Ferrater, Müller, Veteranyi, Kyçyku

Dal 2004, quando apparve Il colore del silenzio del ceco Jan Skácel, la collana “Biblioteca di poesia” curata da Massimo Rizzante per l’editore pesarese Metauro colma a cadenza annuale lacune spesso imperdonabili del nostro panorama librario proponendo antologie di grandi poeti stranieri del XX secolo. Proseguita con Haroldo De Campos, José Ángel Valente, Tadeus Rózevicz e Jean-Jacques Viton, l’impresa giunge oggi a proporre il più notevole poeta catalano del secondo novecento, Gabriel Ferrater.
Il rischio, nel caso di quest’ultimo, è quello di restare affascinati dall’uomo a discapito dell’opera: nato nel 1922, Ferrater fu «di un’intelligenza folgorante e di una personalità allo stesso tempo anarchica e disciplinata, tenera e narcisistica, spirito antiromantico» – così la quarta di copertina, che riecheggia a sua volta una testimonianza di Mario Vargas Llosa citata nella Nota del curatore Pietro U. Dini. Ma sono qualità compiutamente riscontrabili in quest’antologia, Curriculum vitae, che raccoglie componimenti dai tre soli libri in versi scritti da Ferrater in un arco di tempo relativamente breve, tra il 1958 e il 1966, prima di dedicarsi agli studi linguistici. Già i titoli ne annunciano l’inclinazione antiretorica e sensuale, dal catulliano Da nuces pueris – che Ferrater definisce «un precetto etico… poiché si fa carico del fatto che ai bambini piacciono le noci. È una frase che parla in favore della felicità» – al carnalmente surreale Mangiati una gamba, fino a Teoria dei corpi, che ben riassume l’unione di eros e ferma lucidità cui i componimenti più tardi sono votati, e all’allusione esiodea di Le donne e i giorni, il titolo con il quale Ferrater nel 1968 raccoglierà i lavori precedenti. Vissuto in Francia e Germania, amante della poesia medioevale e dei grandi inglesi e tedeschi («Brecht è colui che per primo mi ha fatto comprendere che la poesia può fare a meno di molti lussi»), Ferrater si muove in bilico tra vocazione alla memoria e tentazione dell’oblio, tormentato dal logorio dei ricordi esposti al tempo e al linguaggio: «Posso ripetere la frase che s’è portata via / il tuo ricordo. Non so più nulla di te. / Questa insistente acqua di parole, / sempre crescente, va sgretolando i margini / della vita che credetti reale». E se i poemetti della prima parte, che rievocano i tempi adolescenziali della guerra civile e i primi anni della dittatura, sono animati da un’etica volta per lo più a fare i conti con un’epoca in cui «il mondo / era pieno di responsabili», più avanti il rigore formale e l’impulso prosastico rideclinano l’impeto morale e l’anelito di felicità nel canto appassionato e disilluso delle figure femminili, dove la pluralità incarnata delle donne amate trova un vano contrappeso nel «mito inaugurale: / Eva, das Mädchen: neutro puro. / Un facile essere mattinale: / due cosce, un sesso / e due piedini che calpestano prati».
All’amico Jaime Salinas, Ferrater confidò che si sarebbe suicidato a cinquant’anni – «Non voglio puzzare di vecchio. Quel tanfo mi ha sempre ripugnato» – e così fece, fedele alle proprie parole, il 27 aprile 1972.

(Apparso con il titolo Gabriel Ferrater, memorie ed eros di un catalano su «Alias» del 14 maggio 2011)

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C’è una curiosa affinità tra le due uscite più recenti dell’editore Keller di Rovereto, questo appassionato artigiano investito dai riflettori, due anni or sono, dopo il conferimento del Nobel per la letteratura a Herta Müller. Delle due pubblicazioni, quella che subito balza all’occhio, se si vuole, è proprio quella firmata dall’autrice di lingua tedesca di cui Keller nel 2008, grazie a un fiuto di cui la grande editoria non era stata capace, aveva dato alle stampe Il paese delle prugne verdi – il cui titolo originale è un composto traducibile alla meno peggio con «bestia nel cuore». Quel romanzo era forse l’opera più emblematica della Müller, in cui l’autrice, appartenente a una minoranza tedesca del Banato romeno e fuggita dalla Romania totalitaria nel 1987, distillava una poesia densa, cupa e inaudita dalle vicende di quattro giovani sotto il regime di Ceausescu. Ebbene, a tre anni da quel felice exploit editoriale, mentre nel frattempo alcune majors si sono contese altre opere narrative della scrittrice, Keller propone un breve scritto ibrido, riflessivo e memoriale insieme, dal titolo Il re s’inchina e uccide (traduzione di Fabrizio Cambi, pp. 92, € 12,00). È un saggio d’autore, dunque, dove il rapporto tra vita e letteratura è illuminato in una sorta di meditazione autobiografica condotta soprattutto attraverso l’analisi della lingua – o meglio, delle lingue, poiché non è solo dall’iniziazione al rapporto tra le parole e le cose, e dal vuoto che si spalanca tra esse sotto gli occhi ignari della comunità rurale dell’infanzia, che passa la formazione esistenziale e poetica della scrittrice, ma anche dal bilinguismo necessario che si sviluppa con il trasferimento a Bucarest, fino alle ulteriori scoperte e interferenze suscitate dalla migrazione a Berlino. «In ogni lingua dimorano altri occhi» è appunto il titolo della prima delle due parti che compongono il volume, nonché la sintesi cui essa perviene, una sintesi che è anche politica: «il linguaggio non è stato e non è mai in alcuna epoca una riserva apolitica, perché non si lascia separare da ciò che gli uomini fanno con altri uomini».
La seconda parte, quella che dà il titolo al libro, traspone questa diversità all’interno delle parole stesse, narrandone la mutevolezza semantica in rapporto ai contesti vissuti. La ripresa dell’elemento autobiografico, dei suoi motivi e delle sue metafore, diviene così funzionale a restituire la “vita privata” della lingua nel regime autoritario: le parole «re», «barbiere» e «capelli» possono allora enunciare il proprio viaggio attraverso i significati di volta in volta incarnati, da un pezzo degli scacchi nato dall’esperienza bellica del nonno fino a quel «re» interiore, o «bestia nel cuore», che è la reazione ribelle dell’istinto vitale alla paura quotidiana di chi è braccato dalla Securitate. È del resto in risonanze come questa che il testo rivela il proprio interesse rispetto all’opera più propriamente narravita della Müller, presentandosi come una dichiarazione di poetica sui generis, raffinata nella tessitura e animata da una tensione stilistica capace di infondere vita propria alle cose: «non potevo trovare un accordo con la vitalità nel cerchio vorace delle piante, con il riflesso della clorofilla sulla pelle. Vedevo sempre che il campo mi nutriva soltanto perché più tardi mi voleva divorare».
È insomma una poesia della prosa, che sa affrancare gli oggetti dal lirismo soggettivo, ed è un aspetto che apparenta più a fondo di altri – più della comune provenienza nazionale, più dell’analoga esperienza di emigrazione – il testo della Müller al volume stampato da Keller quasi in contemporanea, un libro altrettanto intenso dal bel titolo Lo scaffale degli ultimi respiri (traduzione di Angela Lorenzini, pp. 130, € 13,00). L’autrice, Aglaja Veteranyi, figlia di circensi fuggiti dalla Romania e approdati in Svizzera dopo una vita di spettacoli in giro per il mondo, si tolse la vita non ancora quarantenne il 3 febbraio 2002, poco prima dell’uscita di questo suo secondo lavoro narrativo. Il primo, uscito in italiano nel 2005 per l’editrice Tufani di Ferrara, si chiamava Perché il bambino cuoce nella polenta e raccontava, con una forte impronta autobiografica, l’infanzia e la giovinezza di una figlia d’arte, compresa la sua “avventura” linguistica. Nel corso delle sue peregrinazioni continentali, infatti, la romena Veteranyi ha appreso sì più lingue, ma sempre nella loro immediata funzione d’uso, vissuta e parlata, rimanendo di fatto analfabeta finché, stanziatasi a Zurigo, non ha imparato il tedesco, che è diventato la sua lingua adottiva e letteraria. Difficile dire quanto lo sradicamento assoluto che dovette derivarne abbia avuto un ruolo nella crisi psichica ed esistenziale che ha portato l’autrice al suicidio. Resta il fatto che il carattere autodidattico di questo apprendistato ha forgiato un talento poetico la cui forza principale è nel connubio potente di crudezza e candore, anche quando, come in questo Scaffale degli ultimi respiri, il tema attorno al quale tutto gravita è la morte.
L’epigrafe, poi ripresa nel testo, annuncia: «Passiamo molto più tempo da morti che da vivi / per questo da morti ci serve molta più fortuna». L’evento che scatena la scrittura è il decesso della zia che, più della madre ex-acrobata, costituiva per la narratrice un riferimento affettivo, pur entro una bipolarità conflittuale: «La mamma è bella come Bambi, il cerbiatto. Non posso amarla, solo guardarla. / Se amo più la zia della mamma, i begli occhi della mamma mi cancelleranno». Il rapporto tra le due donne dalla vitalità eslege, zigana, e della protagonista con esse, è il filo conduttore di questo testo più associativo che narrativo, fatto di continui a capo, paratattico e a tratti meramente elencatorio, quasi sperimentale, costellato di pause e interstizi dai quali l’energia brada che governa parole e personaggi pare esprimere un anelito ulteriore e indicibile – lo stesso cui allude, in qualche modo, la presenza insistente del cibo, tanto cibo, a partire dal «dolce dei morti» impastato da Cristel, ex-compagno di uno zio già trapassato, per l’imminente funerale della zia.
Anche Veteranyi, si diceva, come Herta Müller sa animare le cose distillandone visioni: «La bombola dell’ossigeno era diventata superflua, un’infermiera la spinse fuori. Le ruote del carrello tagliarono in due la stanza, il pavimento ferito si spalancò verso il basso, un piano dopo l’altro. Cademmo dentro la terra come in una bocca». E anche qui la lingua è sempre anche essa stessa referente, non solo strumento: «Capivo la lingua madre con l’olfatto», e poi: «Mia madre e io non avevamo una lingua comune. Solo parole», «Mi crescono addosso lingue straniere», o ancora: «La lingua di queste lettere non voleva lasciarsi imparare da me». Sono affermazioni in cui ci si imbatte soprattutto nella parte centrale, quella in cui la spessa cornice della morte lascia spazio a una rammemorazione per frammenti che prosegue idealmente la narrazione retrospettiva del libro precedente. Si aprono così brevi squarci su una Romania non dissimile da quella già incontrata nelle pagine di Herta Müller, solo che qui al centro dei rapporti vi è sempre la famiglia, che pare costituire per la narratrice un legame irrinunciabile e al tempo stesso incomodo, da cui smarcarsi finalmente in nome di una qualche autonomia, di una diversa adultità. Ma è un esito ben arduo se l’unione di sangue è il solo punto di riferimento di un’esistenza altrimenti sospesa in un vuoto di senso che neppure una madrelingua incompleta può colmare. Sicché l’eredità più vera e duratura pare essere infine quel male di vivere che, scampato alle sue cause politiche, pur si ripresenta dove si è stranieri, inestirpabile: «qui si è infelici, senza sapere il perché». Resta, a compiere l’opera, la metafora attinta a una religiosità che è feconda in quanto mitopoietica, e perciò letteraria nel senso più alto: «Ogni morto porta a Dio il suo ultimo respiro, secondo Costel. Un respiro in cui Dio può leggere la vita di quell’uomo come in un libro. La biblioteca di Dio è uno scaffale pieno di ultimi respiri».

(Apparso con il titolo Scrittrici rumene in bilico tra lingue e culture sul «il manifesto» del 7 giugno 2011.)

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Tra le uscite 2011 dei «piccoli fuochi», la collana dell’editore Zandonai dedicata alla letteratura euro-orientale contemporanea, I fiumi del Sahara (traduzione di Kamela Guza, pp. 117, Euro 13,00) di Ardian-Christian Kyçyku è forse la più ardita. L’autore, nato nel 1969 a Pogradec, cittadina albanese sul lago di Ocrida, si trasferì studente a Tirana e poi a Bucarest, dove vive ormai da circa vent’anni. È bilingue, ha all’attivo una ventina di pubblicazioni tra romanzi, racconti e drammi teatrali scritti in albanese e altrettanti in romeno. In un’intervista ha dichiarato: «il romeno esprime meglio il grottesco, mentre l’albanese si presta meglio al sarcasmo – per cui è il libro a scegliere la lingua». E davvero in questo romanzo breve ma non facile, pubblicato dall’autore a trent’anni, quello sarcastico è un registro predominante nella virtuosa commistione stilistica lirico-prosaica che contraddistingue la voce narrante e cui la traduzione forse non sempre rende giustizia. La trama, se ce n’è una, è presto riassunta: l’anonimo protagonista, uno studente, è costretto da una nevicata che ha bloccato le ferrovie a trascorrere una settimana nella sua città natale. Qui, sempre assetato, vaga tra i soliti due o tre luoghi – pasticceria, ponte, fiume, lago – tra monotonia paesana realsocialista e suggestioni bucoliche, cercando distrazione dall’insopportabile nostalgia per la fidanzata Ela: «perché sentire la mancanza di qualcuno non è altro che vivere in anticipo, senza poterci fare nulla, la sua inevitabile perdita». Tra i pochi personaggi in cui s’imbatte di continuo – un vicino bizzarro imbottito di antibiotici, un amico d’infanzia abbrutitosi, un vecchio e un cane al bordo della strada – spicca Sonila, avvenente annuncio di un possibile diversivo erotico. Che si realizzerà, ma non prima di un episodio che scatena il delirio onirico e verbale del narratore: il cruento omicidio di un uomo per mano di tre suoi compagni di bevuta darà la stura a un vortice allucinato di voci, gesti e immagini, in cui lo stropiccio dell’ordito testuale pare dare forma al rigurgito subcosciente di un personaggio che, da sveglio, è quanto di più presuntuosamente razionale si possa immaginare. Ed è quest’ultimo, dopotutto, l’aspetto che più di altri fa del libro una lettura provocatoria, scorretta, gradevolmente irritante: il protagonista è sprezzante per eccesso di autocontrollo, saccente per difetto di sensibilità, e quella che Sonila chiama la sua «imperturbabilità» non è che un maschilissimo narcisismo irrisolto – di cui l’autore, d’altra parte, fa un uso consapevole e mirato, che gli permette di creare situazioni di una verve drammatica mordace e grottesca (col che s’insinua l’aspetto cui, a sentir Kyçyku, la lingua scelta avrebbe dovuto impedire l’accesso), salvo poi instillare questa lucidità nello stesso personaggio in certe sue uscite subfilosofiche, che hanno così il sapore di inconsapevoli conati d’autocoscienza: «D’altro canto, a essere sinceri, la mente umana mi era sempre sembrata un grande mucchio di merda – merda d’angelo, s’intende».

(Apparso con il titolo Delirio onirico con sarcasmo su «Alias» dell’8 ottobre 2011.)

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