Intervista a Ingo Schulze

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Passata l’ubriacatura delle celebrazioni per l’anniversario della caduta del Muro di Berlino, anche Ingo Schulze, scrittore-emblema della Germania riunificata, riprende fiato dopo una lunga serie di incontri e interviste – o meglio, torna a lasciar parlare i propri testi: il Berlin Verlag, l’editore che pubblica Schulze fin dal suo esordio nel 1995, ha infatti da poco dato alle stampe Was wollen wir? («Cosa vogliamo?»), un volume che raccoglie interventi pubblici e saggi critici degli ultimi anni, tra i quali il discorso tenuto nel 2007 in occasione del Premio letterario della Turingia, che Schulze rifiutò dopo averne criticato la sponsorizzazione privata. Nel libro, ricco di forza progettuale, appare evidente come l’impegno intellettuale e civile del romanziere Schulze esprima lo slancio inattuale di chi crede ancora che il mondo vada criticato in vista di un miglioramento, e che la letteratura abbia, a suo modo, una parte nell’impresa.
Raggiungiamo Ingo Schulze a Berlino e, approfittando della sua incrollabile gentilezza, lo invitiamo ancora una volta a riflettere sulla cesura del 1989, in modo più diffuso di quanto gli stereotipi mediatici non gli abbiano finora spesso consentito.

Più volte lei ha richiamato l’attenzione sul fatto che le dimostrazioni popolari, e in particolare la «manifestazione del lunedì» a Lipsia il 9 ottobre, furono più importanti della caduta del Muro in sé. Che fine ha fatto l’eredità del Neues Forum?

La caduta del Muro è la punta dell’iceberg, sono le immagini che hanno fatto il giro del mondo. E naturalmente fu quella la grande cesura. I veri cambiamenti, tuttavia, avvennero prima. Ma di quelli non ci sono praticamente immagini. La rivoluzione pacifica iniziò quando, di lunedì, a Lipsia non si gridò più: «Vogliamo uscire!», ma «Noi restiamo qui!». Il Neues Forum si presentò pubblicamente per la prima volta l’11 settembre 1989, il giorno dopo l’apertura delle frontiere ungheresi verso l’Austria. Nelle intenzioni dei partecipanti, era anche uno spazio di discussione in grado di suscitare riforme. Il Neues Forum si concepiva come un movimento popolare e una piattaforma per l’opposizione. Nel giro di sei mesi conobbe ascesa e caduta. Nell’autunno dell’89 era divenuto la quintessenza dell’opposizione, ma alle prime elezioni, il 18 marzo 1990, con un misero 2,9 per cento era già diventato una sorta di frangia. In seguito il Neues Forum si unì con i Verdi nel Bündnis 90. Definirne l’eredità è difficile, perché i protagonisti di allora hanno preso strade diverse. Oggi non li si ritrova soltanto in tutti i partiti; molti di loro si sono ritirati dalla politica. Ma quello che conta per me oggi è l’esempio che fu dato allora. Spesso si trattava di una manciata di giovani coraggiosi che si riunivano in vari gruppi, e che nei loro incontri crearono strutture capaci, tutt’a un tratto, di guidare e articolare la protesta di centinaia, migliaia, centinaia di migliaia di persone. Quegli incontri a cadenza regolare furono il presupposto per la nascita delle manifestazioni del lunedì. Il Neues Forum ha il merito di aver espresso alcune istanze fondamentali, come la libertà di opinione e di stampa, la libertà di espatrio, il diritto di fondare partiti indipendenti, libere elezioni. Come tale è un modello cui rifarsi ancor oggi, anche se oggi ovviamente le istanze sarebbero altre.

Lei si è trasferito a Berlino all’inizio degli anni Novanta, quindi ha vissuto in prima persona la trasformazione della nuova capitale. Cosa è diventata, dal suo punto di vista, la «città del Muro»?

Il bello di Berlino è che qui nessuno ti considera come l’ultimo arrivato, quello che si è «aggiunto». Moltissimi «berlinesi», o per lo meno la maggior parte delle persone che conosco, si sono trasferiti qui da altre città. E ormai non si distingue quasi più tra Berlino Est e Ovest, si tratta più che altro di quartieri, che sono molto diversi fra loro e cambiano in fretta, anche se – a parte Mitte, Prenzlauer Berg e Friedrichshain – sono ben poche le aree nelle quali si mescolano davvero l’Est e l’Ovest. Già da due legislature Berlino ha una coalizione «rosso-rossa» (composta da Spd e Linke, ndr), e sebbene nei suoi confronti io abbia parecchio da ridire, non posso non riconoscere che temi e situazioni su cui nel resto della Germania si scatenano ancora aspri dibattiti, qui appartengono già alla normalità.

All’inizio degli anni Novanta ha soggiornato a San Pietroburgo. Come ha vissuto in Russia l’irruzione della nuova epoca?

A San Pietroburgo si poteva studiare sul campo, per così dire, il modo in cui una società esplode. La povertà dilagava, soprattutto tra i pensionati. La milizia reclutava collaboratori in cambio di uno stipendio mensile che nel gennaio 1993 ammontava all’incirca a quaranta marchi, quarantamila lire. Era l’amaro esempio di quel che accade quando alla libertà non si accompagnano giustizia sociale e stato di diritto. In quell’epoca in Russia le parole democrazia e libertà divennero insulti, e soltanto così si può spiegare il fenomeno dell’affermazione di Putin. Ma in San Pietroburgo ho trovato anche una città dove convivevano epoche diverse – e in quella situazione, come scrittore, mi sono accorto che non avevo bisogno di una mia voce inconfondibile, ma che ogni volta dovevo confrontarmi di nuovo con una materia, un contenuto. Per questo i racconti di 33 attimi di felicità (Mondadori 2001), tutti ambientati a San Pietroburgo, sono stilisticamente così diversi fra loro, e vanno dall’agiografia al dialogo à la Hemingway.

In un suo articolo apparso in italiano nel 2007 nella rivista «Sud» lei ha scritto: «Il passo decisivo non fu l’unificazione della Germania il 3 ottobre 1990, ma l’unione monetaria di tre mesi prima… Si poteva credere di esser finiti da un mondo di parole a un mondo di cifre».

Quella naturalmente era solo l’impressione di superficie. Io stesso, quando fondai assieme ad altri un giornale, sperimentai in prima persona il fatto che avremmo potuto scrivere solo finché il giornale si fosse venduto. All’improvviso il metro per redigere i nostri articoli non era più la loro importanza e necessità ai nostri occhi, bensì il fatto che il giornale si vendesse o no. A chi è cresciuto nell’Ovest sembrerà certo ingenuo, ma per chi fino a quel momento non si era mai interessato ai soldi era qualcosa che lasciava il segno. Mi ci è voluto molto tempo per capire che ovviamente anche il capitalismo si basa su una metafisica, che non è uno stato di natura, bensì poggia su regole e accordi che a loro volta originano da determinati interessi e rapporti di forza.

Il ruolo dell’intellettuale nella Germania dell’Est era davvero molto più influente di quanto non sia oggi?

Dipende da come si agisce oggi. Direi piuttosto: come intellettuali, prima del 1989 era più facile esprimersi rispetto ai contenuti, perché il confronto era prevalentemente di carattere politico. La guerra fredda calamitava ogni parola e la immetteva nel confronto pubblico, che si volesse o no. E nell’Est, naturalmente, il fenomeno era estremo. Oggi bisogna «immischiarsi» con un discorso economico, perché ormai i politici si concepiscono soltanto come manager, convinti come sono, a torto, che i nostri problemi si risolvano con la «crescita». Questo concetto rimbecillente della «crescita» distoglie la popolazione dal fatto che i guadagni vengono privatizzati, mentre vengono socializzate le perdite. Si tratta dunque di porre le domande giuste, quelle fondamentali. Affidarsi unicamente ai cosiddetti esperti è pericoloso, poiché solo in rari casi hanno la capacità di guardare oltre il proprio naso o di mettere in discussione il proprio punto di vista. E inoltre bisogna anche sempre vedere da chi sono pagati. Fu un’esperienza che già facemmo nell’Est e che purtroppo si è ripetuta nell’Ovest: diffidate degli esperti! Li riconoscerete dal linguaggio. A questo proposito, di recente in Germania è stata approvata la cosiddetta «legge per l’accelerazione della crescita». La prima volta che ho sentito questa espressione ho creduto che fosse l’invenzione di un comico che si era preso gioco dell’irrazionalità della politica. Invece era proprio il reality show della nostra politica. Non si decreta solo la crescita, ma anche la sua accelerazione! Si sono raggiunti livelli incredibili di assurdità: invece di discutere su come distribuire diversamente lavoro e profitto, la politica ci conduce a bandiere spiegate verso la prossima crisi.

Da poco è uscito in Germania un suo volume di saggi dove tratta questi temi, e intanto si dedica sempre più alla critica del linguaggio. Ma in passato ha già affrontato simili problemi attraverso la letteratura.

O almeno ci ho provato. Vite nuove è anche la storia di un manipolo di entusiasti che fondano un giornale per accompagnare la democratizzazione nell’Est – e alla fine hanno in mano un giornale di annunci ad alta tiratura nel quale la cronaca della visita del principe ereditario precede la visita medesima, e il protagonista deve fare tutto il possibile affinché la realtà si conformi al suo articolo. Il suo consigliere, che odora di zolfo, ritiene questo scrupolo del tutto superfluo. Ciò che conta è quel che è scritto nel giornale. È proprio qui, nel mondo dei media, che la fusione di economia e politica è divenuta un pericolo quotidiano. In Adam e Evelyn ho cercato invece di descrivere il passaggio epocale tra il 1989 e il 1990 anche come il transito da un modo all’altro di intendere il lavoro. Nell’est, dove praticamente non veniva licenziato nessuno, si era relativamente liberi sul lavoro, ma non nella società. Nell’Ovest al contrario si è uomini liberi al di fuori del lavoro, ma non dentro l’azienda. Naturalmente mi interessava anche sviluppare uno sguardo sull’Ovest dall’esterno: alla fine Evelyn dice che sarebbe assurdo se adesso nell’Ovest tutto andasse avanti come prima, è convinta che dopo la fine della guerra fredda ci si occuperà finalmente dei problemi veri.

In Adam e Evelyn non solo si sviluppano continue variazioni sul mito di Adamo ed Eva, ma vengono affrontate con grande levità anche le grandi questioni politiche. Del resto, le questioni originarie dell’umanità – cosa è il peccato, quanto conta la conoscenza – hanno sempre anche una dimensione politica concreta.

In effetti, quello che mi premeva era raccontare ancora una volta il passaggio epocale degli anni 1989 e ’90 nel modo più semplice, più discreto possibile. L’unico elemento di rottura doveva essere lo slittamento della prospettiva narrativa da Adam a Evelyn. E il mito mi ha offerto grandi spunti: senza di esso, per esempio, Michael, l’antagonista di Adam, non sarebbe stato un citologo la cui ricerca mira all’abolizione della morte.

Nel libro la fotografia ha un ruolo centrale: la storia di Adam ed Evelyn infatti inizia con la creazione, vista come una scena dentro una camera oscura. Ce ne vuole parlare?

La fotografia è stata il punto di partenza del romanzo. Mi sono chiesto in quali situazioni ci facciamo fotografare volentieri, e in quali no, e ho pensato ai profughi, alla differenza che si crea tra quelli che sono riusciti a portare in salvo i propri album fotografici e chi non ha più nessuna foto con sé. Non a caso, la trama del libro va dalla creazione fino al momento in cui Adam e Evelyn ricompongono le foto strappate che hanno trovato nel loro appartamento razziato. Adam dà alle fiamme proprio le foto con cui avrebbe dovuto candidarsi per un posto di lavoro. Non vuole che la propria arte diventi un mero affare, che si commercializzi. E tutto finisce con una polaroid.

(Intervista apparsa su «il manifesto» di martedì 1 dicembre 2009, p. 11)

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