Impiegato
«Non è che cerchi Roma e l’impiego, ma la vita che farò dopo».
Paolo Volponi, La strada per Roma
Moritz Bleibtreu e Kafka
Qualche anno fa commisi una gaffe che ancora non so perdonarmi. Mi trovavo a Potsdam, nel bar-mensa degli attori sul retro del teatro Hans Otto. Avevo visto non so più quale opera in cui recitava un’amica e, dopo lo spettacolo, mi ero trovato con quest’ultima per un bicchiere. A un certo punto ci raggiunse il suo ragazzo, attore teatrale anche lui, che non conoscevo. Non so cosa mi prese, forse volevo dimostrare di non essere uno sprovveduto, un italiano provinciale; sta di fatto che, appena dovetti avere l’impressione di aver raggiunto una certa confidenza, gli dissi che somigliava molto a Moritz Bleibtreu, un noto attore cinematografico tedesco. Lui sorrise, un po’ condiscendente e un po’ ironico, e replicò: “Mi dicono tutti così; nessuno che mi dica che è Moritz Bleibtreu a somigliare a me!”
Anche se dissimulai, mi sentii una merda. Non tanto perché non avevo avuto l’esprit per dirgli, proprio io, “Conosco uno che ti somiglia ecc.”, ma perché, al contrario, anch’io gli avevo detto quello che già si era sentito dire da tutti. Volevo essere confidenziale, volevo distinguermi, e invece mi ero rivelato banale, ordinario, prevedibile.
Ora, non so se c’entri, ma questo episodio mi è tornato in mente negli ultimi giorni. Se non c’entra, poco male: l’ho raccontato e me ne sono un po’ liberato.
Tre settimane fa mi trovavo a Berlino; alloggiavo nell’appartamento della mia amica attrice, che in quei giorni era via. Una mattina, appena sveglio, ho ricevuto una telefonata dall’INPS di ***: c’è un posto per lei, mi hanno detto, una maternità da sostituire. Così la mia vita ha cominciato a cambiare. Da gennaio sopravvivevo traducendo e facendo poco altro – di pagato, dico (una breve supplenza, un articolo per una rivista tedesca, due letture pubbliche in tedesco) –, mentre il mio conto in banca calava ogni mese di più. Stavo bruciando i pochi risparmi di alcuni anni, non sarebbero durati ancora molto; così, in mancanza d’altro, mi ero iscritto alle graduatorie dell’INPS di ***, a ottanta chilometri da casa. E adesso, molto prima del previsto, mi hanno chiamato. Inizio dopodomani. Capite? A trentacinque anni suonati, dopo quindici di gavetta passati a studiare, ricercare, scrivere, tradurre, insegnare, tirando sempre a campare poco sopra la soglia di povertà relativa, ho dovuto accettare un posto da impiegato. E insomma, appena mi sono reso conto che avevo detto “sì”, ho pensato: adesso voglio proprio vedere quanti si riveleranno così banali e prevedibili da tirarmi fuori il paragone con Kafka. Non ho dovuto aspettare molto.
A
Negli anni universitari feci una gita di studio a Roma. Ci portarono a visitare il palazzo di un giovane aristocratico. Non ricordo la ragione, la memoria non mi restituisce nessun oggetto di valore artistico. So che a un certo punto, avanzando in quel palazzo ombroso e privo di dettagli, mi ritrovai assieme a un paio di colleghi risucchiato in un piccolo ascensore, che ci portò rapidamente sotto terra. Poco dopo ci risputò in uno stanzino minuscolo, attorno a una bara; voglio dire che ebbi proprio l’impressione di scivolare fuori dalla scatola, direttamente in una poltroncina ai piedi della cassa. I miei due colleghi, un ragazzo e una ragazza che non conoscevo, erano finiti rispettivamente su un lato e all’altra estremità. Se credevo di avere a che fare con un oggetto commemorativo, dovetti subito ricredermi. Il ragazzo e la ragazza sollevarono in fretta, come se l’avessero fatto altre volte, le due ante convesse che fungevano da coperchio, ed estrassero dalla cassa, rivestita in velluto carminio, due violini. In un attimo li avevano imbracciati e si erano messi a provarli, ad accordarli, come posseduti. E io li osservavo.Mia moglie e una base
C’è qualcosa di maligno, oltre che presuntuoso, nel predisporsi a giudicare la banalità altrui. Del resto, a volte mi capita persino di giudicare banali certi aspetti di mia moglie. Mia moglie, non so se mi spiego. La donna che ho scelto di amare oltre i tempi fisiologici stabiliti dalla biologia. La persona che ha scelto di fare un figlio con me – e di crescerlo, a dio piacendo… È che mia moglie e io, nonostante moltissime affinità (tra cui la banalità), scontiamo una divergenza insormontabile, che potrei sintetizzare così: lei vuole vivere, io sentirmi vivo. Oppure: lei tiene all’esistenza, io all’esperienza. Sono addirittura diventato padre, in nome dell’esperienza; poi ho scoperto che era molto più vincolante di, che so, un anno all’estero o un concerto di Björk all’Arena di Verona. Riuscirò mai a placare questa irrequietezza?
Meno male che, se è vero ciò che mia moglie mi riconosce, dopotutto sono un tipo responsabile. Già, così responsabile da aver acconsentito a lavorare per qualche mese come impiegato. Detta così sembra niente: metti via due soldi e, finito il periodo, torni a fare le tue cose, rientri nei tuoi binari. Ma quali cose, quali binari? Tornare a fare il traduttore significherebbe tornare a bruciare i risparmi, e io dall’autunno devo pagarmi una casa. Perché poi, tra gli aspetti negoziali di una vita di coppia, c’è questo: metti che uno dei due voglia, come si dice, sistemarsi – il che in Italia, finita l’epoca del posto fisso, significa in sostanza: farsi una casa –, mentre l’altro cambierebbe volentieri tetto città paese ogni tot anni, abitando sempre in affitto. Che fare? Mia moglie e io abbiamo trovato un compromesso: farci una casa, ma spendendo il meno possibile, così da non dover accendere un mutuo che ci avrebbe vincolati troppo all’immobile e al luogo. Risparmio i dettagli, che sono affari privati; basti sapere che questo sembra fattibile e, se tutto va bene, dovrebbe accadere entro i prossimi dodici mesi. È anche per questo, evidentemente, che ho accettato un posto provvisorio da impiegato a ottanta chilometri da casa. Mi sveglierò ogni giorno alle sei e rientrerò mediamente alle cinque, di sera sarò troppo stanco per leggere, giocherò un po’ con mio figlio e andrò letto presto, diventerò più stupido e ordinario, ma almeno fra un anno mia moglie avrà una casa di proprietà nella città dove lavora e io avrò quella che mi ostino a considerare non più di una base, ossia un posto dal quale partire e al quale ritornare.
Sì, ma da dove, per dove? E con quali soldi? Perché il lavoro da impiegato finirà. Durerà giusto il tempo per spezzare la mia vita in due, per farmi perdere il treno sul quale finora avevo viaggiucchiato in terza classe sperando di passare prima o poi in seconda, dove i finestrini sono un po’ più grandi e, più che vedere meglio il paesaggio, speri di essere visto meglio da chi è rimasto a terra. Rimarrò dunque a terra anch’io – ma a fare cosa? All’amico che mi ha suggerito di riprendere in considerazione il mondo della scuola, ho detto: no, insegnare mi piace troppo per accettare di farlo in un sistema così degradato; d’altra parte non mi piace abbastanza da accettare di farlo a tempo pieno, rinunciando al mio maggior diletto, che è leggere (è appurato: agli insegnanti a tempo pieno non resta tempo per leggere), e a quelle sue attività accessorie che sono la traduzione e la scrittura. No, non potrei mai. La letteratura è il mio vizio, se me lo tolgono impazzisco, forse muoio.
B
Solo alla fine della visita, prima di andarcene, conoscemmo brevemente il padrone di casa. Il giovane aristocratico era alto e prestante, dai molti capelli ben acconciati, il volto tagliente attraversato da una sofferta ignavia. Indossava un abito scuro in cui si mescolavano richiami d’altri tempi, un non so che di clericale e il taglio tipico degli anni ottanta, spalle larghe e pantaloni a sigaretta. La sua fu l’apparizione di un eccentrico, un esibizionista, e solo l’ala protettiva dell’alto prelato che ci accompagnava ci consentì di dominare la soggezione. Non posso ricordarne i particolari, ma la concione che l’aristocratico tenne presentandoci la sola cosa che gli stava a cuore là dentro non dovette esser priva di retorica. Le sue braccia svolazzarono a indicarci un angolo dell’ampia anticamera dedicato interamente, con foto e feticci, a un giovane uomo, un sacerdote del quale era innamorato. Ci fu chiaro che le sue parole, pregne dell’amaro compiacimento di un narciso infelice, erano rivolte soprattutto al nostro accompagnatore, il quale, si poteva supporre, aveva un certo potere sul destino del giovane amato. L’alto prelato, tuttavia, mantenne un contegno ammirevole. Uscì dal palazzo per primo, e noi lo seguimmo.Talento e respiro sociale
Poi c’è un problema di qualità, la mia e quella del luogo dove vivo. Non sono due problemi diversi, è uno solo. La mia qualità di lettore, traduttore e scrittore è senz’altro modesta, ma nel luogo dove vivo non si nota abbastanza. Mi spiego. Che non sarò mai una cima l’ho capito proprio quest’anno (ne ho parlato anche qui), anzi, sembra proprio che questo sia stato un anno all’insegna delle batoste, dell’umiltà coatta, dell’abbassamento d’orecchie. L’ultimo della serie è stato a Berlino, tre settimane fa, poche ore dopo la chiamata dell’INPS. Ho riletto una mia traduzione assieme a una conoscente che l’aveva appena rivista, ed è stato umiliante. Voglio dire, era intervenuta a fondo sul testo e in questo modo l’aveva mooolto migliorato. Alla fine, ostentando modestia di fronte alla mia ammirazione, mi ha detto: spero che ti sia stato utile. Hai voglia… Il vero punto, tuttavia, è che questo mi è accaduto a Berlino. Una metropoli permette a chi ha un certo “talento” di confrontarsi con molti suoi simili che ne hanno almeno altrettanto. In provincia è troppo facile farsi un nome. Nella regione dove risiedo – senza sentirmi a casa – vive meno di un milione di abitanti, in gran parte incolti. Quando si è così pochi si fa presto a distinguersi, nonostante le tare del sistema formativo (laurearsi è ormai a portata di qualunque cervello, e ho visto dottorarsi persone d’inaudita povertà intellettuale). Quando pubblicai il mio primo libro di racconti, che è obiettivamente una cagata, tra i pochi che lo lessero ci fu chi mi diede del “miglior scrittore altoatesino”. A nemmeno trent’anni! Incoscienti! Carogne! E da quando scrivo per Alias c’è chi, nell’organico dell’università dove ho studiato, mi ritiene il fortunato detentore di una “tribuna di prestigio”. Agh! Non sopporto questa piccolezza. Questa provincialità! Ogni volta che torno in una grande città mi sento una nullità, e questo sì che mi fa godere. Ovunque mi volga, trovo qualcuno dal quale imparare qualcosa: artisti, mercanti, senzatetto, zitelle, immigrati, farabutti, persino gente qualunque. E sì, ovviamente dentro di me sogno di entrare a far parte di quel mondo, ma almeno in quel caso so già che non è possibile: dovrei vivere lì, affinare la mia socievolezza, inserirmi in certi ambienti e farmi un mazzo enorme per molti anni, e tutto questo in accordo con il benessere di mia moglie e le esigenze di nostro figlio – dopodiché forse riuscirei, finalmente, a vivere sentendomi vivo, in una coincidenza perfetta di esistenza ed esperienza.
Ma tutto questo è un sogno. La verità è che: a) ho appena imboccato un tunnel professionale che per qualche mese ancora mi porterà a sorbirmi squallidi paragoni con Kafka, finché non si comincerà semplicemente a dire: “Peccato, era dotato”; b) sono un individuo banale e maligno, il quale, superata già da un pezzo l’età in cui – come diceva Flaubert – si decide se diventare uomini o artisti, ha scelto di eludere ancora la scelta giocando per un po’ al travet; c) per queste ragioni ho la sensazione che avere un sito internet come questo non abbia più molto senso, ma prima di scomparire del tutto dalla rete preferisco limitarmi ad annunciare che per un bel po’ non mi farò più vivo. Chissà che fra qualche mese non mi venga voglia di pubblicare on line le foto della mia nuova casa.
Postilla sul respiro sociale: ombelicali sarete voi. Non c’è niente che mi ripugni più della miseria ideologica in cui s’è inabissato il paese di cui sono jellato cittadino. Ma proprio perché mi ripugna non riesco ad accordarle un valore, un interesse: una dignità. Si dirà che in tal modo faccio il gioco di chi vuole così. Ma la mia impressione è un’altra: non viviamo contraddizioni reali. Non vi è nulla in grado di opporsi fattivamente alla mala vita imperante: non c’è conflitto. Due o tre giustizieri incazzati non fanno la Storia. E la legge contro l’immigrazione è un monstrum propagandistico generato da una classe politica abissalmente incompetente; non vi è autorità giudiziaria che non stia cercando di aggirarne le inaudite imperfezioni. Non c’è conflitto, solo narcosi collettiva. E questo non è un tema, è solo un irredimibile incubo.
