suoi occhi.<br />
Nella hall, poi, mi sono ritrovato con Timoni e Sabina. Saranno state le due. A un certo punto, non so come, eravamo davanti al mio computer portatile, posato sul bancone, intenti a guardare su Youtube una vecchia apparizione televisiva di Ivan Cattaneo che cantava in playback una canzone intitolata “Polisex”, ballando orrendamente. Poi è arrivata anche Carmen. Presto mi sono congedato, perché ero molto stanco. Ho lasciato Carmen in compagnia di Timoni, mentre Sabina era sparito non so dove.<br />
In camera, siccome era caldo, ho lasciato la porta del poggiolo aperta e mi sono addormentato sulla nota ripetuta della “zonca”.</p>
<p style="text-align: center;">3</p>
<p style="text-align: justify;">Stamattina, terzo giorno, alle otto ero sveglio. E stanchissimo. Carmen se n’era andata, Susanne sarebbe partita in mattinata. Ho fatto colazione all’aperto, al tavolo con Antonio Ferraroni. Susanne non l’ho vista. Ferraroni poi mi ha presentato un editore bolognese di libri per ragazzi e con lui abbiamo abbozzato l’idea di tradurre e pubblicare il libro per bambini di Ingo Spritze. Ne ero così entusiasta che sono andato subito a prendere il portatile e ho scritto una mail a Ingo. Poi sono risalito in camera per riposarmi ma, neanche a dirlo, mi ha fregato quel rumore di trascinamento. Sono rimasto così, coricato sul letto senza fare niente, cadendo due o tre volte in un fragile dormiveglia, fino alle undici. Abbrutivo. Mi sono fatto forza, ho indossato il costume da bagno nuovissimo – ma solo dopo aver tolto il cartellino e tagliato via le etichette – e sono sceso in piscina.<br />
Simona Belloni, nonostante il vizio dichiarato la sera prima, non c’era. C’era altra gente però. Gli editor dell’Einaudi, ad esempio. E una donna con due bambini, forse la moglie di Famoso. Ho fatto otto vasche, una traversata in apnea sul lato più breve e sono uscito. Mi sono asciugato e sono risalito in camera, dove ho riposato ancora fino all’ora di pranzo. Prima di scendere in ristorante, ho controllato l’e-mail: Ingo mi aveva già risposto, gli piacerebbe molto se questa cosa del libro per bambini andasse in porto. Farò tutto il possibile.<br />
Ho pranzato a un tavolo da solo. In circostanze come questa, dove tutti hanno il proprio gruppo di riferimento o almeno la famiglia con sé, restare da soli è da sfigati. Dall’altra parte della sala, Alessandro Famoso pranzava con moglie e figli. Davanti a me, a un tavolo doppio si sono sedute due donne; una, a sentire i loro discorsi, era l’ennesima scrittrice che la mattina aveva letto dal poggiolo, l’altra, belloccia, sarà stata una sua amica. Dopo un po’ si è seduto con loro Filippo Timoni, accompagnato da una ragazza gracile. Poi dall’altra parte sono arrivati anche gli editor dell’Einaudi, presto raggiunti dalla moderatrice degli incontri mattutini, che ora sapevo chiamarsi Chiara, come il premio, e dal ragazzo che era con lei anche il primo giorno in macchina. Alzandomi da tavola per ritornare in camera, ho salutato Timoni e basta, ma avrei salutato volentieri anche l’amica belloccia della scrittrice.<br />
Il solito trascinamento di mobili, sopra o sotto, e una noiosa eccitazione mentale, forse dovuta alla solitudine, mi hanno impedito di riposare anche stavolta, così mi sono messo a scrivere questo rapporto. E adesso che me ne rendo conto, ho indugiato a tal punto in queste righe che mi sono perso il reading di Timoni. Non vorrò passare in camera anche il resto della giornata? Forse è meglio che mi alzi, esca di qui nonostante la stanchezza e provi a godermi le ultime ore di festival.</p>
<p style="text-align: center;">4</p>
<p style="text-align: justify;">Scrivo queste righe a casa, rientrato da tre giorni. Non so, è come se nelle ultime ore di festival fossero accadute più cose che nei due giorni precedenti. Il solito inganno dell’intensità. O forse della densità. La densità è quando quel che vivi ha più spessore che durata. E lo spessore, per quanto mi riguarda, deriva dalla confidenza.<br />
Arrivato in paese, ho provato a entrare nella sala dove proiettavano il documentario di Ermanno Registoni. La sala era sovraffollata, così ci ho rinunciato e ho attraversato il paese raggiungendo il cortile scolastico dove Piero Televisioni presentava due giovani autori; ma anche lì tutti i posti a sedere erano occupati, il sole batteva, avevo sete e si parlava di un giallo e di &#8220;un romanzo tipo <em>Gran Torino</em>”. Me ne sono venuto via poco dopo. Per strada ho trovato Sergio Microfóni e siamo andati nella piazzetta parrocchiale; all’unico bar che conoscevo abbiamo preso delle lattine e ce le siamo bevute lì di fronte, seduti dentro un’opera d’arte che tintinnava come un gregge. Da lì ho anche telefonato a Francesco &#8220;Dandy&#8221; Comunista, per salutarlo insieme, perché anche Microfóni lo conosce, e Francesco mi ha annunciato di essere finalista al premio John Fante. Altroché mio cugino. Poi con Microfóni siamo andati al punto panoramico.<br />
L’incontro delle sette, l’ultimo del festival, era dedicato alla “terra madre”. Discutevano Registoni, Maurizio Palloni e Franco Fuilletoni. Registoni è ancora e sempre l’artista-intellettuale che vede nel rapporto con la terra un idillio perduto, da recuperare, Maurizio Palloni lo ha sostenuto con discorsi un po’ schematici ma propositivi, in buona fede insomma, sulla cosiddetta “decrescita”, e Fuilletoni ha alternato tutto questo con osservazioni a margine, la migliore delle quali chiamava in causa, udii udii, Danilo Kiš e il suo <em>Homo poeticus</em> (uscito di recente per Adelphi in un’edizione-minestrone). Dopo l’exploit bolañese di Famoso, era già il secondo colpo bibliografico inferto a un certo mio pregiudizio verso i festival letterari e la loro presunta distanza dalla “vera letteratura”.<br />
Il festival è finito così, con un inno alla terra da parte di tre non-contadini e con i cauti saluti di Marcello Strabiconi, che dopo aver chiesto un applauso, l’ultimo e il più lungo e meritato, per tutti i volontari in maglietta rossa che tengono in piedi l’evento, ha detto: “Ci vediamo l’anno prossimo, forse.” Questioni politiche, evidentemente – il rischio, in sostanza, se ho capito bene, è che Gigi, l’autista bruno e fumatore, un altr’anno non lavori più per il festival, epperò in compenso si senta un po’ più suo agio.<br />
E poi viene la cena dai pastori, il gran finale per gli ospiti. Ci hanno portati lì con macchine e Furgoni, una carovana. Era un grande spiazzo verde ai piedi di un ovile, a mille metri d’altezza, circondato dal bosco e illuminato da grandi fari. Tre tavolate lunghissime, i pastori in maglietta rossa pronti a servirci. Uno di loro, il più anziano e panciuto, era l’unico in camicia bianca e ci ha accolti offrendoci vino rosso in bicchieri di plastica. Ho cenato tra Wilson Sabina e la ragazza che accompagnava Timoni e che, su mia cortese richiesta, si è qualificata: la sua agente. Di fronte a me sedeva la fotografa del festival, l’autrice delle immagini che tappezzavano le pareti del paese e che l’anno prossimo saranno sostituite dagli autori di quest’anno.<br />
Il grosso della cena l’ho passato con Wilson, col quale ci siamo detti tante e tali cose che a me pareva quasi d’essere a Berlino, una di quelle volte in cui, nell’atmosfera conciliante di una <em>Kneipe</em>, sbocciava, un bicchiere dopo l’altro, un dialogo sui massimi sistemi con l’interlocutore di turno, il quale all’improvviso e per poche ore diventava la persona più cara.<br />
A un certo punto molti si sono messi a ballare in cerchio, mentre al centro quattro suonatori – uno era il panciuto del vino d’apertura – musicavano quella danza folklorica sempre più larga, sempre più numerosa. Fuori dal cerchio, tra gente barcollante e ciarliera, il poeta e giornalista Fuilletoni girava per i tavoli in cerca di bottiglie d’acqua da sorbirsi a gran sorsate.<br />
Quando era ormai molto tardi ho beccato Fabrizio Sileoni, che mi ha voluto presentare una donna straniera, molto bella, forse con l’idea di farmi da Cupido, ma è andata male: alla prima occasione ho parlato di mio figlio. Poi mi sono accorto che lì vicino c’era di nuovo Wilson, che stava fumando in compagnia di “Gristolu” – e qui vorrei sospendere un attimo il referto per rendere onore a questo personaggio memorabile, straniero anche lui ma migrato da trent’anni a Gavoi, divenendone forse il cittadino più originale, di certo il più estroverso nei giorni del festival, sempre pronto a domandare, intervenire, scherzare, congratularsi. Ricordo ancora con quale entusiasmo si era messo in coda per avere la firma di Ingo su due libri, e che al momento della dedica gli aveva mostrato il pass da volontario per fargli copiare il nome: Gristolu. Un fenomeno.<br />
Al ritorno in hotel, gli ultimi resistenti erano riuniti attorno a un tavolino sul terrazzo esterno. Risparmio i nomi, perché a quell’ora i nomi non contano più – se non quello di Francesco Piccoloni, che a un certo punto è entrato nella hall, ne è uscito con una bottiglia di mirto, ne ha versato un po’ per ciascuno in bicchieri di plastica, distribuendoli, e poi è sparito in camera. Abbiamo sbevazzato e parlato un po’ a vanvera mentre il sonno montava, e un po’ alla volta la brigata si è dissolta.<br />
Erano le tre quando mi sono coricato, e la “zonca” era lì che cantava.<br />
Alle dieci sono stato svegliato dal trascinamento di mobili. Era il giorno delle partenze. Non dirò dei saluti scambiati e di quelli mancati, né del giro in paese con Fabrizio Tonelloni, docente e giornalista conosciuto sul momento, con cui ho comperato un po’ di cibi tipici. Non dirò neanche del piacevole pranzo con lui e sua moglie, parlando di biblioteche e Ddr, né del viaggio in furgone verso l’aeroporto di Olbia. Dirò invece che, in un breve scambio con Simona Belloni prima che se ne andasse, le ho parlato di quel rumore di trascinamento e lei ha detto che sì, è vero, anche lei lo sentiva, e anche lei non riusciva a spiegarselo.</p>
<p style="text-align: center;">FINE</p>
<p style="text-align: justify;">Anzi no, ho tralasciato un dettaglio: la sera prima di andarsene, in un istante qualsiasi, Susanne, che lì al festival conosceva un po’ tutti, mi ha detto che il tizio che accompagnava sempre la moderatrice degli incontri dal poggiolo, Chiara come il premio, non era altro che il suo ragazzo. Lapalissiano, no? Vallo a spiegare a un interprete per caso…</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://harz.it/2009/07/10/interprete-per-caso-a-gavoi/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Palle e alghe</title>
		<link>http://harz.it/2009/06/22/palle-e-alghe/</link>
		<comments>http://harz.it/2009/06/22/palle-e-alghe/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 22 Jun 2009 06:19:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[mediazioni]]></category>
		<category><![CDATA[testi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://harz.it/?p=240</guid>
		<description><![CDATA[Non so, conosco scrittori che fanno man bassa di tutto o quasi quel che vivono – e lo fanno bene, appunto perché sono scrittori. Io invece, che sono sempre meno sicuro di aver imboccato la strada giusta, non ci riesco.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">Note: There is a print link embedded within this post, please visit this post to print it.</p>
<p style="text-align: justify;">Non so, conosco scrittori che fanno man bassa di tutto o quasi quel che vivono – e lo fanno bene, appunto perché sono scrittori. Io invece, che sono sempre meno sicuro di aver imboccato la strada giusta, non ci riesco. C’erano almeno due o tre esperienze, ultimamente, che mi sarebbe piaciuto fissare in parole, sapendo che fin dalle prime battute l’invenzione si sarebbe messa tra i piedi e avrebbe finito per falsare il vissuto – ma è ben così che capita, no? E comunque non l’ho fatto, vuoi perché avevo da lavorare, parecchio ma mai abbastanza da sostentarmi, vuoi perché appunto, come inizio a temere, i miei limiti di, come dire, “scrittore” cominciano finalmente a svelarsi, chiari e obiettivi come una piscina vuota. Che ne farò di tutta la fortuna dell’ultimo anno – la borsa di scrittura a Berlino, l’ospitalità dell’editore Keller e le letture pubbliche in Germania davanti a cento e più persone? Cosa dirò, soprattutto, a Ingo Schulze, che ha creduto in me a scatola quasi chiusa e ora si trova, senza saperlo ancora, ad aver sostenuto un ciarlatano, un narcisista senza argomenti, un velleitario? Ecco, mettiamo ad esempio Ingo Schulze. Schulze è uno che prende quel che gli succede e se lo cova senza fretta finché non appare un personaggio fittizio, saltato fuori chissà come, a volte eccone un altro e un altro ancora, pian piano si svela e chiarisce anche lo stile da impiegare, “adeguato alla materia” direbbe Schulze con Döblin, poi magari accorre persino qualche classico, giusto per non far tutto da soli, nel presente, e la ricetta di base è pronta: si tratta ora di mettersi al lavoro, tentare, costruire, e si sa, tra il dire e il fare… Ma lui è uno scrittore, appunto, e lo fa. Si mette al lavoro e prima o poi eccolo lì, il racconto fatto e finito, il vissuto falsato a dovere. E non si dica che è questione di tempo, che Schulze lo fa perché essendo scrittore affermato ha il tempo per farlo: sciocchezze, lo fa perché è bravo. Anche Giacomo Sartori, per dirne un altro, è uno che lavora sodo e sa come farlo, è questa la bravura, uno che vive di pene e progetti di scrittura e se li cura, li pianta e coltiva e rinnesta e annaffia e alla fine raccoglie il frutto sopraffino, e questo nonostante abbia poi tutto il lavoro di sostentamento, che Sartori è agronomo e docente di agronomia e fa il pendolare tra Trento e Parigi, non so se mi spiego. Hai voglia, poi, di sentirti dire da amici come loro che sai scrivere: cosa se ne fa uno, del saper scrivere, se poi non scrive? Ma soprattutto, che cosa scrive a fare, uno che magari sa un po’ scrivere, se gli sembra che quel che vorrebbe fare e dire lo fanno e dicono meglio già altri? Una volta era diverso: una volta gli scrittori che mi lasciavano ammirato mi accendevano anche, mi insufflavano l’ardore di imitarli, di mettermi sotto, di provarci; oggi invece l’ammirazione, quando si manifesta, è una sbarra che si abbassa di colpo davanti al mio passo sempre più tremolante – e ai miei sensi sempre più intorpiditi dall’informazione. Cos’è cambiato? Possibile che sia soltanto, come a volte mi vien da presumere, una questione erotica? Voglio dire il precoce ma naturale declino di certi ormoni abbinato a una certa assuefazione all’esistenza, insomma un certo <em>calo dell’ambizione</em>? O è proprio l’informazione ad avermi ormai narcotizzato come il più incosciente e ottuso dei piccolo-borghesi? Davvero, ultimamente tutti quelli che frequento e stimo non è che “mi sembrano”, ma <em>sono</em> più intelligenti di me, nel senso proprio che <em>intel-ligono</em> di più, ci vedono dentro, a fondo, meglio: hanno un pensiero che reagisce, che elabora i dati vissuti, diventa critico. Io no. Io ormai l’unica cosa che mi immagino di fare è fissare in parole certe esperienze, poi però non faccio neanche quello. L’esperienza del villaggio turistico, ad esempio. A fine maggio mi sono sposato, in comune, il sindaco ha anche fatto un bel discorso, alla fine ha declamato una poesia di Saba e si è persino commosso, lui, noi sposi un po’ meno ma insomma, ci siamo sposati e poi siamo partiti, mia moglie il nostro pupo e io, per una vacanza, e proprio perché c’era il pupo, che quest’anno fa due anni, abbiamo scelto di andare in un villaggio turistico attrezzato per i pupi. Ebbene, in quei dieci giorni faticosissimi al villaggio ho assistito a varie cose che, se fossi stato uno scrittore, avrei annotato ogni giorno su un taccuino e alla fine sarei tornato, senza dubbio, con appunti a sufficienza per un racconto su una certa Italietta, sulla volgarità e la regressione di un mucchio di citrulli caciaroni che poi tornano a casa e chissà che cosa pensano e votano, se pensano e votano, e magari l’avrei colorito con le febbri intestinali che ci han colti e prostrati uno dopo l’altro, a mia moglie il pupo e me, e forse anche con la mia allergia, che sono l’unico che soffre di allergia ai pollini anche al mare, dio boia, e avrei certo contrappuntato tutta quella miseria tragicomica con la presenza dei cani randagi, in particolare di quello che l’ultimo giorno di vacanza ho visto vagolare tra i tavoli del ristorante mentre un metro più sopra i vacanzieri si abbuffavano smodati e indifferenti, e infine avrei fatto in modo, con palese autoindulgenza ombelicale, che il climax fosse rappresentato dal mio primo e penultimo bagno in mare, nell’acqua freddissima dello Ionio calabro che mi ha galvanizzato in maniera inaudita, che una volta uscito dall’acqua non sentivo neanche un po’ il vento teso sulla pelle d’oca, tanto mi ero ambientato in quel gelo tonificante. Ecco, avrei provato a scrivere una cosa così, un racconto di costume e in costume ben fatto, giusto un po’ autocentrato, quel tanto che l’età ancora mi concede, visto che oggi in Italia a trentacinque anni si è “giovani”, giovani scrittori nella fattispecie, a dispetto di quel fondatore che alla stessa età si definì «nel mezzo del cammin», e magari sarei anche riuscito a scriverlo, il racconto, mosso e fortificato dal modello che in quei dieci giorni ha costituito la mia unica lettura, Ennio Flaiano. E invece cos’è successo? Che a leggere il <em>Diario notturno</em> e poi rileggere <em>Tempo di uccidere</em>, anziché venirmi voglia di scrivere anch’io, traendo esempio e linfa da un maestro dopotutto neanche eccelso, mi è passata la voglia di scrivere del tutto, perché Flaiano a trentacinque anni aveva già scritto una cosa come «La saggezza di Pickwick», una roba di una qualità e un’intelligenza che io posso scordarmele anche a quaranta e oltre. Questo è successo, al villaggio turistico, e così la Moleskine è rimasta tale e quale alla partenza, con l’ultimo appunto del marzo scorso, un appunto ombelicale e quindi inutile, anzi no, un momento, ce n’è un altro, più recente, ed è proprio, guarda guarda, un appunto su Flaiano, scritto qualche settimana fa, mentre leggevo il <em>Diario degli errori</em>, e dice: «C’è un appunto di Flaiano che mi ritrae: “La storia di quei tali che stanno precipitando sorretti da una speranza.” Meglio, sono io a far parte di quella storia. Sono un “tale”».</p>
<p style="text-align: justify;">Questo tanto per spiegarmi, per fugare i sospetti di falsa modestia, che sarebbe la cosa peggiore, senz’altro la più disonesta. Insomma, tutto arranca proprio mentre pareva che stesse andando benone, e dunque è proprio vero quello che diceva ancora Flaiano, che lo disse, mi pare, dopo aver vinto la prima edizione dello Strega col suo unico romanzo, e cioè che il successo è sempre frutto di un malinteso; e dunque anche la mia fortuna dell’ultimo anno, benché come “successo” sia stato assai modesto e comunque invisibile in Italia (ma non è già un lusso eccessivo per la mia mediocrità?) si svela infine come un malinteso – e allora, a questo punto, confesso di averlo sempre sospettato, fin da subito, che tutto era una roba immeritata. E questo mentre altri, cari amici, mi dicevano che bello, vuol dire che te lo meriti, oppure che ti frega, fai la faccia tosta e vai, mentre io, guardando altrove, già mi chiedevo se tutta quella fortuna l’avrei mai inserita nel mio cosiddetto curriculum, come si usa fare oggi, che tutto finisce nel “curriculum”, fesseria delle fesserie: fare le cose anche perché “fanno curriculum” – ma cos’è questa obbedienza al “curriculum”? E fino a che età, poi? Fino a quando uno deve dipendere dal proprio “curriculum”? Trentacinque anni non sono forse un’età già troppo avanzata per avere un “curriculum”? A trentacinque anni uno non dovrebbe essersi fatto una vita anziché trascinarsi dietro al proprio “curriculum”? Il “curriculum”, dico, dovrebbe avere senso fino a venti, venticinque anni e poi via, si parte, si <em>è</em>, e invece tutti sempre lì ad aggiungere, inserire, allungare, gonfiare, sempre con la clausola sui dati personali, fino a trenta, quaranta, cinquant’anni. Ma come si fa, mi domando, a voler ancora avere un “curriculum” a cinquant’anni, a quaranta, a… Sta di fatto che alla fine, anche sul libro uscito da Keller – potevo forse ometterlo? L’epoca abbindola, prescrive, ottunde… E dunque, nel risvolto, ecco scritto «nel 2008 ha ottenuto una borsa di scrittura» eccetera, perché fa figo, perché mica tutti, anzi pochissimi, e chissà che meriti uno ha se gli è capitata una roba del genere – ma quali meriti! Sono un bluff come moltissimi altri anche se ora lo dico a bassa voce, perché sennò sembra che reciti, che menta, che faccia il falso modesto, invece no, vorrei sussurrarlo forte e chiaro, che si sappia, non si ignori, che io funga da modello negativo, da antiesempio, da piccolo emblema del vizio dei tempi, e chissà che almeno così la mia «volontà» non suffragata dal «talento» (ancora Flaiano, maledetto) trovi un certo appagamento in questa luce ignobile, il solo riflettore che io meriti davvero e che dunque ormai <em>voglio</em> meritarmi: sono un bluff, lo giuro, e se continuo a scribacchiare come in questo istante è solo per vanità e compiacimento, e finché c’è qualcuno che a sue spese mi dà retta io non smetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Vecchiatto a quanto pare invece no. Vecchiatto è un vero esempio positivo, un antiemblema. Di Vecchiatto mi ha parlato un signore al villaggio turistico, uno che solo al ritorno, incredulo e di stucco come mai, ho scoperto chi fosse. Mi spiego. A far la fortuna dei pennaioli come me ci sono soprattutto due cose: l’incompetenza dei lettori e le coincidenze, che poi basta raccontarle tali e quali a quegli stessi lettori e tutto prende un’aria magica, già romanzesca. Così adesso, se volessi, avrei di che incantare a raccontar come si deve di un incontro al villaggio turistico. Poiché al villaggio non c’erano soltanto citrulli caciaroni. Se mia moglie il pupo e io ci siamo sentiti come pesci fuor d’acqua, c’erano invece altre persone, tutt’altro che volgari e regredite, che parevano passarsela, dopotutto a loro agio, e tra queste una coppia sulla cinquantina. Venivano in spiaggia da soli e lei restava sempre sulla sdraio, un po’ al sole e un po’ all’ombra, serena e sorridente. Lui invece era sempre in piedi, spesso in acqua, e in quattro e quattr’otto è diventato l’amicone di mio figlio, che però fino all’ultimo, timido com’è, non l’ha degnato di un solo ciao. Ma l’uomo non rinunciava, lo chiamava e salutava col vocione e l’accento del sud – il nome di mio figlio fu l’unico che venne fuori, noialtri adulti restammo anonimi –, gli riempiva il secchiello con l’acqua del mare e una volta gli ha portato due o tre palle fatte d’alghe, sfere quasi perfette, un po’ pelose ma belle, gomitoli verdi che mio figlio, seduto nudo sulla sabbia, ha guardato e manipolato con stupore. Così un po’ alla volta ci siamo messi a parlare. Venivano dal salernitano – si sa, in simili circostanze la provenienza è il rompighiaccio della conversazione. Poi dicemmo di com’eravamo arrivati, forse perché lì al villaggio quelli come noi del nord, venuti in aereo, rimanevano isolati, in quell’<em>anus mundi </em>lontano da tutto, senza possibilità di uscire e fare gite a meno di pagare cifre esorbitanti all’organizzazione per le escursioni guidate, e questo ci frustrava. Loro invece erano venuti in macchina e potevano muoversi, in compenso da casa fino a lì ci avevano messo uno sproposito, quattro volte quel che noi avevamo impiegato in aereo da Bologna. «La Salerno-Reggio Calabria» disse l’uomo, «è un girone infernale srotolato». Un giorno poi, quando vide che leggevo Flaiano sotto l’ombrellone, mi disse che anche lui leggeva molto, ma non in spiaggia: «Il mare mi toglie il pensiero, mi resta soltanto lo sguardo». E infatti, spesso, alzando gli occhi dalla pagina lo sorprendevo in piedi sul bagnasciuga, di spalle, le mani puntate su fianchi, immobile e probabilmente zitto, a guardare l’orizzonte. Poi un altro giorno mi parlò di certe sue amicizie che non volle chiamare per nome, ma che parevano confortarlo grandemente nell’«odierno decadimento italico», come lo chiamò. Così ci mettemmo a parlare di quell’argomentaccio, trovandoci a un tratto a sfogare apertamente disgusto indignazione e vergogna, come amici di lunga data, anche se poi, al tramonto, ci salutammo come tutti gli altri giorni, senza neanche conoscerci per nome. Il giorno dopo – la notte c’era stato un temporale e il vento era cambiato – lo trovai all’inizio del mare, l’acqua fino alle caviglie, intento a pescare rifiuti: tirava su buste e pezzi di plastica portati a riva dalla mareggiata, li infilava l’uno nell’altro e li portava a terra, nel bidone del bar della spiaggia. Ecco, se avessi scritto il racconto sul villaggio forse avrei provato a far di questa l’immagine più poetica e toccante, un inno discreto alla morale e all’utopia. E comunque, insomma, la sera di quello stesso giorno, al bar del villaggio, mentre in sottofondo scorreva lo strazio canzonettistico del pianobar, l’uomo mi raccontò di questo attore veneziano del secolo scorso, Attilio Vecchiatto, e lo fece con una proprietà che io adesso non so se saprò riprodurre, ma ci provo, bluff per bluff non sarà certo peggio di quel che ho scritto finora: «Ricorderò sempre una sera d’inverno», iniziò l’amicone di mio figlio, «quando udii bussare al portone del nostro cortile, con forti colpi, come di chi avesse un’estrema necessità d’aiuto o uno stato di nervosismo incontenibile. Mi affacciai tenendo il portone socchiuso, e prima che potessi vedere chi bussava, mi trovai tra le mani un opuscolo dattiloscritto, dove lessi a malapena queste parole: “Sonetti del Badalucco nell’Italia odierna”. Poco dopo, i due personaggi che avevano bussato al nostro portone, seduti in cucina, divoravano tutto ciò che mia moglie si affrettava a mettere in tavola. Si capiva che non avevano mangiato da giorni. Io e mia moglie li avevamo sentiti mormorare con un filo di voce: “Siamo attori, veniamo da lontano. Non sappiamo più a chi rivolgerci. Scusateci. Potreste darci qualcosa da mangiare?” Così diceva la delicata voce della signora Carlotta, moglie di Attilio Vecchiatto. E lui, anziano, emaciato, vacillante, con un cappello a larga tesa e un consunto mantello d’altri tempi, si fece avanti così: “Io sono l’attore Attilio Vecchiatto. Lei avrà sentito parlare di me, vero?” Al che dovetti mentire in tutta fretta, dichiarandomi un suo appassionato ammiratore: “Chi non ha sentito parlare dell’attore Vecchiatto?” Per fortuna non mi fece domande d’accertamento, dato che non sapevo chi fosse, né che avesse conquistato la sua fama nel Sud America, poi a New York e infine a Parigi – ma mai in Italia, dove di fatto era sconosciutissimo. Ricordo con piacere quel nostro primo pranzo assieme, mentre mia moglie metteva in tavola piatti di maccheroni e salcicce, ceci fritti, castagne, pasticci di mele. I due ospiti ingurgitavano tutto, raccontandoci la loro vita, con le voci che si accavallavano, e scatti d’ira di Attilio quando Carlotta interferiva nei suoi discorsi. Mio nipote Amedeo, allora quindicenne, volle sapere il senso della frase latina nell’opuscolo dattiloscritto con cui Attilio s’era presentato: <em>Umbrarum fluctu terras mergente</em>… Al che Vecchiatto ci spiegò il concetto di questa filosofia, la filosofia di Giordano Bruno : “È l’idea di un’oscurità in cui gli uomini vivono, come un grande mare di ombre che sommergono tutti i continenti piombando le menti degli uomini in una cecità molto difficile da superare”. Ed era» spiegò l’uomo quella sera al bar del villaggio sullo sfondo dello strazio pianobar, «il tema di due tra i suoi più riusciti sonetti, <em>La prima</em> e <em>La seconda lezione di tenebre</em>». Ora, a me a quel punto era già sorta una strana curiosità, perché quel nome, Vecchiatto, mi suonava lontanamente familiare. Non riuscivo però a ricordare dove l’avessi già sentito. L’uomo proseguì raccontando di certi episodi romani della vita di Vecchiatto che però ho dimenticato, troppo fitti e dettagliati per la mia memoria debole. Ma ricordo suppergiù l’ultima parte di quel racconto: «Con la bella stagione» disse l’uomo, «ci è capitato spesso di fare lunghe passeggiate, su per i prati ai piedi del Vesuvio. Attilio era già vecchio, zoppicava vistosamente, appoggiandosi a uno strano bastone fatto di nervi di bue. Carlotta leggeva le carte, con un mazzo di tarocchi. Di sera, quando sedevamo nel nostro cortile per chiacchierare del più e del meno, lei faceva le carte a tutti, tranne ad Attilio, che non voleva saperne di quello che gli sarebbe accaduto. Poi a un tratto, senza dire niente a nessuno, verso la fine del maggio 1987, nei giorni in cui il Napoli di Maradona vinceva il suo primo scudetto e per le strade delle città campane infuriavano rumorosi festeggiamenti, Attilio e Carlotta scomparvero dalla circolazione».</p>
<p style="text-align: justify;">Così finì il racconto dell’uomo, che a quel punto avrebbe voluto recitarmi a memoria alcuni sonetti di Attilio Vecchiatto se mia moglie non fosse accorsa a chiamarmi, la faccia contratta in un’ansia improvvisa: nostro figlio aveva vomitato nel lettino, l’influenza intestinale lo aveva sorpreso nel sonno. Mi scusai, mi congedai in tutta fretta e il giorno dopo, quando arrivammo in spiaggia, la coppia di salernitani non c’era più; non la trovammo neanche al bar o al ristorante: dovevano esser partiti. Poiché tuttavia il sassolino era ormai gettato, vi lascio immaginare il mio sbalordimento quando, rientrati dalla vacanza anche noi, io con il mal di pancia contagiato dal pupo, ho cercato in internet notizie su questo Vecchiatto e, prima ancora di imbattermi nel libro di Gianni Celati di cui mi aveva parlato una volta l’amico Walter Nardon, il quale su Celati ha scritto un saggio, son capitato sul sito di «Zibaldoni e altre meraviglie», la rivista <em>on line </em>diretta da Enrico De Vivo: vi trovai un <a href="http://www.zibaldoni.it/wsc/default.asp?PagePart=page&amp;StrIdPaginatorMenu=38&amp;StrIdPaginatorSezioni=219&amp;StrIdPaginatorNomeSezione=GIANNI+CELATI%2F+Vecchiatto+(1)">pezzo appena pubblicato</a>, firmato dal medesimo De Vivo, il quale altro non era che il racconto che avevo ascoltato al bar del villaggio dall’amicone di mio figlio, lo giuro: che l’autore mi rovini se mento. Questo anche per dire che, se fossi stato uno scrittore bravo, avrei fatto in modo che questa agnizione poggiasse su dettagli accuratamente disseminati prima, trasformando la coincidenza vera in un prodigio romanzesco, come saprebbero certo fare, molto meglio di me, Schulze e Sartori e forse anche De Vivo stesso, benché per intanto egli si pregi di aver pubblicato, or ora peraltro, «<a href="http://questoequelmondo.wordpress.com/divagazioni-stanziali-il-libro/">un libro di racconti, riscritture, narrazioni orali, perfino versi occasionali – qualcosa di molto lontano dalla spirito “romanzesco”, come dice Gianni Celati, che ossessiona la letteratura occidentale moderna</a>». Ecco, alla fin fine in questo frangente, mentre ancora non riesco a credere che Enrico De Vivo abbia donato palle d’alghe a mio figlio, è proprio qui che mi ritrovo a pascer vanità e compiacimento: tra il romanzesco e l’antiromanzesco, tra Schulze e Sartori da un lato e Celati e De Vivo dall’altro, mentre sopra la mia testa, beffarda, pende la spada di Damocle del non-romanzesco di Flaiano. Che angustia! Auguro all’amico Nardon, che entro l’anno pubblicherà il suo primo libro nella stessa <a href="http://questoequelmondo.wordpress.com/about/">collana di De Vivo e da questi diretta</a>, qualcosa di meglio di questo sterile tormento. Gli auguro, insomma, di diventare un vero scrittore.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://harz.it/2009/06/22/palle-e-alghe/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Scarpe nuove</title>
		<link>http://harz.it/2009/04/26/scarpe-nuove/</link>
		<comments>http://harz.it/2009/04/26/scarpe-nuove/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 26 Apr 2009 16:47:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[testi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://harz.it/?p=204</guid>
		<description><![CDATA[Rapporto correttivo sulla Lesung del 21 aprile scorso]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">Note: There is a print link embedded within this post, please visit this post to print it.</p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: #ff0000;"> </span><strong>Rapporto correttivo sulla <em>Lesung</em> del 21 aprile scorso</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Scrivo questo <em>Bericht</em> per rimediare, ossia per sopperire a due mancanze: la mia inesperienza, forse dilettantismo, e l’indifferenza dei miei luoghi d’origine.<br />
La mia sventatezza, tuttavia, si è espressa al meglio nelle scarpe nuove. Le avevo comprate una settimana prima, ma le ho indossate per la prima volta il giorno della partenza. Scarpe di marca, certo, di qualità; ma pur sempre nuove.<br />
Sono partito da Verona e ho fatto scalo a Francoforte; era il volo che l’Istituto Italiano di Cultura di Berlino, al momento di organizzare l’incontro, mi aveva fatto scegliere. Avevo con me, oltre ai miei libri, l’ultimo numero dell’«Atelier du roman», con una sezione monografica dedicata alla bellezza nella poesia e nella prosa, e l’ultimo libro di Milan Kundera, <em>Un incontro</em>, che avevo cominciato il giorno prima. Rileggere Kundera dopo diverso tempo, due anni almeno, è stato come rincasare dopo una lunga erranza.<br />
In aereo ho letto la rivista: l’articolo di Massimo Rizzante, allievo di Kundera e mio maestro durante gli anni universitari, e quello di Lakis Proguidis, direttore della rivista e critico misconosciuto, tra i massimi viventi. Annoto gli argomenti forti: metafora poetica e metafora romanzesca; la natura temporale del bello.<br />
All’arrivo all’hotel, un quattro stelle nell’Anhalter Straße, i calcagni in due punti erano già arrossati.<br />
Per prima cosa ho chiamato Thomas Wohlfahrt, direttore della Literaturwerkstatt<em> </em>e moderatore del ciclo d’incontri, dal quale avevo ricevuto un sms. Ci siamo accordati sui temi da discutere: dopo la lettura dei testi, si sarebbe parlato di Alto Adige, di Italia, di televisione. Temi che nella mia prosa compaiono di rado, ma che io stesso, stavolta, avevo voluto affrontare fin dalla scelta dell’estratto. E poi si sarebbe parlato, gioco forza, di letteratura italiana contemporanea. Insomma, di argomenti adatti alla circostanza: l’incontro “italiano” all’interno del ciclo «Europa literarisch» organizzato dall’Unione Europea in collaborazione con gli istituti di cultura di tutti i paesi membri. Fin dall’invito, in dicembre, il mio compito ufficiale era chiaro: ero chiamato, come scrittore, a «rappresentare il nostro paese» presso la sede tedesca dell’Unione Europea. Un’enormità.<br />
La sera, dopo una cena veloce e solitaria presso l’<em>Imbiss </em>turco in Friedrichstraße – in tutti e tre i giorni l’istituto di cultura mi ha lasciato libero: niente pranzi di rappresentanza, niente accompagnamenti –, ho letto Kundera, il capitolo-intervista con Guy Scarpetta su Rabelais: «In Polonia il suo destino non fu diverso rispetto alla Cecoslovacchia; la traduzione di Tadeusz Boy-Zelemski (anch’egli fucilato dai tedeschi nel 1941) era magnifica, uno dei più grandi testi scritti in polacco. Ed è stato questo Rabelais colonizzato a stregare Gombrowicz. Quando parla dei suoi “maestri”, ne nomina, uno dopo l’altro, tre: Rimbaud, Baudelaire e Rabelais. Rimbaud e Baudelaire sono gli immancabili punti di riferimento di tutti i modernisti. Il richiamarsi a Rabelais era più raro. I surrealisti francesi non l’amavano molto. A ovest dell’Europa centrale il modernismo avanguardista era puerilmente antitradizionale e si realizzava quasi esclusivamente nella poesia lirica. Il modernismo di Gombrowicz è diverso. È, anzitutto, modernismo nell’ambito del romanzo. E poi Gombrowicz non intendeva contestare ingenuamente i valori della tradizione, ma semmai “rivalutarli” (nel senso nietzscheano: <em>Umerwtung aller Werte</em>). La coppia Rabelais-Rimbaud come programma: ecco una prospettiva nuova, significativa per le grandi personalità del modernismo, così come lo intendo».<br />
La mattina, prima di infilare le scarpe, ho incerottato i calcagni. Dopo colazione ho lavorato un po’ in camera alla <em>Novelle </em>di ambientazione berlinese che ho in cantiere dallo scorso… agosto, credo. Alle undici sono uscito, ero atteso all’istituto di cultura per un breve saluto. Ho fatto visita a Marina Mezzasalma, la principale artefice di quell’incontro tra me e l’Europa, e ho firmato la mia prima dedica (nelle primissime copie donate, destinate a familiari e amici, per qualche ragione non avevo, o non ancora, scritto niente); poi lei mi ha presentato al direttore dell’istituto, Angelo Bolaffi, seconda dedica. Con lui ci siamo intrattenuti un poco sulla letteratura centro-europea, la mia principale costellazione di riferimento, e su Claudio Magris, che due giorni dopo sarebbe stato premiato con il Campiello tedesco per la traduzione di <em>Alla cieca</em>. Ho detto a Bolaffi che, per una singolare coincidenza, Magris è l’unico autore italiano membro dell’Akademie der Künste che l’anno scorso mi offrì la borsa di scrittura, e che il titolo del mio nuovo volume di racconti ha tratto spunto da una pagina di Magris sull’<em>Oblomov </em>di Gončarov. Non gli ho detto che di <em>Alla cieca</em> ho letto le prime settanta pagine e poi mi sono arreso.<br />
Un caso fortunato ha voluto che a pranzo m’incontrassi con Rosemarie, la mia più fidata <em>Gastgeberin</em> berlinese, che ha anche il merito di aver reso possibile il racconto <em>Protokoll H</em> contenuto nel libro nuovo. Dopo una <em>Boulette</em> con insalata di patate e caffè abbiamo fatto, nonostante i miei piedi un po’ doloranti, una passeggiata tra Alexanderplatz e Unter den Linden. Un’autentica, affollata <em>Turistenmeile</em>, molto diversa anche solo da quando la vidi per la prima volta, otto anni fa e mezzo. A due passi dalla porta di Brandeburgo abbiamo preso l’S-Bahn, poi lei è salita in autobus e io sono rientrato in hotel. Qui ho avvolto foglietti ripiegati di carta igienica intorno ai mignoli, che si erano tutti arrossati; quello sinistro aveva persino già una bolla.<br />
Alle cinque, puntuale, in borsa i miei libri e in mano i <em>Diari </em>di Gombrowicz in traduzione tedesca appena acquistati da Dussmann, ero all’Europäisches Haus, Unter den Linden 78. Un palazzo non grande ma lussuoso, i cui marmi mi hanno come risucchiato. Ero il primo arrivato. Nella sala al primo piano dove avrebbe avuto luogo l’incontro, le sedie intorno al podio, circa duecento, erano tutte vuote, azzurre e troppe. In fondo alla sala, il giovane fonico fissava lo schermo di un computer portatile e non si è accorto, o ha finto di non accorgersi di me.<br />
Sono rimasto nell’anticamera a osservare fuori dalle finestre, la gente per strada, scavalcando con gli occhi le bandiere degli stati europei disposte verticali una dopo l’altra dietro ai tavoli dove, supponevo, avrebbero sistemato i cibi e le bevande del rinfresco finale. Il primo a presentarsi è stato Georg Gehlhoff, dell’istituto di cultura italiano, con il quale tra l’altro abbiamo parlato brevemente di Walter Kempowski, ma che presto si è dileguato con i tre giovani aiutanti, un ragazzo e due ragazze, per approntare l’evento più atteso della serata, il rinfresco finale appunto. Poco dopo sono arrivati la signora Presle, responsabile organizzativa del ciclo d’incontri, e Wohlfahrt, che finalmente conoscevo di persona. Verosimilmente gay: un motivo in più per spiegarmi la sua amicizia con Reimund Frenzel, di Weimar, responsabile del lascito di Gino Hahnemann, il poeta omosessuale scomparso nel 2006 che nel <em>Libro di Egon</em> appare come Tazio. Con lui, voglio dire con Wohlfahrt, ci siamo ritirati in una stanza a concordare nuovamente, più in dettaglio, i temi della nostra conversazione.<br />
A un certo punto è arrivato un alto funzionario EU, non ho capito bene chi fosse, è sparito presto. Poco dopo ci ha raggiunti Heinrich Schmidt-Henkel, traduttore, che avrebbe letto gli estratti tedeschi. Ho fatto leggere a Wohlfahrt il passo dai <em>Diari</em> di Gombrowicz che avrei voluto leggere in chiusura dell’incontro. Non gli è piaciuto, l’ha trovato troppo pessimista. Gli ho chiesto se riteneva che fosse meglio evitare. Non ha detto no; ha detto che se ero io a desiderarne la lettura, si faceva. Era della parrocchia come te, volevo dirgli, ma non l’ho fatto; Gombrowicz non era sensibile alla comunella omosessuale, e chissà, forse neanche Wohlfahrt. Poco prima delle sei, infine, si è presentato il nuovo direttore dell’istituto, uno spagnolo, in mano dei fogli stampati: la riproduzione della copertina di <em>Quando si vive</em> e le notizie su di me, il tutto scaricato probabilmente dal sito dell’istituto di cultura italiano.<br />
Alle sei ha bussato la signora Presle, che ci ha annunciato: la sala è piena. Piena di gente che fino a oggi non mi aveva mai sentito nominare e che tra due ore avrà già bell’e dimenticato tutto, ho pensato. Ho firmato due dediche sui libri per Wohlfart, che li avrebbe aggiunti alla biblioteca della Literaturwerkstatt, e siamo usciti.<br />
All’ingresso dell’anticamera con le bandiere, due ragazze sedute al tavolo con gli <em>Ansichtsexemplare</em> dei miei pochi libri (3) segnavano gli arrivi su una lista; l’incontro, non l’ho detto, era su prenotazione.<br />
La sala era effettivamente piena, l’età media avanzata, il pubblico eterogeneo, da rinfresco. Entrando, Wohlfahrt ha salutato con un sussulto una persona sul fondo e me l’ha indicata: “Guarda chi c’è.” Mi sono voltato, era un ragazzo moro col pizzetto, non lo conoscevo, Wohlfahrt mi ha detto: “È il ragazzo di Gino.” Poi abbiamo raggiunto il centro della sala. Mi sentivo osservato.<br />
Abbiamo preso posto nelle poltrone sul palchetto, divisi da un tavolino con bottiglie d’acqua e bicchieri. È sopraggiunto il fonico e ci ha sistemato i radiomicrofoni sulle camicie. L’alto funzionario ha presentato l’incontro dal podio alla nostra destra. A seguire, l’introduzione dello spagnolo. Poi è toccato a Bolaffi, che dopo avermi definito <em>Grenzmensch</em> (una mia imbeccata della mattina) e citato Churchill, ha ricordato che di lì a due giorni sarebbe stato premiato Magris. Infine ha parlato Wohlfahrt, presentandomi in dettaglio. Il tutto intervallato da flash e applausi, anche miei.<br />
È giunto il mio turno. Ho ringraziato istituzioni e persone, ho presentato l’estratto che avrei letto, da <em>Anima bella</em>, ho letto ad alta voce le prime due pagine in italiano e ho ricevuto un applauso. Poi Schmidt-Henkel ha riletto da capo, in tedesco, fino alla telefonata con la nonna. Un altro applauso. Era il momento della conversazione. Sul fondo della sala, in piedi, con lo sguardo perso fuori dalla finestra, ho riconosciuto il mio amico Douglas, traduttore statunitense.<br />
I temi conduttori sono stati, nell’ordine: Alto Adige, televisione, Italia, letteratura italiana contemporanea. Non dirò qui tutto ciò che ho detto, non è importante. Dirò invece soprattutto quel che avrei dovuto dire, e non ho detto, mentre avanzavo in fragile equilibrio tra cliché e generalizzazioni, stereotipi e semplificazioni. Dire qualcosa d’intelligente è incredibilmente difficile, tanto più in un’altra lingua. Almeno per me.<br />
<em>Alto Adige</em>. (Un tema che, stranamente, ha interessato tutti; oltre i confini locali pare che la gente conosca molto poco la situazione in Alto Adige, belle montagne a parte.) Ho detto: l’Alto Adige è una colonia di tipo particolare, perché i colonizzati sono sempre stati meglio dei colonizzatori (risatine). Eccetera. Alla domanda di Wohlfahrt, come si sarebbe potuta risolvere la situazione altoatesina, non avrei dovuto parlare della problematicità di nuovi confini “euroregionali” in un’epoca in cui ci si sforza di eliminare i confini europei – luogo comune –, né dire che il cambiamento dovrebbe partire da un maggior ascolto dei bisogni di entrambi i gruppi linguistici da parte della classe politica, evitando però che questo si trasformi in populismo – aria fritta. Avrei dovuto semplicemente rispondere: scuola plurilingue e promozione di una cultura popolare mista.<br />
<em>Televisione</em>. Ho detto: non guardo la tivù da parecchi anni, perché mi offende. Tuttavia ho voluto esprimere un timore suffragato dalla memoria, da evidenze materiali e da pareri altrui: la tivù negli ultimi vent’anni ha tirato fuori il peggio degli italiani. E poi, visto che Wohlfahrt insisteva con il tema, ho sparato: i telegiornali italiani informano ogni giorno a lungo sulla politica interna e su ciò che ha detto il papa, mentre quello che accade nel resto del mondo rimane praticamente ignoto (risatine); la nostra provincialità viene anche da qui. Non ho detto: la tivù è il maggior strumento con il quale negli ultimi vent’anni una loggia massonica deviata ha realizzato il suo piano di conquista del potere, e questa non è certo una dichiarazione politica, ma la semplice verità storica.<br />
<em>Italia</em>. Ho detto: negli ultimi vent’anni la tivù ha tirato fuori il peggio degli italiani, almeno molti di quelli che conosco io, anche intimamente, e questo mi fa molto soffrire; negli ultimi vent’anni gli italiani hanno perso una parte della bellezza del loro carattere a causa della volgarità televisiva; oddio, forse gli italiani non sono poi così peggiorati, però appena si comincia a parlare di politica diventano bestie astiose, litigano, s’incarogniscono, e questo non in nome di progetti, idee o visioni politiche, ma semplicemente a seconda che si sia “con” o “contro” di lui; e questo, quando accade nella mia vita privata, mi fa molto soffrire. Non ho detto che in Italia, a fronte di una scarsissima coscienza politica, la politicizzazione delle menti è alta, e questo grazie al nostro essere all’avanguardia nel populismo mediatico, ma insomma si era capito.<br />
<em>Letteratura italiana contemporanea</em>. Alla domanda di Wohlfahrt, qual è mai la situazione in Italia, visto che negli ultimi anni si traduce così poco, non avrei dovuto perdermi in un discorso senza capo né coda su certi autori del secolo scorso che ritengo maestri, né tirare in ballo il caso Saviano, parlando di <em>Gomorra </em>e di «<em>neapler mafia</em>» (<em>sic</em>), per poi non trarne una conclusione chiara. Avrei dovuto semplicemente dire: non so rispondere in generale, ma in particolare conosco ad esempio scrittori molto bravi che però vendono poco, e forse per questo non vengono tradotti.<br />
Dopo la prima parte di conversazione, in cui era solo Wohlfahrt a interpellarmi, ci sono state le domande del pubblico. Non sono state molte. Qui voglio ricordarne due.<br />
Una donna, a proposito della questione altoatesina, ha osservato che forse, se la politica ha delle mancanze permanenti, potrebbe essere la letteratura a provvedere e in particolare, ha detto, a nominare (<em>benennen</em>) quella realtà e le sue contraddizioni. Ho detto che sì, aveva detto bene, la letteratura, semmai, non può fare altro che nominare (avrei dovuto dire esplorare, scoprire i lati meno ovvii e più concreti); la letteratura, infatti, non può cambiare le cose, non può avere un’influenza su di esse. Sentivo che la mia affermazione deludeva, che il kitsch di una dichiarazione di fede nella letteratura sarebbe piaciuto di più. Ho calcato la mano: la letteratura ha ormai un ruolo minoritario nella cultura, anche per questo è difficile pensare che possa influire sulla realtà, a parte appunto coglierla in modo veritiero nei modi che le sono propri. E comunque, ho detto, io personalmente non so mica se sono in grado di assolvere un simile compito. La donna ha detto che lo sono, voleva farmi un complimento, e io, stronzo che sono, non l’ho neanche ringraziata.<br />
Un ragazzo nero con la zeta alveodentale (si può dire?) mi ha chiesto, a proposito della provincialità italiana, se una maggior traduzione di testi stranieri potrebbe porre rimedio al problema; e poi mi ha chiesto se ci sono altri casi di «coraggio» come Saviano, se credo che il coraggio possa o debba toccare altri scrittori italiani. Ho detto, per rispondere alla prima domanda, che sì, certo, e non solo, io per esempio ho tenuto all’università un corso di cosiddetta letteratura della migrazione, scritta cioè da italofoni originari di altri paesi, soprattutto del cosiddetto terzo mondo, e il loro sguardo sull’Italia e gli italiani eccetera. Poi ho detto che il coraggio non è di tutti e non è neanche un valore estetico, che so di scrittori magari anche un po’ vigliacchi ma che hanno scritto bei libri, che Saviano ha scritto quel che ha scritto perché è la sua storia personale ad averlo portato lì, perché non poteva scrivere nient’altro che quel libro, e che non è detto che se altri scrittori osano allo stesso modo, com’è già stato fatto, ne venga fuori un libro altrettanto ad effetto. Avrei dovuto dire: <em>Gomorra</em> più che un libro di Saviano è un libro di Mondadori, per questo è diventato quel che è; e l’Italia più che di scrittori ha bisogno di eroi, per questo Saviano è diventato quel che è. Ma non l’ho detto.<br />
Quando anche le domande del pubblico erano esaurite, Wohlfahrt ha annunciato la mia lettura finale, che io ho poi presentato. Nel 1963 il mio maestro Witold Gombrowiz fu, con Ingeborg Bachmann, il primo <em>DAAD-Stipendiat</em> presso l’Akademie der Künste, dove io ho ottenuto una borsa di scrittura nel 2008, quarantacinque anni dopo – un fatto che mi ha molto confuso, volevo dire, invece ho detto <em>verwirrend</em>, sconcertante (risatine). In un mio testo di qualche anno fa, inoltre, avevo citato un brano di Gombrowicz sull’Europa, e siccome adesso ero capitato in quella sede di rappresentanza dell’Europa e a Berlino sento spesso vagare lo spirito di Gombrowicz (?), volevo concludere l’incontro con questo omaggio al mio maestro.<br />
«Amico mio, permettetemi per una volta, in via del tutto eccezionale, di occuparmi di qualcosa che non sia io stesso: l’Europa. “Europa!” Questa parola m’infiamma, tanto è più vasta di “Germania”, di “Polonia” o di “Francia”, e ricca com’è di un’energia crescente. Ma al progresso della tecnica, in Europa, non si è affatto accompagnato il progresso dell’umanesimo&#8230; Lo spirito dell’Europa è forse riuscito a infiltrarsi nella macchina? Che cosa è dunque successo perché tra noi, gli umanisti, si debba constatare una simile catastrofe? La musica va in frantumi, la poesia si inaridisce, la letteratura diventa spaventosamente noiosa. La coscienza si trova ormai da duecento anni sotto il segno del rimpicciolimento: in Germania Kant, Marx, Husserl e Heidegger segnano le tappe successive di una cauta e progressiva riduzione dello spirito. Ma il crollo nell’arte e nella letteratura non ha niente a che vedere con questo processo – della cui gravità, del resto, non si può dubitare. Che fiasco! Una terrificante stupidità si manifesta in tutto ciò che facciamo, nel nostro modo di creare (la creazione è diventata cerebrale e ostica), nel nostro modo di parlare d’arte (troppe chiacchiere), in ogni ingranaggio del nostro piccolo mondo artistico, questo macchinario gigantesco composto da centomila dottori, associati, interpreti, commentatori occupati a succhiare il sangue pallido dei corpi anemici di decine di migliaia di creatori scaduti nella volgarità. Che cosa sta succedendo? Dove sono finiti i tesori della nostra gastronomia artistica, quei magnifici chateaubriand al sangue che furono Goethe e Beethoven? Come fare affinché l’arte smetta di essere l’espressione della nostra mediocrità per tornare ad essere quella della nostra grandezza, della nostra bellezza, della nostra poesia? Ecco il programma che propongo: Primo, prendere coscienza, senza risparmiarci il dolore, della nostra catastrofe. Secondo, rigettare tutte le teorie estetiche elaborate nel corso degli ultimi cinquant’anni e il cui fine occulto è quello di indebolire la personalità; tutto questo periodo è stato avvelenato dalla tendenza a livellare i valori e gli uomini – che vadano al diavolo! Terzo, una volta che si è fatta piazza pulita di queste teorie, volgersi nuovamente verso i grandi personaggi, le grandi figure del tempo passato e, in alleanza con esse, ritrovare in noi stessi le fonti eterne del volo, dell’ispirazione, dell’entusiasmo e del fascino. Perché non c’è democrazia dove non c’è posto per una sorta di aristocrazia, di élite». Applauso.<br />
La lettura del testo in tedesco si è conclusa con una frase ulteriore, la vera ultima frase del testo, che il mio estratto non comprendeva: «Colgo l’occasione per salutare affettuosamente la signora Hanne Garthe di Saarbrücken». Risata, applauso finale.<br />
Ci siamo alzati ed è cominciata la processione privata dei saluti e dei ringraziamenti, mentre fuori dalla sala iniziava l’assalto al rinfresco. Ho porto la mano a Wohlfahrt, non se l’aspettava. Credo di non essergli piaciuto molto. Ho ringraziato il direttore Bolaffi, la graziosa direttrice del Goethe Institut, signora Fraenkel-Thonet, la cara Barbara Voigt dell’Akademie der Künste, il lettore tedesco, il direttore dell’Europäisches Haus e Marina Mezzasalma; è passato velocemente il ragazzo di Gino, ci siamo stretti la mano ed è scomparso; poi sono stato chiamato dal fotografo ufficiale per un piccolo servizio nel cortile interno.<br />
Non è stato facile. Già non sono fotogenico. Ma soprattutto, come ci si può rilassare davanti a un obiettivo senza conoscere il fotografo? Non potevamo intrattenerci per qualche minuto prima di scattare? Comunque in qualche modo è andata.<br />
Sono rientrato e ho salutato e ringraziato altre persone. Mentre mi intrattenevo brevemente con l’impiegata del Goethe Institut, signora Metzger, che mi ha regalato un mazzetto di fiorellini, forse campanule nane (esistono?), ho visto Douglas nel cortile interno. Poi ho trovato Reimund Frenzel, che aveva sbagliato orario ed era appena arrivato da Weimar con altri amici; mi dispiaceva, ero stato contento quando mi aveva scritto che sarebbe venuto. Mi dispiaceva per lui, voglio dire, che era venuto per niente. Dopo Reimund, una signora mi ha chiesto perché non scrivo sceneggiature, visto che in Italia la televisione è così importante. Le ho detto che primo, dalla provincia è difficile arrivare a Roma o Milano e lì proporsi e ottenere attenzione, e secondo, che comunque per ora non ne sono capace, dovrei prima esercitarmi.<br />
Quando anch’io finalmente sono riuscito a raggiungere l’anticamera, ai margini della ressa ho incontrato Verena e Gert, i miei amici austriaci, residenti a Neukölln, autori della foto di copertina di <em>Quando si vive</em>. Ho donato loro una copia, ma non siamo riusciti subito a parlare, perché mi ha raggiunto Marina Mezzasalma, con la quale tuttavia ci siamo intesi bene. Poi mi ha interpellato una donna che ha mosso alcune obiezioni alle mie affermazioni sull’Italia, che giudicava inesatte o troppo clementi; prima di congedarsi, ha detto di avere un figlio della mia età, avvocato, e che Berlusconi è un delinquente e basta. Avrei voluto dirle: si sbaglia, Berlusconi è molto altro. Ma non l’ho detto. Poi finalmente ho potuto chiacchierare con Verena e Gert nonostante la bolgia, e anche ottenere un bicchiere di <em>Sekt</em> dal giovane aiutante dell’istituto di cultura italiano. Pian piano la gente si disperdeva, sono passati da me per accomiatarsi Bolaffi e Wohlfahrt, Douglas non l’ho più visto. Rosemarie, che Gert e Verena avevano visto di sfuggita, non l’ho vista proprio. Alla fine, quando ormai se n’erano andati quasi tutti, mi sono intrattenuto ancora un po’ con Gehlhoff, l’amante di Kempowski, il tempo di finire il <em>Sekt</em> e mandar giù due pezzi di focaccia. Poi ho salutato anche lui e ho raggiunto Verena e Gert, che mi aspettavano già dabbasso.<br />
Abbiamo camminato verso la Friedrichstraße pensando a dove mangiare. Siamo arrivati fino alla stazione, poi però abbiamo deciso di andare al ristorante tailandese sotto casa di Rosemarie, nella Mauerstraße. Così ho chiamato anche lei, che era appena rientrata, e ci siamo dati appuntamento lì. Douglas invece era già sulla via di casa, l’ho ringraziato di esserci stato, forse ci rivedremo in maggio.<br />
Ho cenato con Verena, Gert e Rosmarie, gli amici berlinesi che hanno contribuito in un modo o nell’altro a libro nuovo. Anche a Rosemarie ho donato una copia, e su entrambe, lì nel ristorante, ho scritto una dedica. Ci siamo alzati prima di mezzanotte, tutti stanchi, e sono rientrato in hotel a piedi.<br />
In camera è stato un sollievo togliersi i calzini. I cerotti e la carta igienica erano serviti, tuttavia il mignolo destro mi faceva ancora male. E comunque mancava ancora il tragitto fino all’aeroporto, l’indomani.<br />
La mattina dopo, a colazione, mi è venuto un pensiero, non me ne voglia la mia compagna: nelle ultime quarantott&#8217;ore, nonostante fossi a Berlino (?), non ho visto una sola donna che abbia suscitato il mio desiderio.<br />
Rientrando in camera, l’ultimo corridoio era ostruito dal carrello di una donna delle pulizie. Mentre mi avvicinavo, è uscita di spalle dalla camera che stava riordinando. Mora, giovane e bella, jeans neri attillati. Mentre poi le passavo davanti scusandomi, l’ho vista in faccia, la grazia discreta del sorriso e i begli occhi scuri.<br />
Sono rientrato in camera e mi sono messo a lavorare di gran lena alla <em>Novelle</em> berlinese. Alle undici hanno bussato, ho aperto, era lei. Guardandomi un po’ languida, mi è parso, lo stesso sorriso di prima, attese finché la informai che di lì a poco me ne sarei andato, poi disse: “Kein Problem”. E in effetti subito dopo ho chiuso il computer portatile e ho infilato scarpe e giacca. La valigia era già pronta.<br />
Il carrello era in un altro corridoio, più vicino all’ascensore, ma lei non l’ho rivista; non l’ho nemmeno cercata, perché un nuovo e più esteso dolore era comparso nel piede sinistro, stavolta sotto, all’altezza del tarso.<br />
Durante il viaggio di ritorno, ogni volta che era possibile, negli aeroporti di Berlino e Francoforte e poi in macchina con la mia compagna che è venuta a prendermi a Verona, mi sono tolto le scarpe. Ogni volta è stato un po’ di sollievo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://harz.it/2009/04/26/scarpe-nuove/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
