Intervista per «Scripta manent»

L’intervista che segue, condotta da Cristina Vignocchi, è apparsa in «Scripta manent 2009», l’ultimo numero dell’annuario culturale italiano della Provincia Autonoma di Bolzano.

Vivendo a cavallo di più realtà, in un certo senso connesse, che ruolo hanno le istituzioni altoatesine nella tua vita professionale?

I miei primi due libri, un volume di poesie e uno di racconti, furono pubblicati rispettivamente nel 1998 e nel 2000 dalla sezione editoriale dell’associazione culturale Egolalia diretta da Max Radicioni. Furono i miei primi tentativi letterari, poco più che prove giovanili. All’epoca stavo concludendo gli studi a Trento; poco dopo, per la prima volta andai a Berlino grazie alla formula del “soggiorno studio-lavoro” promossa dalla Provincia; in seguito i miei rapporti con la nuova capitale tedesca e il Trentino si sono stabilizzati e intensificati, procurandomi un ulteriore, salutare allontanamento dai luoghi natii. Tuttavia mamma Provincia si dimostrò molto comprensiva, poiché nel 2005 potei avvalermi di un contributo per la pubblicazione del mio libro finora più ambizioso, “Il libro di Egon”, un romanzo d’iniziazione ambientato proprio a Berlino e apparso presso l’editore milanese Greco & Greco. Finché, nel 2009, sono stato coinvolto dall’Ufficio Giovani come organizzatore culturale per creare un evento complementare al “Cantiere delle parole”, che abbiamo chiamato “Cantiere on tour”. La prima edizione, una versione pilota, è stata pensata come una specie di festival letterario con incontri itineranti in vari luoghi del centro città. Nonostante i fruitori fossero più adulti che giovani, è andata piuttosto bene; ora cercheremo di pensare le prossime edizioni in relazione a questa utenza diversificata. C’è infine un altro lavoro in corso: assieme a Selma Mahlknecht, scrittrice di madrelingua tedesca e ad Armin Barducci, fumettista, stiamo lavorando a un fumetto liberamente ispirato alla storia locale. È un progetto voluto dall’Assessorato alla Cultura italiana, concordato con gli istituti pedagogici italiano e tedesco e pensato come strumento didattico, certo un po’eccentrico, per i ragazzi dai 13 ai 16 anni di entrambi i gruppi linguistici. È un lavoro su commissione, ma ci stiamo anche divertendo e, personalmente, ne sto traendo spunto per qualcos’altro che vorrei scrivere.

Quindi sei tornato a darti da fare nei tuoi luoghi natii…

Non precisamente. Ho sempre mantenuto una valigia qui, presso la mia famiglia d’origine, dove peraltro si trova ancora una parte considerevole della mia libreria, e nel corso degli anni ho continuato a frequentare Bolzano, soprattutto per motivi di lavoro. La mia è stata più che altro una presa di distanze. Voglio dire che non sono propriamente fuggito, come molti bolzanini di madrelingua italiana con una formazione superiore, ma ho voluto distaccarmi, distanziarmi dal microcosmo della mia infanzia- adolescenza-giovinezza, mosso da una duplice attrazione: verso sud, verso l’italianità, e verso nord, verso quella che potremmo chiamare l’alta tedeschità. Tutto questo per approdare infine alla convinzione che il senso di spaesamento, ai nostri giorni e se vissuto consapevolmente, è una condizione vantaggiosa.

Che cosa intendi dire?

Che oggi, mentre l’ideologia delle piccole patrie e ogni forma di riflusso nazionalistico svelano tutta la loro inadeguatezza rispetto alle sfide del cosiddetto mondo globalizzato, la condizione di chi è sradicato, spaesato, disancorato da un territorio particolare è, nel bene e nel male, una condizione per molti aspetti privilegiata per affrontare e cogliere quello stesso mondo, le sue contraddizioni, le sue difficoltà e le sue opportunità.

Come sei giunto a queste conclusioni?

Mah, forse innanzitutto perché, da buon provinciale, ho trovato e coltivato il rapporto con una grande città, nel mio caso Berlino, che è una metropoli più europea e mondiale che tedesca. Anche durante gli anni di studio a Trento, infatti, non posso dire di essermi sentito a casa, tutt’altro. Così, negli anni di dottorato prima e di ricerca poi, alternavo i soggiorni trentini con quelli all’estero, soprattutto in Germania. Il fatto è che come straniero nella grande città mi sentivo più a mio agio, più libero e me stesso, che non in Alto Adige o in Trentino – dove però, d’altra parte, ho sempre trovato maggiori opportunità lavorative che non all’estero. Finché nel 2008, in modo del tutto inaspettato, ho ricevuto un invito all’Accademia delle Arti di Berlino: mi offrivano una borsa di scrittura per tre mesi. Così sono partito per l’ennesimo soggiorno nella capitale cogliendo questa meravigliosa opportunità, di certo superiore ai miei meriti letterari. Poi lo stato di grazia è finito e da allora vivo, come molti, da precario. E il libro che ho scritto in quei mesi non ha ancora un editore. Attualmente sono impegnato su vari fronti: traduco, critico, insegno, organizzo e, quando mi resta il tempo, scrivo le mie cose. Ma soprattutto, siccome queste attività da sole non permettono la sussistenza, faccio lavori che non hanno nessuna attinenza con il mio curriculum: in questo periodo, ad esempio, sono impiegato a tempo determinato nella pubblica amministrazione, in seguito dovrò cercarmi una nuova Brotarbeit, e avanti così. Ma non posso lamentarmi. Ho amici nel resto d’Italia che se la passano peggio. Qui se non altro si sopravvive.

Sopravvivere non ti sembra poco?

Ma è così, soprattutto in ambito culturale: a me, almeno, pare che l’Alto Adige in questo momento offra agli artisti e ai promotori di cultura nostrani buone possibilità di partenza. Peccato soltanto che poi tutto ciò che prova a librarsi sopra e oltre i confini locali, per qualche ragione va a finir male, viene respinto o ignorato. Si cerca di fare molto, si promuovono molte iniziative, poi però c’è un limite, che non è sempre di qualità: è come trovarsi dentro una voliera, al suo interno si è ben nutriti e mantenuti, ma più in alto di un tot non si può volare, benché oltre le maglie della gabbia il cielo, la vera casa di chi vola, sia lo stesso che si vede nel resto del mondo. Ma forse sono io che adesso volo troppo alto: l’Alto Adige dopotutto è una piccola provincia e, come tale, offre meno opportunità di crescita dei grandi centri, e questo è un fatto che chi si sceglie di vivere qui deve accettare.

Del resto nelle grandi città l’inizio è difficile e selettivo, e le istituzioni sono piuttosto distanti.

Ci sono pro e contro. Per quanto mi riguarda, fin da subito ho vissuto la metropoli come una sfida stimolante. Dove si è in pochi è fin troppo facile ottenere ascolto e riconoscimento; dove ci sono altre migliaia che, come e più di te, hanno un talento da proporre e mettere a frutto, il fermento delle idee letteralmente ti accerchia e ti senti spronato a fare del tuo meglio, a confrontarti con chi è più bravo, a imparare qualcosa da ognuno. Poi c’è anche da dire che spesso all’estero, soprattutto a nord delle Alpi, la cultura e le arti vive, non quelle museificate, sono considerate parti costitutive della realtà sociale ed economica, e come tali sono riconosciute, rispettate e promosse. L’Italia invece, che io sappia, non ha una politica culturale di sostegno alle arti, se ne promuove molta di “canonica” a livello istituzionale, ma quella nuova e di ricerca trova poco spazio e quasi nessun aiuto. Qui in Alto Adige, grazie a una situazione economica ancora privilegiata e forse anche alla nostra famosa posizione di frontiera, qualcosa di più si può fare. La stessa offerta culturale alla cittadinanza attualmente mi pare molto ampia e variegata, forse persino troppo rispetto ai reali fruitori, comunque in contrasto con il luogo comune per cui “qui non succede niente”.

Vorrei tornare per un momento alle origini della tua scrittura, parlando del racconto “Bozen underground” che dà il titolo al tuo primo libro di racconti.

Benché sia l’opera di un principiante, mi piace considerarlo il primo vero racconto che ho scritto; le cose precedenti erano state più che altro un tirocinio, a malapena presentabili. È anche la prima prosa in cui ho dato spazio a una tematica in qualche modo locale, e l’ho fatto cercando di creare un piccolo corto circuito: un giovane bolzanino italiano che, nel corso di un’improbabile avventura notturna, si scopre innamorato del centro storico della città, che è tedesco sotto ogni aspetto. Si tratta, evidentemente, del fatto che il centro di Bolzano è la sua parte più profondamente storica, e l’identità, di una comunità come di un individuo, si forma sulla base di una storia, di un passato. E se ci reputiamo cittadini democratici non possiamo certo dire che la Bolzano novecentesca e fascista offra grandi possibilità di identificazione storica…

Pensi che l’estetica della Bolzano fascista sia brutta? Tecnicamente a me non pare… E la “tecnica” è ciò che rimane.

Non volevo dire questo, il mio non è un giudizio estetico in senso stretto, ma estetico-esistenziale: si tratta di un’implicazione identitaria, del riconoscersi o meno nello spazio urbano e collettivo. E in questo senso no, la Bolzano d’epoca fascista non mi piace. Mi dà l’idea di una colonia, seppur sui generis, comunque tronfia e appiattita su un tempo breve, privo di spessore e di respiro. L’identità, sempre che averne una sia indispensabile, di solito affonda le sue radici, sempre che averne sia verosimile, in una storia, in una tradizione. In questo senso il giovane protagonista di “Bozen underground” va in crisi: perché, in cerca di se stesso com’è, si riconosce improvvisamente nell’unica parte di Bolzano che gli è storicamente estranea, ma che appunto esiste da più tempo e porta su di sé le tracce di questo tempo. È una provocazione, è evidente. Del resto la letteratura non offre risposte alle grandi questioni della vita, dell’amore e della morte, figuriamoci a quelle dell’identità, della Heimat eccetera; la letteratura interroga, demistifica, invoca consapevolezza e senso critico, e lo fa poeticamente.

Su questa scia… Quali temi, per quali lettori, per quale territorio?

Oh, ecco una domanda difficile. Dunque, vediamo… I temi. Posso nominarne tre che mi sono particolarmente cari. Il primo è l’ambiguità della cosiddetta vita e il modo in cui ne siamo dipendenti. Mi spiego. Con la parola vita siamo soliti indicare sia il mero fatto biologico, quello che ci accomuna agli animali e alle piante, sia una o più condizioni esistenziali, come quando diciamo “Così è la vita”, o “Ah, questa sì che è vita!”. Ecco, quello che a me non dà pace è la nostra dipendenza servile da questi concetti e la nostra irrimediabile incapacità di governarli. C’è un racconto di Quando si vive che parla di un trentenne il quale, dopo un inspiegabile incidente, si ritrova a vegetare nel suo monolocale adibito a camera di lungodegenza. Lo scrissi all’epoca del caso Welby, e anche se vi sono trattati anche altri temi, il tema principale è evidente: è vita quella del protagonista? Ha senso, dignità, ragion d’essere? E nello stesso racconto il narratore, un po’ scemotto, a un certo punto dice: perché far figli, concepire, servire la vita? Facciamo dell’altro, una passeggiata, una gita! Oppure, alla fine del Libro di Egon c’è un personaggio più o meno saggio che dice al protagonista: ti svelo una cosa, tienila a mente: Dio è bio. Ecco, in questo piccolo slogan convergono forse la nozione culturale (al suo livello più estremo, quello religioso) e quella biologica della vita, una confusione capace ancora oggi di fare milioni di proseliti, mentre la natura umana va trascolorando nell’artificialità post-umana… Ma approfondire adesso simili questioni è ovviamente impossibile. Secondo tema, in parte connesso al primo: l’immaturità, l’incapacità umana di far tesoro dell’esperienza e, al giorno d’oggi, l’incapacità di invecchiare, di vivere le fasi dell’esistenza per quello che sono, senza anelare idiotamente all’eterna giovinezza. Terzo tema: l’esilio, la mancanza di radici, il già citato spaesamento. Tutti temi, del resto, che ho imparato a riconoscere e affrontare grazie a certi miei maestri, voglio dire romanzieri che per me hanno significato molto, come Milan Kundera e Witold Gombrowicz. Per quali lettori? Mah, ad esempio per tutti quelli che sono interessati a questi temi e al modo narrativo in cui sono trattati. E in ogni caso credo che una buona opera letteraria sia sempre costituita da più livelli di comprensibilità, prestandosi cioè a una fruizione più superficiale, immediata, e a letture più approfondite e incisive dal punto di vista estetico e conoscitivo. Per quale territorio? Nessuno in particolare. La letteratura non ha confini, è sovraterritoriale benché si radichi, attraverso le lingue, in regioni precise del mondo. E oggi questo vale ancor più di un tempo, dell’epoca in cui Goethe invocava una Weltliteratur. Oggi la letteratura mondiale è una realtà, magari un po’caotica e non sempre squisita, ma comunque una realtà. Le concezioni nazionali e locali della letteratura, hanno fatto il loro tempo.

Cosa hai pubblicato ultimamente?

Tra febbraio e aprile sono usciti vari saggi, due dei quali di tipo accademico. Il terzo si intitola L’ombra lunga di Socrate, una sorta di apologia dell’arte romanzesca. È la versione italiana, apparsa sull’ultimo numero della rivista “Il cristallo”, di un testo pensato in origine per l’annuario dell’Istituto per le relazioni estere di Stoccarda, che ha raccolto interventi di tutti gli autori europei che, nel 2009, hanno partecipato a un ciclo di incontri letterari presso l’Europäisches Haus di Berlino. Io naturalmente, mi vien da ridere a ripensarci, vi fui chiamato, come mi scrissero dall’Istituto di cultura italiana di Berlino, a “rappresentare il nostro paese”. Fu un onore smisurato, un vero quarto d’ora di gloria!

Comments are closed.