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	<title>harz.it &#187; mediazioni</title>
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	<description>UBI LIBERTAS IBI PATRIA</description>
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		<title>Tre recensioni tedesche</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Jan 2010 13:19:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’ultimo libro di Christoph Ransmayr, l’autore austriaco classe 1954 affermatosi alla fine degli anni ottanta con quella sorta di fantasticazione ovidiana, postmoderna e barocca che è Il mondo estremo (edito da Leonardo nel 1989 e poi da Feltrinelli, riveduto, nel 2003), è un’impresa non meno rischiosa e “campata in aria” di quella che ha per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">Note: There is a print link embedded within this post, please visit this post to print it.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ultimo libro di Christoph Ransmayr, l’autore austriaco classe 1954 affermatosi alla fine degli anni ottanta con quella sorta di fantasticazione ovidiana, postmoderna e barocca che è <em>Il mondo estremo</em> (edito da Leonardo nel 1989 e poi da Feltrinelli, riveduto, nel 2003), è un’impresa non meno rischiosa e “campata in aria” di quella che ha per oggetto. <strong>La montagna volante</strong> (trad. di Claudio Groff, Feltrinelli) è la storia di due fratelli irlandesi che raggiungono il Tibet orientale per rintracciare e scalare il Phur-Ri, una vetta più alta dell’Everest ma assente dalle carte geografiche, viva soltanto nella tradizione nomade tibetana e nella testimonianza di un pilota cinese scomparso dopo aver bombardato la zona; ecco un esempio della forma in cui la storia è narrata: «Forse è davvero inestinguibile / quel bisogno / che persino in territori enciclopedicamente accertati / ci spinge a cercare l’ignoto, l’inesplorato, / l’ancora indenne da tracce e nomi&#8230; / quella macchia perfettamente bianca / nella quale poter poi imprimere un’immagine / dei nostri sogni diurni».</p>
<p style="text-align: justify;">Citare senza troppi preamboli un passo, anzi una strofa come questa, dove pure è tematizzato l’anelito che induce i protagonisti a intraprendere il viaggio, può forse rendere l’idea dell’accesso tutt’altro che immediato al libro, per il quale di proposito non si è ancora usata la parola «romanzo». Di fatto, il lettore che sfogli il volume in libreria crederà dapprima di avere per le mani un’opera poematica, oltre trecento pagine di versi irregolari suddivisi in strofe di varia misura, con tutto ciò che &#8211; di selettivo &#8211; una simile impressione può comportare. Pure, penserà il lettore, è di Ransmayr che si tratta, uno scrittore noto e da più parti osannato, su cui ha speso inchiostro ormai una generazione di laureati in germanistica. Il risvolto di copertina a questo punto farà il resto, evocando il carattere estremo della situazione, che accomuna questo libro alle altre prove maggiori dello stesso autore, e menzionando il clan di nomadi e pastori tibetani al quale i due fratelli si uniranno nel cammino e di cui fa parte Nyema, la bella vedova di cui si innamorerà uno di loro. In breve: avventura, alterità e sentimento. Infine, l’«appunto a margine» a firma «CR» posto a mo’ di premessa quieterà nei più incerti i timori residui, poiché vi si apprende che la forma testuale in questione, ribattezzata «composizione a bandiera» ovvero, in sintonia con l’argomento del libro, «<em>composizione volante</em>», «è libera e non appartiene soltanto ai poeti». Insomma, quello che abbiamo in mano non è un poema. E allora cos’è?</p>
<p style="text-align: justify;">Partiamo dalle certezze. In effetti <em>La montagna volante</em>,<em> </em>pubblicato nei paesi tedeschi ben undici anni dopo la fantastoria apocalittica de <em>Il morbo Kitahara</em> (1995) e a più di vent’anni di distanza dall’esordio con <em>Gli orrori dei ghiacci e delle tenebre</em> (1984, che restituiva tra cronaca e finzione la spedizione austro-ungherese al Polo Nord tra il 1872 e il 1874), ha in comune con le opere precedenti il resoconto più o meno fantasioso di circostanze-limite, che riconducono i personaggi, attraverso il confronto serrato con la natura, ai moti primigeni dell’umano, nell’immediata aderenza alla vita brada. La copertina del libro, in questo senso, ha il pregio rivelatore del paradosso: le due meduse immerse nell’azzurro marino riducono alla mera datità biologica la parentela che unisce i due protagonisti tra le vette himalayane, e ricordano le analoghe creature che nuotano alle spalle del nazi-occultista Hanussen in <em>Invincibile</em> di Werner Herzog, altro celebre poeta della natura. Certo, nella pellicola in questione le meduse appaiono imprigionate in un acquario, ma la meraviglia di cui lo sguardo del regista bavarese è capace, anche verso quegli esemplari isolati di un <em>bios</em> extra e sovraumano, non è poi tanto lontana dal sublime che impregna le descrizioni dei paesaggi e dei fenomeni naturali in Ransmayr, indubbiamente uno dei punti di forza del suo stile rigoglioso.</p>
<p style="text-align: justify;">Detto questo, tuttavia, siamo daccapo. <em>La montagna volante</em> richiede una sospensione del giudizio, persino uno sforzo di ignoranza: l’ideale sarebbe dimenticare ciò che di solito chiamiamo “romanzo” o “poesia”, perché qui abbiamo a che fare, come ebbe a dichiarare l’autore all’uscita dell’edizione tedesca, con una forma di scrittura «antichissima» che «corrisponde al ritmo del parlato» e «deve facilitare il lettore». Di certo affermazioni così vaghe non facilitano il critico, se ciò che gli compete è la mediazione ponderata di un’esito poetico. Sta di fatto che dopo un po’ l’esperimento pare funzionare: la storia di Liam e Pad narrata da quest’ultimo, unico sopravvissuto all’ascensione sul Phur-Ri, si dipana a un ritmo rallentato che ha qualcosa di lirico, ma non <em>è </em>lirico. Nella scansione ciclica di strofe e capitoli, la rammemorazione dell’impresa si alterna a continui flash-back sul passato comune dei due fratelli, prima narrando come Pad, ex-marinaio, raggiunse Liam, ex-informatico, a Horse Island, «rifugio perpetuo: / un luogo sicuro avvolto dai flutti, / sottratto al tempo, / lontano e indistruttibile al pari di un’utopia»; poi risalendo all’infanzia e alle prime escursioni montane col padre, cattolico e fervente patriota, presto piantato dalla moglie protestante. Il passato riemerge per lo più a rigurgiti e sempre per analogia, come quando il volto incappucciato del fratello sulla vetta del Cha-Ri, la montagna degli uccelli, richiama alla memoria del narratore la tragicomica sfilata del padre (al cui passamontagna è ancora appesa l’etichetta) assieme ad altri finti combattenti dell’Ira, in realtà sodali d’osteria, durante la parata di San Patrick. Parallelamente, la vicenda principale ripercorre i preparativi dell’impresa, con Liam che naviga in internet alla ricerca di indizi ed elabora ogni possibile ricostruzione e animazione grafica della vetta, e poi con l’arrivo in Cina, la necessità di spacciarsi dapprima per «testimoni» in visita ufficiale, il passaggio strappato a un mercante cinese e infine l’incontro con i khampa, la tribù nomade accompagnata dagli yak con la quale i due si inoltreranno tra le falde himalayane.</p>
<p style="text-align: justify;">Si avverte presto, immergendosi in questa specie di epos romantico, a dire il vero un po’ sovrabbondante, che il suo paradigma compositivo è il continuo travaso reciproco di sfere all’apparenza separate: il mare e le vette, il presente e il passato, il naturale e l’artificiale, il padre e il fratello, la madre e l’amata. E a questo punto ci sono anche abbastanza elementi per capire che questo è soprattutto un libro sulla fratellanza, sulle simbiosi e le tensioni che comporta: non solo tra i due protagonisti (che l’autore a un certo punto paragona nientemeno che a Caino e Abele), ma anche rispetto al loro luogo d’origine, l’Irlanda, e alla loro meta, il Tibet, entrambi segnati dall’occupazione e dal conflitto, luoghi insomma dove la storia ha incrinato la fraternità naturale tra gli uomini in nome della conquista e della prevaricazione. Ma è anche un libro che sfida i gusti consolidati, un <em>unicum</em> testuale che si concentra senza remore sui sentimenti e le percezioni ancestrali, basiche dell’umano, e lo fa camminando sul filo del kitsch – con grande equilibrio ed efficacia nei passaggi descrittivi e in quelli più avventurosi, ma invero cadendoci in pieno altrove, come nel racconto dell’amore nascente tra Pad e Nyema, dove la reinvenzione idillica della scrittura da parte degli amanti sfora impudicamente nel cliché.</p>
<h6 style="text-align: justify;">(Uscito su «alias» del 4 ottobre 2008.)</h6>
<p style="text-align: center;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’agosto 2006, annunciando l’uscita del primo volume della sua autobiografia, Günter Grass, voce critica per antonomasia della coscienza tedesca postbellica, ne anticipò i contenuti dichiarando tra l’altro di aver militato durante la guerra, per poche settimane, nelle Waffen-SS, corpo elitario dell’esercito nazista. La ridda di reazioni che quella confessione suscitò, invero più per il suo carattere tardivo che per il fatto in sé, provocò una bufera scandalistica il cui peggior effetto, sul piano letterario, fu quello di favorire una lettura parziale e deformata del libro in questione (ci fu chi lo ridusse a «correzione» della «menzogna di una vita»). In quello stesso mese estivo poi, mentre l’uscita del libro in Germania veniva anticipata di due settimane, Grass, quasi ottantenne, reagì – o meglio, trovò rifugio dagli attacchi e dalle polemiche in un raccoglimento il cui frutto, un volumetto di poesie e disegni, fu pubblicato l’anno successivo, poco prima che uscisse anche in Italia il libro dello scandalo, <em>Sbucciando la cipolla</em> (Einaudi), nella traduzione dell’ormai fidato Claudio Groff. Ebbene, oggi quel volumetto è disponibile anche in italiano, seppur privo di quasi tutte le illustrazioni, edito dall’editore Raffaelli di Rimini con lo stesso titolo tedesco, <strong><em>Dummer August</em> </strong>(“stupido agosto” ma anche “Augusto”, figura tradizionale di clown circense), grazie a un interessante esperimento di traduzione collettiva, opera dello stesso Groff assieme a cinque giovani traduttrici (Caterina Barboni, Irene Montanelli, Elena Bollati, Velia Februari e Claudia Crivellaro). Pur giovandosi di tale pluralità, la raccolta è presentata da Groff nella prefazione come «<em>una</em> delle versioni possibili», giusta la consapevolezza delle infinite risonanze della parola poetica, tanto più in un caso come quello di Grass, con «cinquant’anni di “mestiere”» alle spalle. Sono componimenti per lo più brevi, nei quali la coscienza e la «vergogna» della «macchia» ora si espongono sarcastiche alle accuse degli «eroi di oggi», ai principi dell’«abiezione», ora si declinano nel risentimento dell’uomo ferito, più spesso trovano requie nella quotidianità minima di una vita ricondotta alla natura, nel silenzio vivo del bosco, nello sguardo animale, in una semplicità malinconica che, oscillando tra metafora dell’oggi, anelito simbolico e rievocazione di un tempo trascorso, diventa pratica di resistenza in un mondo illuminato ovunque dai riflettori, privo ormai di vie di fuga. Ne emerge una pacata nostalgia per il privato, per la lentezza di un vivere quieto, e con essa un sentimento della fine che nei richiami agli amici, vivi o scomparsi, raggiunge le sue note più toccanti. E se un lungo omaggio al Laurence Sterne del <em>Tristram Shandy</em> coinvolge in questo esercizio di stoicismo anche quel nutrimento esistenziale che sa esser la letteratura, il richiamo finale a Goethe è l’occasione per affermare, mutatis mutandis, le pretese modeste di quest’opera minore che Grass chiama «il ricavato della mia miseria»: «quanto al resto rinuncio – pur nella disgrazia – / a versi tramandati».</p>
<h6>(Uscito su «alias» del 16 maggio 2009.)</h6>
<p style="text-align: center;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">In un <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/05/cosa-c%E2%80%99e-di-europeo-nella-letteratura-europea/">intervento apparso di recente sul blog <em>Nazione indiana</em></a>, Dubravka Ugrešić, scrittrice croata di stanza ad Amsterdam, si esprime in modo pressoché definitivo sul vizio molto euro-occidentale di affibbiare etichette in difesa delle «minoranze»: «la ricezione delle opere letterarie ha mostrato che il fardello dell’identità finisce per impantanare l’opera. Perché è stato dimostrato chiaramente che le etichette alterano la sostanza di un’opera e il suo significato. Perché l’etichetta è, in effetti, un’interpretazione testuale semplificatrice, quasi sempre fuorviante. Perché un’etichetta fa sì che si legga in un’opera qualcosa che non c’è. E infine perché l’etichetta discrimina l’opera». Fortunatamente, a dispetto di quest’ossessione <em>politically correct</em>, «una vasta zona grigia di letteratura non territoriale cresce negli interstizi letterari europei (e non solo). Questa zona è abitata da autori “etnicamente inautentici”, <em>emigrés</em>, migranti, scrittori in esilio, scrittori che appartengono simultaneamente a due culture, autori bilingui che scrivono “né da qui né da lì”, in ogni caso oltre i confini delle loro letterature nazionali».</p>
<p style="text-align: justify;">Terezia Mora è una di questi autori: nata nel 1971 a Sopron, nell’estremo ovest ungherese, ma di madrelingua tedesca, si è trasferita a Berlino nel 1990. L’esordio narrativo nel 1999 con i racconti di <em>Seltsame Materie</em> le è valso il premio Ingeborg Bachmann, mentre l’edizione tedesca di <em>Harmonia Caelestis</em> di Péter Esterházy ha imposto all’attenzione il suo talento di traduttrice. Ma a una simile «zona grigia» extra-territoriale appartiene anche il protagonista del suo primo romanzo, uscito in Germania nel 2004 e finalmente disponibile anche in italiano con il titolo, fedele all’originale – e all’omonima poesia della Bachmann cui s’ispira –, <strong>Tutti i giorni </strong>(traduzione di Margherita Carbonaro, Mondadori,). «La guerra non viene più dichiarata, / ma proseguita. L’inaudito / è divenuto quotidiano» recitano i primi versi del componimento bachmanniano, datato 1953, e l’inaudito è l’elemento esistenziale in cui è gettato Abel Nema, emigrato all’inizio degli anni Novanta, poco più che maggiorenne, dalla cittadina di S., in Europa centrale, appena prima dello scoppio di una guerra fratricida che cancellerà il suo paese dalle carte geografiche (ma il riferimento all’ex-Jugoslavia non è più di una vaga allusione). All’inizio del libro lo troviamo, più morto che vivo, appeso a testa in giù a una struttura per arrampicarsi in un parco giochi di B., la città tedesca dove si è stabilito ormai da un po’. Due donne lo soccorrono, è portato in ospedale, dove una certa Mercedes lo rivede per la prima volta dal giorno del divorzio, quattro anni prima. Cos’è accaduto ad Abel in quegli anni, nei precedenti trascorsi a B. e in quelli ancora prima, tra infanzia e giovinezza?</p>
<p style="text-align: justify;">La struttura in questo senso circolare del romanzo s’incarica di illustrarlo attraverso le tappe, avventurose è dir pco, dell’erranza metropolitana di Abel inframmezzate da flashback più remoti – non prima però di aver annunciato il tratto fondamentale del protagonista, ossia l’«estraneità», inscritta già nel nome: «Nema, il muto, imparentato con lo slavo <em>nemec</em>, che oggi sta per tedesco e in passato per ogni lingua non slava, insomma il muto, o per dirla altrimenti: il barbaro». Parola di una certa Kinga. E il silenzio impenetrabile di Abel è una delle ragioni del suo fascino, come spiega un certo Konstantin in quell’apparente caos di voci che dà l’abbrivo alla storia: «penso che la sua vera specialità sia che la gente si interessi di lui, senza che lui faccia niente per ottenerlo». Questo intrico di prime testimonianze, tuttavia, è un caos solo apparente, perché Terezia Mora ha un sapiente controllo del racconto, e l’originale polifonia del suo stile energico, che accoglie la terza persona narrante e le voci dei personaggi (senza virgolette) entro uno stesso paragrafo e persino nella stessa frase, non è che l’<em>analogon</em> formale di una poliglossia che è soprattutto del protagonista: dopo la delusione d’amore che è la vera causa del suo espatrio, Abel scopre il suo vero talento: imparare le lingue. Da questo punto di vista, la sua permanenza a B. è la storia di un successo. Grazie al connazionale Tibor, docente presso un’università cittadina, Abel vive di borse di studio e passa i giorni a studiare lingue straniere in laboratorio, sperimentando tutte le possibilità foniche della propria cavità orale. È una conoscenza astratta, senza alcun legame con pratiche e territori, priva di appartenenza, ma è anche un sapere straordinario: al culmine del percorso, Abel Nema giunge a dominare alla perfezione dieci lingue, tanto da attirarsi a un certo punto le attenzioni sperimentali di linguisti e neurologi. Nel frattempo il lettore, sempre meno frastornato, ha conosciuto le vicende esistenziali di Nema, dalla sparizione improvvisa del padre al rapporto irrisolto con Ilia, l’amico-amato dell’adolescenza, alla prima convivenza a B. con lo squattrinato Konstantin, al periodo trascorso con la vitalissima maniaco-depressiva Kinga e la sua band, prima al chiuso di un improbabile comune abitativa e poi in tournée, tra concerti e sbronze.</p>
<p style="text-align: justify;">La narrazione segue un bizzarro andamento concentrico che rimescola di continuo i piani temporali, si è più volte riportati, dopo giri diversi, a uno o all’altro snodo della trama. Ma un po’ alla volta si assapora l’ordine segreto di questa inusitata costruzione; allora anche l’incontro con il giovane rom Danko e i suoi amici teppisti pare già annunciare il proprio esito fatale, e il matrimonio con Mercedes, a dispetto del tenero legame pedagogico che nasce tra Abel e il figlio di lei, si svela per quello che è: un matrimonio combinato un po’ per caso allo scopo di regolarizzare i documenti del protagonista. E sempre, sempre Abel affronta gli avvenimenti con la vaga indifferenza di chi, per destino storico e personale, non appartiene a nulla e a nessuno. Perfino le notti orgiastiche al club “Mulino dei Matti” sono per lui, cliente fisso, qualcosa di estraneo, cui partecipare restando in disparte, e vestito. Peraltro la fissità del suo aspetto, del suo abbigliamento e le batoste corporali subite da un capitolo all’altro fanno di lui un eroe dalle sette vite, quasi fumettistico, comunque forgiato da una forza immaginativa squisitamente romanzesca e centroeuropea, che ha tra i suoi precedessori più celebri il Franz Biberkopf di Döblin, il professor Kien di Canetti o l’Oskar Matzerath di Grass. Abel Nema è il loro erede del nuovo millennio, il migrante nel quale l’esilio interiore, frutto di lacerazioni affettive, fa tutt’uno con quello esteriore, imposto dalla Storia. Il suo continuo smarrirsi tra le strade di B. non è che la ricaduta urbana del suo sradicamento, e la sua conoscenza del «mondo come vocabolo», come dice Abel nell’allucinato delirio del penultimo capitolo, è la «consolazione» di chi ha lasciato, con la madrepatria perduta per sempre, la propria madrelingua. Noi, tuttavia, ci guardiamo bene dall’accordargli la compassione ghettizzante di chi ancora si illude di avere una <em>Heimat</em>, tanto più alla luce del finale spiazzante, dalla bellezza amara. Ne salutiamo invece l’avvento entro l’arte sovranazionale del romanzo, richiamando alla memoria le parole di Danilo Kiš, l’ultimo grande scrittore jugoslavo, quando si opponeva alla «letteratura che si vuole minoritaria. Non importa di quale minoranza: politica, etnica, sessuale. La letteratura è una e indivisibile».</p>
<h6 style="text-align: justify;">(Uscito su «alias» del 5 dicembre 2009.)</h6>
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		<title>Intervista a Ingo Schulze</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Dec 2009 20:12:25 +0000</pubDate>
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<p style="text-align: justify;">Passata l&#8217;ubriacatura delle celebrazioni per l&#8217;anniversario della caduta del Muro di Berlino, anche Ingo Schulze, scrittore-emblema della Germania riunificata, riprende fiato dopo una lunga serie di incontri e interviste &#8211; o meglio, torna a lasciar parlare i propri testi: il Berlin Verlag, l&#8217;editore che pubblica Schulze fin dal suo esordio nel 1995, ha infatti da poco dato alle stampe <em>Was wollen wir?</em> («Cosa vogliamo?»), un volume che raccoglie interventi pubblici e saggi critici degli ultimi anni, tra i quali il discorso tenuto nel 2007 in occasione del Premio letterario della Turingia, che Schulze rifiutò dopo averne criticato la sponsorizzazione privata. Nel libro, ricco di forza progettuale, appare evidente come l&#8217;impegno intellettuale e civile del romanziere Schulze esprima lo slancio inattuale di chi crede ancora che il mondo vada criticato in vista di un miglioramento, e che la letteratura abbia, a suo modo, una parte nell&#8217;impresa.<br />
Raggiungiamo Ingo Schulze a Berlino e, approfittando della sua incrollabile gentilezza, lo invitiamo ancora una volta a riflettere sulla cesura del 1989, in modo più diffuso di quanto gli stereotipi mediatici non gli abbiano finora spesso consentito.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Più volte lei ha richiamato l&#8217;attenzione sul fatto che le dimostrazioni popolari, e in particolare la «manifestazione del lunedì» a Lipsia il 9 ottobre, furono più importanti della caduta del Muro in sé. Che fine ha fatto l&#8217;eredità del </em>Neues Forum<em>?</em></p>
<p style="text-align: justify;">La caduta del Muro è la punta dell&#8217;iceberg, sono le immagini che hanno fatto il giro del mondo. E naturalmente fu quella la grande cesura. I veri cambiamenti, tuttavia, avvennero prima. Ma di quelli non ci sono praticamente immagini. La rivoluzione pacifica iniziò quando, di lunedì, a Lipsia non si gridò più: «Vogliamo uscire!», ma «Noi restiamo qui!». Il <em>Neues Forum</em> si presentò pubblicamente per la prima volta l&#8217;11 settembre 1989, il giorno dopo l&#8217;apertura delle frontiere ungheresi verso l&#8217;Austria. Nelle intenzioni dei partecipanti, era anche uno spazio di discussione in grado di suscitare riforme. Il <em>Neues Forum</em> si concepiva come un movimento popolare e una piattaforma per l&#8217;opposizione. Nel giro di sei mesi conobbe ascesa e caduta. Nell&#8217;autunno dell&#8217;89 era divenuto la quintessenza dell&#8217;opposizione, ma alle prime elezioni, il 18 marzo 1990, con un misero 2,9 per cento era già diventato una sorta di frangia. In seguito il <em>Neues Forum</em> si unì con i Verdi nel <em>Bündnis 90</em>. Definirne l&#8217;eredità è difficile, perché i protagonisti di allora hanno preso strade diverse. Oggi non li si ritrova soltanto in tutti i partiti; molti di loro si sono ritirati dalla politica. Ma quello che conta per me oggi è l&#8217;esempio che fu dato allora. Spesso si trattava di una manciata di giovani coraggiosi che si riunivano in vari gruppi, e che nei loro incontri crearono strutture capaci, tutt&#8217;a un tratto, di guidare e articolare la protesta di centinaia, migliaia, centinaia di migliaia di persone. Quegli incontri a cadenza regolare furono il presupposto per la nascita delle manifestazioni del lunedì. Il <em>Neues Forum</em> ha il merito di aver espresso alcune istanze fondamentali, come la libertà di opinione e di stampa, la libertà di espatrio, il diritto di fondare partiti indipendenti, libere elezioni. Come tale è un modello cui rifarsi ancor oggi, anche se oggi ovviamente le istanze sarebbero altre.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Lei si è trasferito a Berlino all&#8217;inizio degli anni Novanta, quindi ha vissuto in prima persona la trasformazione della nuova capitale. Cosa è diventata, dal suo punto di vista, la «città del Muro»?</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il bello di Berlino è che qui nessuno ti considera come l&#8217;ultimo arrivato, quello che si è «aggiunto». Moltissimi «berlinesi», o per lo meno la maggior parte delle persone che conosco, si sono trasferiti qui da altre città. E ormai non si distingue quasi più tra Berlino Est e Ovest, si tratta più che altro di quartieri, che sono molto diversi fra loro e cambiano in fretta, anche se &#8211; a parte Mitte, Prenzlauer Berg e Friedrichshain &#8211; sono ben poche le aree nelle quali si mescolano davvero l&#8217;Est e l&#8217;Ovest. Già da due legislature Berlino ha una coalizione «rosso-rossa» (composta da Spd e Linke, ndr), e sebbene nei suoi confronti io abbia parecchio da ridire, non posso non riconoscere che temi e situazioni su cui nel resto della Germania si scatenano ancora aspri dibattiti, qui appartengono già alla normalità.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>All&#8217;inizio degli anni Novanta ha soggiornato a San Pietroburgo. Come ha vissuto in Russia l&#8217;irruzione della nuova epoca?</em></p>
<p style="text-align: justify;">A San Pietroburgo si poteva studiare sul campo, per così dire, il modo in cui una società esplode. La povertà dilagava, soprattutto tra i pensionati. La milizia reclutava collaboratori in cambio di uno stipendio mensile che nel gennaio 1993 ammontava all&#8217;incirca a quaranta marchi, quarantamila lire. Era l&#8217;amaro esempio di quel che accade quando alla libertà non si accompagnano giustizia sociale e stato di diritto. In quell&#8217;epoca in Russia le parole democrazia e libertà divennero insulti, e soltanto così si può spiegare il fenomeno dell&#8217;affermazione di Putin. Ma in San Pietroburgo ho trovato anche una città dove convivevano epoche diverse &#8211; e in quella situazione, come scrittore, mi sono accorto che non avevo bisogno di una mia voce inconfondibile, ma che ogni volta dovevo confrontarmi di nuovo con una materia, un contenuto. Per questo i racconti di <em>33 attimi di felicità</em> (Mondadori 2001), tutti ambientati a San Pietroburgo, sono stilisticamente così diversi fra loro, e vanno dall&#8217;agiografia al dialogo <em>à la</em> Hemingway.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>In un suo articolo apparso in italiano nel 2007 nella rivista «Sud» lei ha scritto: «Il passo decisivo non fu l&#8217;unificazione della Germania il 3 ottobre 1990, ma l&#8217;unione monetaria di tre mesi prima&#8230; Si poteva credere di esser finiti da un mondo di parole a un mondo di cifre».</em></p>
<p style="text-align: justify;">Quella naturalmente era solo l&#8217;impressione di superficie. Io stesso, quando fondai assieme ad altri un giornale, sperimentai in prima persona il fatto che avremmo potuto scrivere solo finché il giornale si fosse venduto. All&#8217;improvviso il metro per redigere i nostri articoli non era più la loro importanza e necessità ai nostri occhi, bensì il fatto che il giornale si vendesse o no. A chi è cresciuto nell&#8217;Ovest sembrerà certo ingenuo, ma per chi fino a quel momento non si era mai interessato ai soldi era qualcosa che lasciava il segno. Mi ci è voluto molto tempo per capire che ovviamente anche il capitalismo si basa su una metafisica, che non è uno stato di natura, bensì poggia su regole e accordi che a loro volta originano da determinati interessi e rapporti di forza.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il ruolo dell&#8217;intellettuale nella Germania dell&#8217;Est era davvero molto più influente di quanto non sia oggi?</em></p>
<p style="text-align: justify;">Dipende da come si agisce oggi. Direi piuttosto: come intellettuali, prima del 1989 era più facile esprimersi rispetto ai contenuti, perché il confronto era prevalentemente di carattere politico. La guerra fredda calamitava ogni parola e la immetteva nel confronto pubblico, che si volesse o no. E nell&#8217;Est, naturalmente, il fenomeno era estremo. Oggi bisogna «immischiarsi» con un discorso economico, perché ormai i politici si concepiscono soltanto come manager, convinti come sono, a torto, che i nostri problemi si risolvano con la «crescita». Questo concetto rimbecillente della «crescita» distoglie la popolazione dal fatto che i guadagni vengono privatizzati, mentre vengono socializzate le perdite. Si tratta dunque di porre le domande giuste, quelle fondamentali. Affidarsi unicamente ai cosiddetti esperti è pericoloso, poiché solo in rari casi hanno la capacità di guardare oltre il proprio naso o di mettere in discussione il proprio punto di vista. E inoltre bisogna anche sempre vedere da chi sono pagati. Fu un&#8217;esperienza che già facemmo nell&#8217;Est e che purtroppo si è ripetuta nell&#8217;Ovest: diffidate degli esperti! Li riconoscerete dal linguaggio. A questo proposito, di recente in Germania è stata approvata la cosiddetta «legge per l&#8217;accelerazione della crescita». La prima volta che ho sentito questa espressione ho creduto che fosse l&#8217;invenzione di un comico che si era preso gioco dell&#8217;irrazionalità della politica. Invece era proprio il reality show della nostra politica. Non si decreta solo la crescita, ma anche la sua accelerazione! Si sono raggiunti livelli incredibili di assurdità: invece di discutere su come distribuire diversamente lavoro e profitto, la politica ci conduce a bandiere spiegate verso la prossima crisi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Da poco è uscito in Germania un suo volume di saggi dove tratta questi temi, e intanto si dedica sempre più alla critica del linguaggio. Ma in passato ha già affrontato simili problemi attraverso la letteratura.</em></p>
<p style="text-align: justify;">O almeno ci ho provato. <em>Vite nuove</em> è anche la storia di un manipolo di entusiasti che fondano un giornale per accompagnare la democratizzazione nell&#8217;Est &#8211; e alla fine hanno in mano un giornale di annunci ad alta tiratura nel quale la cronaca della visita del principe ereditario precede la visita medesima, e il protagonista deve fare tutto il possibile affinché la realtà si conformi al suo articolo. Il suo consigliere, che odora di zolfo, ritiene questo scrupolo del tutto superfluo. Ciò che conta è quel che è scritto nel giornale. È proprio qui, nel mondo dei media, che la fusione di economia e politica è divenuta un pericolo quotidiano. In <em>Adam e Evelyn</em> ho cercato invece di descrivere il passaggio epocale tra il 1989 e il 1990 anche come il transito da un modo all&#8217;altro di intendere il lavoro. Nell&#8217;est, dove praticamente non veniva licenziato nessuno, si era relativamente liberi sul lavoro, ma non nella società. Nell&#8217;Ovest al contrario si è uomini liberi al di fuori del lavoro, ma non dentro l&#8217;azienda. Naturalmente mi interessava anche sviluppare uno sguardo sull&#8217;Ovest dall&#8217;esterno: alla fine Evelyn dice che sarebbe assurdo se adesso nell&#8217;Ovest tutto andasse avanti come prima, è convinta che dopo la fine della guerra fredda ci si occuperà finalmente dei problemi veri.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>In </em>Adam e Evelyn<em> non solo si sviluppano continue variazioni sul mito di Adamo ed Eva, ma vengono affrontate con grande levità anche le grandi questioni politiche. Del resto, le questioni originarie dell&#8217;umanità &#8211; cosa è il peccato, quanto conta la conoscenza &#8211; hanno sempre anche una dimensione politica concreta.</em></p>
<p style="text-align: justify;">In effetti, quello che mi premeva era raccontare ancora una volta il passaggio epocale degli anni 1989 e &#8217;90 nel modo più semplice, più discreto possibile. L&#8217;unico elemento di rottura doveva essere lo slittamento della prospettiva narrativa da <em>Adam a Evelyn</em>. E il mito mi ha offerto grandi spunti: senza di esso, per esempio, Michael, l&#8217;antagonista di Adam, non sarebbe stato un citologo la cui ricerca mira all&#8217;abolizione della morte.</p>
<p style="text-align: justify;">N<em>el libro la fotografia ha un ruolo centrale: la storia di </em>Adam ed Evelyn<em> infatti inizia con la creazione, vista come una scena dentro una camera oscura. Ce ne vuole parlare?</em></p>
<p style="text-align: justify;">La fotografia è stata il punto di partenza del romanzo. Mi sono chiesto in quali situazioni ci facciamo fotografare volentieri, e in quali no, e ho pensato ai profughi, alla differenza che si crea tra quelli che sono riusciti a portare in salvo i propri album fotografici e chi non ha più nessuna foto con sé. Non a caso, la trama del libro va dalla creazione fino al momento in cui <em>Adam e Evelyn</em> ricompongono le foto strappate che hanno trovato nel loro appartamento razziato. Adam dà alle fiamme proprio le foto con cui avrebbe dovuto candidarsi per un posto di lavoro. Non vuole che la propria arte diventi un mero affare, che si commercializzi. E tutto finisce con una polaroid.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">(<em>Intervista apparsa su «il manifesto» di martedì 1 dicembre 2009, p. 11</em>)</p>
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		<title>La festa della mamma</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Aug 2009 08:38:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Peter Kurzeck E poi, dissi, in periferia un negozio elegante che c’è sempre stato. Un locale davvero raffinato e appartiene alla signora Vogel con il nome della casa, Balsersch. Da Balsersch dunque, perché qui in ogni paese ci sono tanti Vogel. Articoli scolastici, casalinghi, regali e una biblioteca circolante con servizio consulenza. E adesso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>di Peter Kurzeck</h2>
<p style="text-align: right;">Note: There is a print link embedded within this post, please visit this post to print it.</p>
<p style="text-align: justify;">E poi, dissi, in periferia un negozio elegante che c’è sempre stato. Un locale davvero raffinato e appartiene alla signora Vogel con il nome della casa, Balsersch. Da Balsersch dunque, perché qui in ogni paese ci sono tanti Vogel. Articoli scolastici, casalinghi, regali e una biblioteca circolante con servizio consulenza. E adesso dovrebbe finalmente venirmi in mente il suo nome di battesimo, perché la gente in paese naturalmente usa il nome di battesimo – la Lina, la Lisa? Fini lenzuola, tovaglie di damasco in pacchetti regalo col cellofan. Posate d’argento in custodie foderate in velluto e pelle di coccordillo rossa e blu, all’interno brillantino. Fazzoletti di batista che nessuno compra mai per sé, ma sempre da regalare. Vanno a finire subito nell’armadio e non vengono mai toccati. Candelabri in acciaio inossidabile, ferro battuto, avorio, argento e oro. Tanti candelabri, quasi come se non ci fosse ancora la luce elettrica. Ma ha anche piccole lampade da comodino e lampadine. Serie di pentole di tutte le dimensioni, pentole con le quali non si brucia mai niente. Forchette da torta, palette da torta, vassoi da torta. Profumo? Ha anche profumo? Fragranze di violetta e di mughetto. Cornici con dentro immagini per un marco e novantacinque. Col pensiero ti scegli ogni volta un’immagine così. Una volta un veliero con quattro alberi a vele spiegate in alto mare e spuma sulle onde. E una volta la brughiera di Luneburgo con ginepro e betulle. Lilla fino all’orizzonte la brughiera e, combinate, rosee nuvolette serotine dai bordi dorati. Forse un gregge di pecore che passa proprio adesso. Non hai più sentito le loro campanelle? E da lontano il rintocco della sera. E per la prossima volta ti restano ancora Ruhpolding nel sole del mattino, il Königsee e Garmisch-Partenkirchen, dove la società corale di Staufenberg farà forse la sua prossima gita annuale, se almeno trentasei partecipanti si iscriveranno in tempo presso la sede dell’associazione e pagheranno sei marchi. Vasi da fiori naturalmente. Rame, ottone, alabastro, porcellana e cristallo. Già solo il fatto che qui in negozio senti per la prima volta la parola alabastro e puoi portarla con te. Non perderla! Fine argenteria. Si sta lì e a volte si trattiene il respiro. Senza volerlo. Dovreste provarci voi stessi, dicevo, non si può enumerare tutto! Tu ci vai solamente in fretta a comperare due quaderni di scuola, per aritmetica e per storia e geografia locale, e ogni volta impari a memoria un pezzetto in più dell’intero negozio. Righelli, temperamatite, pastelli, acquarelli. Con i regali la consulenza è la cosa più importante. Basta dire alla signora Vogel (la Erni, la Erna?) per chi e per quale occasione. L’occasione no, quella la conosce già. Ogni anniversario di matrimonio, ogni fidanzamento e ogni compleanno in paese. Quanto può arrivare a costare il regalo? Quanto si vuole spendere? Un tot, insomma all’incirca, bisogna rispondere piuttosto in modo un po’ contorto. Di più è meglio di no, di più in effetti sarebbe meglio se nell’insieme non costasse. Se costa un po’ di meno e fa comunque bella figura, allora va anche bene. La signora Vogel (Emmi? Elli? Marianne?) non sa soltanto che cosa piacerebbe al festeggiato, ma anche che cosa regalano gli altri. In modo che non si ricevano doppioni. Ma non si deve neanche fare una figura troppo magra se paragonata agli altri. In caso d’emergenza si può sempre prendere una tazza da collezione. Bella e pratica. La signora Vogel conosce i modelli di porcellana di ogni casa. Rose, bulbi, fiorellini blu e bordo dorato. A una tazza da collezione sono abbinati il sottocoppa e anche un piattino da dolce per un piacevole pomeriggio domenicale. Qui non si può sbagliare. Subito come regalo il regalo?  Perché lei lo sa fare così bene e non c’è nessun sovrapprezzo, perciò ognuno si fa dare subito il regalo come regalo. Con fiocchetti di seta. Meraviglioso. Poi però a casa bisogna aprirlo ancora. Ancora un paio di volte, in modo che anche il marito (che guadagna i quattrini) lo possa vedere, e la vicina, che la sa sempre più lunga. Naturalmente non solo tazze da colazione. Una salsiera con un piccolo ramaiolo in acciaio inossidabile, tovaglioli con anello, bicchieri da spumante, schiaccianoci, composizioni di fiori secchi con fragranza e senza fragranza. Con una consulenza così buona, qui non si può sbagliare. Se però bisogna ugualmente cambiare la merce – in qualsiasi momento! A volte per esempio arriva qualcuno da un’altra contrada per congratularsi, diciamo da Ebsdorfergrund o addirittura dallo Schwalm, un parente lontano – e arriva con lo stesso regalo. Questo naturalmente la signora Vogel (la Else? La Martha?) non può saperlo prima. Adesso paghi il quaderno di aritmetica e il quaderno di storia e geografia locale. Bene che ci siano ancora i soldi: quaranta pfennig. E vai. Vai con i due quaderni di scuola nuovi. Tutte le pagine vuote. Già il crepuscolo. Vai a casa con la testa piena in una pioggerella obliqua d’alta Assia, rasentando le case, i recinti e i portoni dei cortili come un’ombra, e mentre vai (adesso corri nell’imbrunire!) immagini di essere in groppa a un cavallo. Un focoso morello. Già sera. E i compiti per casa neppure incominciati. I bicchieri da spumante si chiamano calici da champagne. Ogni volta in quel negozio fare tuo anche un altro po’ di savoir-vivre, per dopo. Per un futuro luminoso, nel quale frequenterai re, conti e genii. Immortale. Un poeta. Veloce a casa e verso quel futuro luminoso. Presto tutto il negozio verrà di nuovo ridisposto e decorato a festa per Natale.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Non dimenticare la festa della mamma! La festa della mamma e il regalo! Comincia già subito dopo Pasqua. Anche negli altri negozi, in tutti i negozi cioccolato per la festa della mamma e praline per la festa della mamma. Di solito uno piccolo scaffale extra. Ma dalla signora Vogel l’intero negozio è pieno di festa della mamma. Profumo, fazzoletti, un vaso da fiori. E dovrebbe essere una sorpresa. Anche i vassoi da dolce e da torta sono molto gettonati. Panni per lucidare, piumini per spolverare, sottopentola. Magari fare da sé qualcosa a mano? Un regalo comperato e in più qualcosa di fatto a mano! Pesante quanto una pepita d’oro – il salvadanaio pieno e adesso dev’essere svuotato. E poi hai tutto un pugno pieno di soldi. E questo pugno pieno, per sicurezza, nella tasca dei pantaloni. Ma non perdere niente! Nella settimana che precede la festa della mamma, i bambini si aggirano ogni giorno per ore col loro denaro e un sacco di idee nei pressi del negozio. La prima vera vetrina e per molto tempo l’unica qui da noi in paese. Davanti alla vetrina, i bambini, e persino in negozio. Si accalcano. Proprio come nelle loro teste le idee e i numeri. Come si fa una sorpresa, come funziona? Forse persino già a scuola un tema sulla festa della mamma, senso e scopo. Per iscritto nel quaderno dei temi. Oppure il maestro questa volta ci ha solamente tenuto un discorso di raccomandazione. Una volta all’anno e non dimenticare di esser riconoscenti! In realtà non dovrebbe chiamarsi festa delle mamme? Le praline vanno sempre bene, ma per la festa della mamma ci va insieme anche qualcosa che rimanga. Il salvadanaio pieno zeppo e quando poi si somma tutto, soltanto un marco e quattordici (ricontato quattro volte!). Ma nel 1951 non è neanche poco, dissi nel 1982, in autunno. Un vaso da fiori, un vasetto. Di alabastro, in modo che puoi conservare la parola e la parola conserva il suo senso. Ma il più piccolo, il più piccolo di tutti, due e settanta. Per meno ancora nel negozio di articoli regalo della signora Vogel ci sono solamente sottopentola di rafia e salvagocce. Salvagocce per bricchi da tè e da caffè. Di espanso, con una fascetta di gomma e per la bellezza una farfalla. Variopinta. Di plastica. Farfalle non infranfgibili purtroppo, così ogni paio d’anni questi salvagocce possono essere di nuovo un bel regalo, pratico e a buon prezzo. Grazie alla fascetta di gomma del salvagocce, anche il coperchio del bricco non cadrà più così facilmente. Pratici e belli, dunque, questi salvagocce per bricchi da tè e da caffè per la festa della mamma, ma costano pur sempre settantacinque pfennig. È il caso di andare a Lollar e vedere quanto costano lì? E quali vasetti da fiori hanno a Lollar? A Gießen nel grande magazzino Karl Kerber tutto è sempre al miglior prezzo. E lì poi negli spazi tra le rovine belliche ci sono ancora piccoli chioschi e bancarelle con novità e offerte speciali. Ma a quell’epoca è quasi impossibile arrivare a Gießen se si è bambini. Da soli poi non se ne parla. Ancora qualche giorno di risparmi ferrei, non c’è più molto tempo. A volte si trova del denaro, ma più che altro quando non se ne ha bisogno. I soldi basterebbero anche per qualche quaderno di scuola con la copertina. Persino per un blocco da disegno grande. Ma questi non sono regali per la festa della mamma. Quindi questa volta ti rimane solamente il salvagocce. E il biglietto d’auguri, che dipingi tu stesso (questo lei non deve vederlo!). E un quadretto dipinto da te. Forse ancora qualcosa fatto a mano, dissi, ci si dice. Forse la signora Vogel in quel suo negozio si chiama Luise.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Poi i fiori. Per la festa della mamma devono essere mughetti. Conosci un buon posto per i mughetti nel bosco. A prenderli domenica al mattino molto presto. O già il sabato sera. E poi subito nell’acqua, i mughetti, e nasconderli nel lavatoio. Lì è semibuio e fresco persino in estate. Un lavatoio di una comunità familiare di profughi nel quale il sabato sera viene scaldata anche l’acqua per il bagno di tutta la casa. Sei famiglie di profughi con molti figli profughi e un avvicendamento adatto al caso. E adesso non hanno ancora finito, si stanno ancora facendo il bagno. Quindi prima nella rimessa di legno, i mughetti. E con tua madre devi cautelarti dicendole: non andare adesso nella rimessa! E poi non andare neanche nel lavatoio! In cantina sì, ma non nel lavatoio. Un segreto, ciò che non è tradito! Il prossimo anno vaso da fiori, collana, spilla, profumo, paletta da torta, salsiera e sei calici da champagne, praline e mughetti. Una fortuna che qui da noi nel bosco i mughetti si possano trovare sempre esattamente per il giorno della mamma. E, dissi, quello poi è anche il periodo in cui in paese fioriscono i giardini davanti alle case. Il periodo dei lillà. Tutte le finestre aperte. L’intero paese si immerge allora nei lillà e nel loro profumo. In quell’epoca dico, dissi nel 1982 in autunno a Eschersheim. I giardini davanti alle case che adesso non ci sono più. La prima vetrina in paese. E per molti anni rimane anche l’unica. Molto probabilmente Luise. Della biblioteca circolante col servizio consulenza dovrò raccontarvi un’altra volta, dissi. E sono ancora alle prese con i mughetti nel lavatoio. Otto anni. Arrivato stanco dal bosco con i mughetti. Udito il primo cuculo dell’anno. Nel lavatoio c’è silenzio. Chiara una sera di maggio intorno alla casa. Voci di bambini. Gli uccelli della sera. Presto poi gli usignoli nel giardino di Simon. Nel lavatoio ora di sera una luce verde crepuscolare come in uno stagno profondo. Il rubinetto perde. E io sto lì e devo continuare a cercar di persuadere i mughetti. Che adesso bevano, bevano fino a riempirsi! Poi dormire e al mattino presto svegliarsi allegri! Trentuno mughetti! Ma non vogliono! Vogliono ritornare nel bosco!</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Peter Kurzeck è nato il 10 giugno 1943 a Tachov, in Boemia. Nel 1946 la famiglia fu costretta a emigrare dalla Cecoslovacchia. Kurzeck si trasferì con la madre e la sorella a Staufenberg, in Assia, dove trascorse la giovinezza. Dopo aver vissuto in vari luoghi dal 1971, dal 1977 vive tra Francoforte sul Meno e Uzès, nel sud della Francia. Il testo qui presentato (</em>© <em>Stroemfeld Verlag 2008) è un estratto dal romanzo inedito </em>Vorabend<em>, quinto capitolo della grande opera autobiografico-poetica di Kurzeck, ed è uscito con testo a fronte sul numero 40 (2009) della rivista «Testo a fronte».</em></p>
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		<title>Palle e alghe</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Jun 2009 06:19:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non so, conosco scrittori che fanno man bassa di tutto o quasi quel che vivono – e lo fanno bene, appunto perché sono scrittori. Io invece, che sono sempre meno sicuro di aver imboccato la strada giusta, non ci riesco.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">Note: There is a print link embedded within this post, please visit this post to print it.</p>
<p style="text-align: justify;">Non so, conosco scrittori che fanno man bassa di tutto o quasi quel che vivono – e lo fanno bene, appunto perché sono scrittori. Io invece, che sono sempre meno sicuro di aver imboccato la strada giusta, non ci riesco. C’erano almeno due o tre esperienze, ultimamente, che mi sarebbe piaciuto fissare in parole, sapendo che fin dalle prime battute l’invenzione si sarebbe messa tra i piedi e avrebbe finito per falsare il vissuto – ma è ben così che capita, no? E comunque non l’ho fatto, vuoi perché avevo da lavorare, parecchio ma mai abbastanza da sostentarmi, vuoi perché appunto, come inizio a temere, i miei limiti di, come dire, “scrittore” cominciano finalmente a svelarsi, chiari e obiettivi come una piscina vuota. Che ne farò di tutta la fortuna dell’ultimo anno – la borsa di scrittura a Berlino, l’ospitalità dell’editore Keller e le letture pubbliche in Germania davanti a cento e più persone? Cosa dirò, soprattutto, a Ingo Schulze, che ha creduto in me a scatola quasi chiusa e ora si trova, senza saperlo ancora, ad aver sostenuto un ciarlatano, un narcisista senza argomenti, un velleitario? Ecco, mettiamo ad esempio Ingo Schulze. Schulze è uno che prende quel che gli succede e se lo cova senza fretta finché non appare un personaggio fittizio, saltato fuori chissà come, a volte eccone un altro e un altro ancora, pian piano si svela e chiarisce anche lo stile da impiegare, “adeguato alla materia” direbbe Schulze con Döblin, poi magari accorre persino qualche classico, giusto per non far tutto da soli, nel presente, e la ricetta di base è pronta: si tratta ora di mettersi al lavoro, tentare, costruire, e si sa, tra il dire e il fare… Ma lui è uno scrittore, appunto, e lo fa. Si mette al lavoro e prima o poi eccolo lì, il racconto fatto e finito, il vissuto falsato a dovere. E non si dica che è questione di tempo, che Schulze lo fa perché essendo scrittore affermato ha il tempo per farlo: sciocchezze, lo fa perché è bravo. Anche Giacomo Sartori, per dirne un altro, è uno che lavora sodo e sa come farlo, è questa la bravura, uno che vive di pene e progetti di scrittura e se li cura, li pianta e coltiva e rinnesta e annaffia e alla fine raccoglie il frutto sopraffino, e questo nonostante abbia poi tutto il lavoro di sostentamento, che Sartori è agronomo e docente di agronomia e fa il pendolare tra Trento e Parigi, non so se mi spiego. Hai voglia, poi, di sentirti dire da amici come loro che sai scrivere: cosa se ne fa uno, del saper scrivere, se poi non scrive? Ma soprattutto, che cosa scrive a fare, uno che magari sa un po’ scrivere, se gli sembra che quel che vorrebbe fare e dire lo fanno e dicono meglio già altri? Una volta era diverso: una volta gli scrittori che mi lasciavano ammirato mi accendevano anche, mi insufflavano l’ardore di imitarli, di mettermi sotto, di provarci; oggi invece l’ammirazione, quando si manifesta, è una sbarra che si abbassa di colpo davanti al mio passo sempre più tremolante – e ai miei sensi sempre più intorpiditi dall’informazione. Cos’è cambiato? Possibile che sia soltanto, come a volte mi vien da presumere, una questione erotica? Voglio dire il precoce ma naturale declino di certi ormoni abbinato a una certa assuefazione all’esistenza, insomma un certo <em>calo dell’ambizione</em>? O è proprio l’informazione ad avermi ormai narcotizzato come il più incosciente e ottuso dei piccolo-borghesi? Davvero, ultimamente tutti quelli che frequento e stimo non è che “mi sembrano”, ma <em>sono</em> più intelligenti di me, nel senso proprio che <em>intel-ligono</em> di più, ci vedono dentro, a fondo, meglio: hanno un pensiero che reagisce, che elabora i dati vissuti, diventa critico. Io no. Io ormai l’unica cosa che mi immagino di fare è fissare in parole certe esperienze, poi però non faccio neanche quello. L’esperienza del villaggio turistico, ad esempio. A fine maggio mi sono sposato, in comune, il sindaco ha anche fatto un bel discorso, alla fine ha declamato una poesia di Saba e si è persino commosso, lui, noi sposi un po’ meno ma insomma, ci siamo sposati e poi siamo partiti, mia moglie il nostro pupo e io, per una vacanza, e proprio perché c’era il pupo, che quest’anno fa due anni, abbiamo scelto di andare in un villaggio turistico attrezzato per i pupi. Ebbene, in quei dieci giorni faticosissimi al villaggio ho assistito a varie cose che, se fossi stato uno scrittore, avrei annotato ogni giorno su un taccuino e alla fine sarei tornato, senza dubbio, con appunti a sufficienza per un racconto su una certa Italietta, sulla volgarità e la regressione di un mucchio di citrulli caciaroni che poi tornano a casa e chissà che cosa pensano e votano, se pensano e votano, e magari l’avrei colorito con le febbri intestinali che ci han colti e prostrati uno dopo l’altro, a mia moglie il pupo e me, e forse anche con la mia allergia, che sono l’unico che soffre di allergia ai pollini anche al mare, dio boia, e avrei certo contrappuntato tutta quella miseria tragicomica con la presenza dei cani randagi, in particolare di quello che l’ultimo giorno di vacanza ho visto vagolare tra i tavoli del ristorante mentre un metro più sopra i vacanzieri si abbuffavano smodati e indifferenti, e infine avrei fatto in modo, con palese autoindulgenza ombelicale, che il climax fosse rappresentato dal mio primo e penultimo bagno in mare, nell’acqua freddissima dello Ionio calabro che mi ha galvanizzato in maniera inaudita, che una volta uscito dall’acqua non sentivo neanche un po’ il vento teso sulla pelle d’oca, tanto mi ero ambientato in quel gelo tonificante. Ecco, avrei provato a scrivere una cosa così, un racconto di costume e in costume ben fatto, giusto un po’ autocentrato, quel tanto che l’età ancora mi concede, visto che oggi in Italia a trentacinque anni si è “giovani”, giovani scrittori nella fattispecie, a dispetto di quel fondatore che alla stessa età si definì «nel mezzo del cammin», e magari sarei anche riuscito a scriverlo, il racconto, mosso e fortificato dal modello che in quei dieci giorni ha costituito la mia unica lettura, Ennio Flaiano. E invece cos’è successo? Che a leggere il <em>Diario notturno</em> e poi rileggere <em>Tempo di uccidere</em>, anziché venirmi voglia di scrivere anch’io, traendo esempio e linfa da un maestro dopotutto neanche eccelso, mi è passata la voglia di scrivere del tutto, perché Flaiano a trentacinque anni aveva già scritto una cosa come «La saggezza di Pickwick», una roba di una qualità e un’intelligenza che io posso scordarmele anche a quaranta e oltre. Questo è successo, al villaggio turistico, e così la Moleskine è rimasta tale e quale alla partenza, con l’ultimo appunto del marzo scorso, un appunto ombelicale e quindi inutile, anzi no, un momento, ce n’è un altro, più recente, ed è proprio, guarda guarda, un appunto su Flaiano, scritto qualche settimana fa, mentre leggevo il <em>Diario degli errori</em>, e dice: «C’è un appunto di Flaiano che mi ritrae: “La storia di quei tali che stanno precipitando sorretti da una speranza.” Meglio, sono io a far parte di quella storia. Sono un “tale”».</p>
<p style="text-align: justify;">Questo tanto per spiegarmi, per fugare i sospetti di falsa modestia, che sarebbe la cosa peggiore, senz’altro la più disonesta. Insomma, tutto arranca proprio mentre pareva che stesse andando benone, e dunque è proprio vero quello che diceva ancora Flaiano, che lo disse, mi pare, dopo aver vinto la prima edizione dello Strega col suo unico romanzo, e cioè che il successo è sempre frutto di un malinteso; e dunque anche la mia fortuna dell’ultimo anno, benché come “successo” sia stato assai modesto e comunque invisibile in Italia (ma non è già un lusso eccessivo per la mia mediocrità?) si svela infine come un malinteso – e allora, a questo punto, confesso di averlo sempre sospettato, fin da subito, che tutto era una roba immeritata. E questo mentre altri, cari amici, mi dicevano che bello, vuol dire che te lo meriti, oppure che ti frega, fai la faccia tosta e vai, mentre io, guardando altrove, già mi chiedevo se tutta quella fortuna l’avrei mai inserita nel mio cosiddetto curriculum, come si usa fare oggi, che tutto finisce nel “curriculum”, fesseria delle fesserie: fare le cose anche perché “fanno curriculum” – ma cos’è questa obbedienza al “curriculum”? E fino a che età, poi? Fino a quando uno deve dipendere dal proprio “curriculum”? Trentacinque anni non sono forse un’età già troppo avanzata per avere un “curriculum”? A trentacinque anni uno non dovrebbe essersi fatto una vita anziché trascinarsi dietro al proprio “curriculum”? Il “curriculum”, dico, dovrebbe avere senso fino a venti, venticinque anni e poi via, si parte, si <em>è</em>, e invece tutti sempre lì ad aggiungere, inserire, allungare, gonfiare, sempre con la clausola sui dati personali, fino a trenta, quaranta, cinquant’anni. Ma come si fa, mi domando, a voler ancora avere un “curriculum” a cinquant’anni, a quaranta, a… Sta di fatto che alla fine, anche sul libro uscito da Keller – potevo forse ometterlo? L’epoca abbindola, prescrive, ottunde… E dunque, nel risvolto, ecco scritto «nel 2008 ha ottenuto una borsa di scrittura» eccetera, perché fa figo, perché mica tutti, anzi pochissimi, e chissà che meriti uno ha se gli è capitata una roba del genere – ma quali meriti! Sono un bluff come moltissimi altri anche se ora lo dico a bassa voce, perché sennò sembra che reciti, che menta, che faccia il falso modesto, invece no, vorrei sussurrarlo forte e chiaro, che si sappia, non si ignori, che io funga da modello negativo, da antiesempio, da piccolo emblema del vizio dei tempi, e chissà che almeno così la mia «volontà» non suffragata dal «talento» (ancora Flaiano, maledetto) trovi un certo appagamento in questa luce ignobile, il solo riflettore che io meriti davvero e che dunque ormai <em>voglio</em> meritarmi: sono un bluff, lo giuro, e se continuo a scribacchiare come in questo istante è solo per vanità e compiacimento, e finché c’è qualcuno che a sue spese mi dà retta io non smetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Vecchiatto a quanto pare invece no. Vecchiatto è un vero esempio positivo, un antiemblema. Di Vecchiatto mi ha parlato un signore al villaggio turistico, uno che solo al ritorno, incredulo e di stucco come mai, ho scoperto chi fosse. Mi spiego. A far la fortuna dei pennaioli come me ci sono soprattutto due cose: l’incompetenza dei lettori e le coincidenze, che poi basta raccontarle tali e quali a quegli stessi lettori e tutto prende un’aria magica, già romanzesca. Così adesso, se volessi, avrei di che incantare a raccontar come si deve di un incontro al villaggio turistico. Poiché al villaggio non c’erano soltanto citrulli caciaroni. Se mia moglie il pupo e io ci siamo sentiti come pesci fuor d’acqua, c’erano invece altre persone, tutt’altro che volgari e regredite, che parevano passarsela, dopotutto a loro agio, e tra queste una coppia sulla cinquantina. Venivano in spiaggia da soli e lei restava sempre sulla sdraio, un po’ al sole e un po’ all’ombra, serena e sorridente. Lui invece era sempre in piedi, spesso in acqua, e in quattro e quattr’otto è diventato l’amicone di mio figlio, che però fino all’ultimo, timido com’è, non l’ha degnato di un solo ciao. Ma l’uomo non rinunciava, lo chiamava e salutava col vocione e l’accento del sud – il nome di mio figlio fu l’unico che venne fuori, noialtri adulti restammo anonimi –, gli riempiva il secchiello con l’acqua del mare e una volta gli ha portato due o tre palle fatte d’alghe, sfere quasi perfette, un po’ pelose ma belle, gomitoli verdi che mio figlio, seduto nudo sulla sabbia, ha guardato e manipolato con stupore. Così un po’ alla volta ci siamo messi a parlare. Venivano dal salernitano – si sa, in simili circostanze la provenienza è il rompighiaccio della conversazione. Poi dicemmo di com’eravamo arrivati, forse perché lì al villaggio quelli come noi del nord, venuti in aereo, rimanevano isolati, in quell’<em>anus mundi </em>lontano da tutto, senza possibilità di uscire e fare gite a meno di pagare cifre esorbitanti all’organizzazione per le escursioni guidate, e questo ci frustrava. Loro invece erano venuti in macchina e potevano muoversi, in compenso da casa fino a lì ci avevano messo uno sproposito, quattro volte quel che noi avevamo impiegato in aereo da Bologna. «La Salerno-Reggio Calabria» disse l’uomo, «è un girone infernale srotolato». Un giorno poi, quando vide che leggevo Flaiano sotto l’ombrellone, mi disse che anche lui leggeva molto, ma non in spiaggia: «Il mare mi toglie il pensiero, mi resta soltanto lo sguardo». E infatti, spesso, alzando gli occhi dalla pagina lo sorprendevo in piedi sul bagnasciuga, di spalle, le mani puntate su fianchi, immobile e probabilmente zitto, a guardare l’orizzonte. Poi un altro giorno mi parlò di certe sue amicizie che non volle chiamare per nome, ma che parevano confortarlo grandemente nell’«odierno decadimento italico», come lo chiamò. Così ci mettemmo a parlare di quell’argomentaccio, trovandoci a un tratto a sfogare apertamente disgusto indignazione e vergogna, come amici di lunga data, anche se poi, al tramonto, ci salutammo come tutti gli altri giorni, senza neanche conoscerci per nome. Il giorno dopo – la notte c’era stato un temporale e il vento era cambiato – lo trovai all’inizio del mare, l’acqua fino alle caviglie, intento a pescare rifiuti: tirava su buste e pezzi di plastica portati a riva dalla mareggiata, li infilava l’uno nell’altro e li portava a terra, nel bidone del bar della spiaggia. Ecco, se avessi scritto il racconto sul villaggio forse avrei provato a far di questa l’immagine più poetica e toccante, un inno discreto alla morale e all’utopia. E comunque, insomma, la sera di quello stesso giorno, al bar del villaggio, mentre in sottofondo scorreva lo strazio canzonettistico del pianobar, l’uomo mi raccontò di questo attore veneziano del secolo scorso, Attilio Vecchiatto, e lo fece con una proprietà che io adesso non so se saprò riprodurre, ma ci provo, bluff per bluff non sarà certo peggio di quel che ho scritto finora: «Ricorderò sempre una sera d’inverno», iniziò l’amicone di mio figlio, «quando udii bussare al portone del nostro cortile, con forti colpi, come di chi avesse un’estrema necessità d’aiuto o uno stato di nervosismo incontenibile. Mi affacciai tenendo il portone socchiuso, e prima che potessi vedere chi bussava, mi trovai tra le mani un opuscolo dattiloscritto, dove lessi a malapena queste parole: “Sonetti del Badalucco nell’Italia odierna”. Poco dopo, i due personaggi che avevano bussato al nostro portone, seduti in cucina, divoravano tutto ciò che mia moglie si affrettava a mettere in tavola. Si capiva che non avevano mangiato da giorni. Io e mia moglie li avevamo sentiti mormorare con un filo di voce: “Siamo attori, veniamo da lontano. Non sappiamo più a chi rivolgerci. Scusateci. Potreste darci qualcosa da mangiare?” Così diceva la delicata voce della signora Carlotta, moglie di Attilio Vecchiatto. E lui, anziano, emaciato, vacillante, con un cappello a larga tesa e un consunto mantello d’altri tempi, si fece avanti così: “Io sono l’attore Attilio Vecchiatto. Lei avrà sentito parlare di me, vero?” Al che dovetti mentire in tutta fretta, dichiarandomi un suo appassionato ammiratore: “Chi non ha sentito parlare dell’attore Vecchiatto?” Per fortuna non mi fece domande d’accertamento, dato che non sapevo chi fosse, né che avesse conquistato la sua fama nel Sud America, poi a New York e infine a Parigi – ma mai in Italia, dove di fatto era sconosciutissimo. Ricordo con piacere quel nostro primo pranzo assieme, mentre mia moglie metteva in tavola piatti di maccheroni e salcicce, ceci fritti, castagne, pasticci di mele. I due ospiti ingurgitavano tutto, raccontandoci la loro vita, con le voci che si accavallavano, e scatti d’ira di Attilio quando Carlotta interferiva nei suoi discorsi. Mio nipote Amedeo, allora quindicenne, volle sapere il senso della frase latina nell’opuscolo dattiloscritto con cui Attilio s’era presentato: <em>Umbrarum fluctu terras mergente</em>… Al che Vecchiatto ci spiegò il concetto di questa filosofia, la filosofia di Giordano Bruno : “È l’idea di un’oscurità in cui gli uomini vivono, come un grande mare di ombre che sommergono tutti i continenti piombando le menti degli uomini in una cecità molto difficile da superare”. Ed era» spiegò l’uomo quella sera al bar del villaggio sullo sfondo dello strazio pianobar, «il tema di due tra i suoi più riusciti sonetti, <em>La prima</em> e <em>La seconda lezione di tenebre</em>». Ora, a me a quel punto era già sorta una strana curiosità, perché quel nome, Vecchiatto, mi suonava lontanamente familiare. Non riuscivo però a ricordare dove l’avessi già sentito. L’uomo proseguì raccontando di certi episodi romani della vita di Vecchiatto che però ho dimenticato, troppo fitti e dettagliati per la mia memoria debole. Ma ricordo suppergiù l’ultima parte di quel racconto: «Con la bella stagione» disse l’uomo, «ci è capitato spesso di fare lunghe passeggiate, su per i prati ai piedi del Vesuvio. Attilio era già vecchio, zoppicava vistosamente, appoggiandosi a uno strano bastone fatto di nervi di bue. Carlotta leggeva le carte, con un mazzo di tarocchi. Di sera, quando sedevamo nel nostro cortile per chiacchierare del più e del meno, lei faceva le carte a tutti, tranne ad Attilio, che non voleva saperne di quello che gli sarebbe accaduto. Poi a un tratto, senza dire niente a nessuno, verso la fine del maggio 1987, nei giorni in cui il Napoli di Maradona vinceva il suo primo scudetto e per le strade delle città campane infuriavano rumorosi festeggiamenti, Attilio e Carlotta scomparvero dalla circolazione».</p>
<p style="text-align: justify;">Così finì il racconto dell’uomo, che a quel punto avrebbe voluto recitarmi a memoria alcuni sonetti di Attilio Vecchiatto se mia moglie non fosse accorsa a chiamarmi, la faccia contratta in un’ansia improvvisa: nostro figlio aveva vomitato nel lettino, l’influenza intestinale lo aveva sorpreso nel sonno. Mi scusai, mi congedai in tutta fretta e il giorno dopo, quando arrivammo in spiaggia, la coppia di salernitani non c’era più; non la trovammo neanche al bar o al ristorante: dovevano esser partiti. Poiché tuttavia il sassolino era ormai gettato, vi lascio immaginare il mio sbalordimento quando, rientrati dalla vacanza anche noi, io con il mal di pancia contagiato dal pupo, ho cercato in internet notizie su questo Vecchiatto e, prima ancora di imbattermi nel libro di Gianni Celati di cui mi aveva parlato una volta l’amico Walter Nardon, il quale su Celati ha scritto un saggio, son capitato sul sito di «Zibaldoni e altre meraviglie», la rivista <em>on line </em>diretta da Enrico De Vivo: vi trovai un <a href="http://www.zibaldoni.it/wsc/default.asp?PagePart=page&amp;StrIdPaginatorMenu=38&amp;StrIdPaginatorSezioni=219&amp;StrIdPaginatorNomeSezione=GIANNI+CELATI%2F+Vecchiatto+(1)">pezzo appena pubblicato</a>, firmato dal medesimo De Vivo, il quale altro non era che il racconto che avevo ascoltato al bar del villaggio dall’amicone di mio figlio, lo giuro: che l’autore mi rovini se mento. Questo anche per dire che, se fossi stato uno scrittore bravo, avrei fatto in modo che questa agnizione poggiasse su dettagli accuratamente disseminati prima, trasformando la coincidenza vera in un prodigio romanzesco, come saprebbero certo fare, molto meglio di me, Schulze e Sartori e forse anche De Vivo stesso, benché per intanto egli si pregi di aver pubblicato, or ora peraltro, «<a href="http://questoequelmondo.wordpress.com/divagazioni-stanziali-il-libro/">un libro di racconti, riscritture, narrazioni orali, perfino versi occasionali – qualcosa di molto lontano dalla spirito “romanzesco”, come dice Gianni Celati, che ossessiona la letteratura occidentale moderna</a>». Ecco, alla fin fine in questo frangente, mentre ancora non riesco a credere che Enrico De Vivo abbia donato palle d’alghe a mio figlio, è proprio qui che mi ritrovo a pascer vanità e compiacimento: tra il romanzesco e l’antiromanzesco, tra Schulze e Sartori da un lato e Celati e De Vivo dall’altro, mentre sopra la mia testa, beffarda, pende la spada di Damocle del non-romanzesco di Flaiano. Che angustia! Auguro all’amico Nardon, che entro l’anno pubblicherà il suo primo libro nella stessa <a href="http://questoequelmondo.wordpress.com/about/">collana di De Vivo e da questi diretta</a>, qualcosa di meglio di questo sterile tormento. Gli auguro, insomma, di diventare un vero scrittore.</p>
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		<title>Louis Fürnberg</title>
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		<pubDate>Thu, 21 May 2009 09:58:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[mediazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Quest'anno cade il centenario della nascita di Louis Fürnberg]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">Note: There is a print link embedded within this post, please visit this post to print it.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"> </span><em>Quest&#8217;anno cade il centenario della nascita di Louis Fürnberg, uno scrittore di lingua tedesca poco conosciuto. Recentemente la</em> <a href="http://www.literaturwerkstatt.org/">Literaturwerkstatt</a><em> di Berlino gli ha dedicato una serata di letture. Tempo addietro, l’amico Reimund Frenzel di Weimar mi aveva spedito alcune poesie che aveva antologizzato per l’occasione, chiedendomi di poter dare visibilità a questo autore anche in Italia. Lo faccio volentieri con i mezzi di cui dispongo, traducendo quasi per intero la voce che a Fürnberg dedica Wikipedia tedesca e aggiungendo in calce una poesia e la sua traduzione.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Louis Fürnberg nacque il 24 maggio 1909 a Jihlava, sull’antico confine tra Boemia e Moravia. Figlio di fabbricanti ebrei moravi, trascorse l’infanzia e l’adolescenza a Karlovy Vary, dove frequentò il ginnasio. A causa di una tubercolosi dovette interrompere l’apprendistato come ceramista d’arte in una fabbrica di porcellana. A diciassette anni entrò nella Gioventù Socialista. Nel 1927 andò a Praga, dove frequentò l’Accademia Commerciale Tedesca. Le sue prime poesie furono pubblicate sulla stampa locale della borghesia tedesca. Nel 1928 divenne membro della sezione tedesca del Partito Comunista Cecoslovacco. Fondò il gruppo agitprop “Echo von links”, per il quale tra il 1932 e il 1936 fu attivo soprattutto come redattore di testi. All’interno di un’iniziativa del gruppo nel 1936 conobbe Lotte Wertheimer, figlia di un imprenditore ebreo austriaco, e la sposò nel 1937. Fino al 1939 lavorò per la stampa comunista di Praga.<br />
Quando nel marzo 1939 i nazisti occuparono Praga, Fürnberg e sua moglie tentarono la fuga in Polonia, ma furono traditi e arrestati. Mentre la moglie fu rilasciata dopo due mesi e poté fuggire a Londra, Fürnberg fu trasferito in varie carceri e torturato. Solo più tardi la famiglia della moglie riuscì, corrompendo la Gestapo, a riscattarlo e ottenere un’espulsione verso l’Italia, dove egli ritrovò la moglie nel capodanno tra il 1939 e il 1940. Proseguirono la fuga in Jugoslavia e nel 1940 a Belgrado nacque loro il primo figlio, Mischa. Nel 1941 raggiunsero la Palestina. La famiglia di Fürnberg, che era rimasta nei Sudeti, fu assassinata dai nazisti. Nel 1946 Fürnberg ritornò a Praga, dove nacque la figlia Alena. Negli anni seguenti lavorò a Praga come giornalista e corrispondente di diverse testate, più tardi al Ministero dell’informazione e poi, tra il 1949 e il 1952, come addetto culturale presso l’ambasciata cecoslovacca a Berlino. La sua salute subì ripercussioni negative in seguito alle condanne a morte inflitte in quel periodo in Cecoslovacchia a membri del direttivo del Partito Comunista vicini a Rudolf Slánský, tra i quali vari amici e conoscenti di Fürnberg.<br />
Nel 1954 Fürnberg si trasferì a Weimar, dove fu vicedirettore del Centro Nazionale per la Conservazione e la Ricerca sulla Letteratura Classica Tedesca. Nel 1955 divenne membro dell’Accademia Tedesca delle Arti, ma nello stesso anno fu colpito da un infarto dal quale non si sarebbe più ripreso. Morì nel 1957 e fu sepolto nel Cimitero Storico di Weimar. Dopo la sua morte, la vedova Lotte Fürnberg diresse a Weimar l’Archivio Louis Fürnberg, oggi conservato presso l’<a href="http://www.adk.de">Accademia delle Arti</a> di Berlino.</p>
<p style="text-align: justify;">Fürnberg scrisse soprattutto poesie, racconti e romanzi. A volte si firmava con lo pseudonimo Nuntius. La sua opera più nota fu <em>Die Begegnung in Weimar</em> (L’incontro a Weimar), che narra di un incontro tra Adam Mickiewicz e Johann Wolfgang von Goethe. I suoi drammi, <em>Festspiele</em> e cantate testimoniano il suo credo comunista, al quale rimase fedele fino alla morte. Nella Ddr divenne popolare soprattutto per la poesia [invero inquietante, NdT] <a href="http://de.wikipedia.org/wiki/Lied_der_Partei"><em>Lied der Partei</em></a> (Canto del partito) del 1950, che musicò lui stesso. Ancora oggi il nome di Louis Fürnberg è spesso associato a questo canto politico, mentre le altre sue opere rimangono poco considerate.<br />
La sua unica opera tradotta in italiano è la novella <em>Mozart e Casanova</em> (tit. orig. <em>Mozart-Novelle</em>, trad. di Mathias Konig Archibugi) edita da Sellerio nel 1993 con un’introduzione di Daniele Archibugi.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Heimkehr</strong></p>
<p style="text-align: justify;">War heut heimgekehrt,<br />
eine Stunde lang,<br />
Abendsonne fiel auf Hof und Haus.<br />
Klopfte an die Tür.<br />
Niemand öffnet mir&#8230;<br />
Und die Toten stehen nimmer auf.</p>
<p style="text-align: justify;">Ziegel staubt im Gras,<br />
Mörtel fällt vom Sims.<br />
Ging der Hausherr fort in tiefe Nacht?<br />
Vater, bist du hier?<br />
Keiner öffnet mir&#8230;<br />
Kehr doch heim von jahrelanger Fahrt.</p>
<p style="text-align: justify;">Geht das Fenster auf.<br />
Eine fremde Frau<br />
schaut verwundert auf den fremden Mann<br />
in den Hof hinaus.<br />
Bin der Sohn vom Haus,<br />
der lang fort ist und nicht fort sein kann.</p>
<p style="text-align: justify;">Doch die fremde Frau<br />
kann mich nicht verstehn<br />
und sie macht das Fenster wieder zu.<br />
Und die Sonne fällt<br />
langsam aus der Welt<br />
in die andre Welt, vor der mich friert.</p>
<p style="text-align: justify;">Mutter, bist du da?<br />
Bruder, bist du da?<br />
Drück am Knopf; die Glocke läutet nicht.<br />
Kann nicht länger stehn.<br />
Muß doch weitergehn,<br />
in den kühlen Abendwind hinein.</p>
<p style="text-align: justify;">Überm morschen Dach<br />
steht der Abendstern<br />
und im Springbrunn’ spiegelt sich der Mond.<br />
Worauf wartest du?<br />
Mach das Tor schnell zu –<br />
dunkles Tor, das ich nicht auftun konnt&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Ritorno a casa</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Oggi son tornato<br />
a casa, per un’ora,<br />
il sole della sera sul cortile e sulla casa.<br />
Ho bussato alla porta.<br />
Nessuno mi apre&#8230;<br />
E i morti non si alzano, giammai.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mattone s’impolvera nell’erba,<br />
dal cornicione cade la calcina.<br />
Il padrone di casa se n’è andato a notte fonda?<br />
Padre, ci sei?<br />
Nessuno mi apre&#8230;<br />
Eppure torno a casa da un viaggio di anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Si apre la finestra.<br />
Una donna sconosciuta<br />
guarda stupita l’uomo sconosciuto<br />
giù nel cortile.<br />
Sono il figlio di qui,<br />
fui via per molto tempo e via non posso stare.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma la donna sconosciuta<br />
non mi può capire<br />
e richiude la finestra.<br />
E il sole cade lento<br />
fuori dal mondo<br />
nell&#8217;altro mondo, che mi fa gelare.</p>
<p style="text-align: justify;">Madre, ci sei?<br />
Fratello, ci sei?<br />
Premo il bottone; il campanello non suona.<br />
Non posso fermarmi a lungo.<br />
Devo pur proseguire,<br />
dentro il vento fresco della sera.</p>
<p style="text-align: justify;">Sopra il tetto marcio<br />
sta la stella vespertina<br />
e nella fontana a zampillo si specchia la luna.<br />
Che cosa aspetti?<br />
Chiudi il portone, presto –<br />
portone scuro, che non ho potuto aprire&#8230;</p>
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