Interprete per caso a Gavoi

(Premessa: gli amici del festival, sulla loro pagina Facebook, hanno gentilmente linkato questo testo, titolandolo però “Impressioni di Stefano Zangrando”… Vi prego! Vi pare che l’autore in persona possa aver avuto solamente le “impressioni” contenute nel testo che segue? E la meraviglia per l’ospitalità, l’entusiasmo per l’organizzazione, la riconoscenza verso gli organizzatori, non vi siete chiesti perché non sono neppure nominati? Questo NON è un resoconto veritiero, o non solo! È invece già un po’ racconto, finzione, contraffazione – come indicano anche le facili parodie dei cognomi, l’espressione en passant dell’imbarazzo verso le “storie vere”, apologia-lampo della menzogna –, un testo senza pretese, certo, ma pur sempre innamorato dello scherzo e della letteratura, e dunque andrebbe intitolato piuttosto, giusto il suo tenore, “Impressioni di Stefano Zangrandoni”.)

Cronaca soggettiva di un festival letterario

1

In questa camera d’albergo si sente spesso un rumore di trascinamento, come se qualcuno, in un’altra stanza, a orari regolari cambiasse la disposizione dei mobili. O forse è in una sala da pranzo due piani più sotto, non so, a me pare che venga da sopra. Magari è la Belloni che sposta letti e armadi, magari le giova all’ispirazione, chissà.
Simona Belloni è la prima scrittrice che ho incontrato qui a Gavoi, venerdì. Ero atterrato a Olbia la mattina, intorno alle dieci e mezza, ed era venuto a prelevarmi un autista, Gigi, trent’anni, bruno e fumatore. Durante il viaggio nell’entroterra, una conversazione via via più amichevole mi aveva in parte distratto dalla sua guida sportiva. A un certo punto mi aveva anche chiesto “come sono messo politicamente” e, prima di fermarci in un bar sulla strada, mi aveva detto che a lui piace Storace. Di tanto in tanto accompagna un amico a Roma, il segretario regionale de La destra; Roma è uno dei due o tre posti che ha visitato “in continente”, all’estero non ci è mai stato. Mi aveva offerto il caffè e, nella tratta rimanente, mi aveva spiegato i problemi del partito in Italia e in Sardegna, e poi il disagio di essere di destra a Gavoi, un paese con una maggioranza di centro-sinistra. Mi aveva lasciato davanti alla Proloco – dove l’organizzatrice Cristina, dopo un breve benvenuto, mi aveva allungato una busta con i pass – e lo avevo salutato con una bella stretta di mano, “energica” si dice. Lì davanti mi aspettava un’altra macchina, il servizio navetta per l’hotel; oltre all’autista, a bordo erano già in tre. Dall’interno, mentre stavo salendo, una voce femminile ha detto: “Meno male che è magro”. Mi sono stretto alla sua sinistra e mi sono presentato. “Simona,” ha detto. Alla sua destra sedeva un ragazzo e davanti, accanto all’autista, un’altra ragazza. Simona si era appena esibita da un poggiolo in paese, e la ragazza davanti, come ho scoperto dopo, aveva fatto da moderatrice. Il ragazzo, anche se ogni volta che lo incrocio mi sorride e ci salutiamo, non ho ancora capito chi sia.
A un certo punto Simona ha detto che appena rientrata in hotel sarebbe andata in piscina a fare il bagno. Allora mi è venuto in mente che non avevo portato il costume.
All’arrivo all’hotel, un edificio a più livelli incastonato nel paesaggio naturale della Barbagia, poco distante da un lago di forma indefinibile, ho trovato, seduti a un tavolino all’esterno, Ingo Spritze e Susanne Deutsch, la direttrice del Goethe Institut di Roma. Baci e abbracci, poi ho portato le cose in stanza, dove mi trovo ora. Quando sono ridisceso era già quasi ora di pranzo; Ingo mi ha regalato un bel catalogo di Georg Baselitz dov’è contenuto, in tedesco e inglese, un suo racconto che ho da poco tradotto anche in italiano. Dal canto mio, ho regalato a Ingo un dolce tipico trentino. Carmen, la direttrice del Goethe di Napoli che la sera avrebbe dovuto moderare il nostro incontro, tardava ad arrivare, così a un certo punto siamo andati a mangiare noi tre, nel ristorante dell’hotel. Carmen è arrivata alla frutta con molti sorrisi e un solare accento napoletano anche quando parlava in tedesco. Ancor prima del caffè avevamo definito, “grosso modo” si dice, la struttura dell’incontro serale.
Dopo pranzo mi sono ritirato in camera, avrei voluto riposare un po’ – ero sveglio dalle sei e la sera prima avevamo avuto ospiti –, ma appena mi sono coricato è cominciato quel rumore di mobili trascinati. I tappi auricolari sono serviti poco, non sono riuscito a dormire. Così ho finito di leggere L’eterno filisteo di Horváth, Bompiani 1974, comprato su E-Bay due mesi fa.
Hm… Mi accorgo che questo resoconto è partito con un ritmo più lento di quanto avrei voluto. Vedo di accelerare un po’.
La sera alle sette eravamo in paese – tralascio la descrizione del luogo, di cui si occuperà certo, con più abilità, l’uno o l’altro scrittore tra quelli invitati. Ingo e Carmen erano in giro, Susanne e io siamo andati a sentire l’incontro con un giovane fuorilegge siberiano, oggi pulito – ma ancora tatuato su tutto il corpo – e migrato in Sardegna, dove vive con donna e figlio. Ha moderato Carla Criticoni, che non vedevo da anni; l’incontro faceva parte di una serie intitolata “Povera patria”, sicché la Criticoni ci andava a nozze. Il siberiano però non ha troppo badato al suo catastrofismo progressista, atteggiandosi da rocker e preoccupandosi di apparire il più informale possibile, simpatico: figo. Niente letteratura. Alla fine ci siamo trovati con Ingo e Carmen e tutti insieme siamo andati al ristorante che ospitava il buffet serale.
Dopo cena abbiamo fatto sosta al bar per un caffè, ma ci siamo fermati troppo a lungo perché a un certo punto è accorso il direttore del festival, Marcello Strabiconi, giacchetta nera su una polo scura stinta e braccia sventolanti: toccava a noi, dovevamo sbrigarci.
Il posto era lo stesso della lettura di prima, un punto panoramico coperto da tendoni bianchi, e c’erano tutti questi volontari con la maglietta rossa pronti ad aiutarti in qualunque cosa. La gente era tantissima, nel corso dell’incontro si è arrivati forse al migliaio di persone. Carmen ha moderato, io ho fatto da interprete e lettore in italiano. Carmen parlava con vivacità napoletana, io sussurravo le domande nell’orecchio di Ingo e poi traducevo le sue risposte senza prendere appunti, coglione che sono, una fatica… Tra una serie di domande e l’altra abbiamo letto «Niente letteratura o epifania di domenica sera». Grandi applausi finali. Susanne era in visibilio. Ingo ha firmato molti libri. Alla fine mi si è presentato un ragazzo, Sergio Microfóni, poeta da slam appartenente al collettivo Sparajuri. Vive a Berlino e declama anche in tedesco. Mi ha ricordato un errore penoso durante la traduzione e da allora non ho pace: quest’estate l’incontro andrà in onda su Fahrenheit, la figuraccia è dietro l’angolo.
Dopo la mezzanotte, Ingo, Susanne, Carmen e io siamo rientrati in hotel e abbiamo preso un drink, seduti in disparte a tutto un gruppo di ospiti italiani. Ho bevuto un rum-cola, il primo dopo molti anni. E di notte ho dormito male. Nonostante i tappi, udivo il verso di un uccello che non avevo mai sentito. Ma non era questo. Era tutto il resto.

2

Secondo giorno. Ingo se n’è andato prestissimo, non l’ho neanche visto. Dopo la colazione all’aperto, mi son fatto accompagnare in paese da uno dei tanti giovani autisti che effettuano (brutto verbo) il servizio navetta. Non ero da solo, con me c’erano tre ospiti che dovevano esibirsi nello spazio per bambini; sono scesi prima di me. L’autista mi ha portato proprio davanti a un negozio di abbigliamento sportivo dove avrei potuto cercare un costume da bagno. L’ho trovato: ventisei euro per un costume di marca in saldo. Poi ho risalito il paese per vedere l’incontro con Elisabetta Artisti, che parlava dal poggiolo con la stessa ragazza che il giorno prima aveva moderato Simona Belloni. I posti a sedere erano tutti occupati e faceva caldo, così ho fatto in tempo solamente a udire (dalla mia posizione non vedevo la parte più interna del balcone) l’Artisti che si opponeva a ragion veduta alla categoria della “letteratura femminile” e alle categorie in genere, difendendo l’individualità dello scrittore e il carattere particolare, unico e originale della sua opera. Poi me ne sono andato, in giù.
In edicola tutte le copie del «manifesto» erano abbinate ad «Alias» della settimana prima, forse a causa dei tempi postali, così ho comperato «La stampa». Sono salito di nuovo e mi sono portato al punto panoramico per l’incontro sulla “laicità”. Faceva ancora più caldo, e l’acqua nebulizzata che calava dai tubicini tra le tende bianche non faceva che aumentare la mia sensazione di debolezza. Dovevo avere la pressione molto bassa. Il giornale, poi, non diceva niente. Infine, l’incontro è riuscito poco. Massimo Cirroni è un moderatore eccezionale, ma Giovanni Politiconi ha fatto un po’ troppo il politico, il giornalista di turno aveva dato picche e il pensatore gay Gianni Filosofoni, con rispetto parlando, non ha più un c***o da dire. Neanche a Susanne e Carmen l’incontro è piaciuto granché. E neppure a Sergio Microfóni, credo, che era seduto dietro di me.
Siamo rientrati in hotel per il pranzo, che stavolta si svolgeva in un salone sotterraneo, perché di sopra c’era un matrimonio. Abbiamo preso posto allo stesso tavolo dove sedeva Piero Televisioni e, quando Susanne l’ha presentato a me e Carmen, ho detto una scemenza: “Noi naturalmente la conosciamo, mentre Lei non può conoscerci.” Però era vero.
Dopo pranzo, prima di rientrare in camera a riposare, ho navigato un po’ in internet – nella hall è attivo un servizio wi-fi – scoprendo tra l’altro che mio cugino non è tra i finalisti del premio Chiara, che erano stati resi pubblici il giorno prima. Poco dopo mi è arrivato un sms dalla segreteria telefonica: ci ho trovato un messaggio di Ingo che stava mangiando il dolce trentino con la moglie e le bambine. In camera, poi, non sono riuscito a prendere sonno. Quel trascinamento di mobili… Tuttavia sono rimasto lì un bel po’, coricato e senza leggere, i battenti accostati.
Dopo le cinque ero in paese, un po’ in giro. Passando davanti all’unico bar che conoscevo (quello dov’era accorso a chiamarci Strabiconi), ho visto un gruppo di giovani scrittori e editor, Simona Belloni e altri, seduti allo stesso tavolo. Io invece avevo appena scoperto che mio cugino non era finalista di un premio letterario: che famiglia di nessuno:-(
Alle sette c’è stato l’incontro con Alessandro Famoso. Ci saranno state duemila persone, gente arrampicata sui muri o sbocciante dai poggioli come fiori in mazzo, e il solito caldo che mi prostrava. Ha moderato ancora Carla Criticoni. Non si è parlato di letteratura, ma di questioni legate al tema dell’incontro, “Povera patria”. Criticoni e Famoso non si capivano e parlavano di cose diverse, ma sai che scoperta. Famoso si rivolgeva al pubblico da pedagogo populista, diceva “io” e “voi” e non sapeva contenere l’arroganza, eppure certe sue affermazioni mi trovavano d’accordo, voglio dire in fondo, nella sostanza. Ero turbato per questo, e avevo un po’ di mal di testa. Mi trovavo d’accordo con Famoso, com’era possibile? Dove sbagliavo? Al momento delle domande gliel’ho detto – prima di fare un’osservazione a proposito di continuità e gerontocrazia, pane per i miei denti, con cui volevo anche recuperare un intervento della Belloni che mi sembrava esser stato frainteso – gli ho detto: “Premetto che sono confuso, perché mi trovo d’accordo con molto di quello che Lei dice, ma non mi piace per niente come lo dice.” Lui poi, prima di fraintendere anche la mia osservazione su continuità e gerontocrazia, ha sostenuto che anche a lui non piace come dice le cose. E alla fine mi ha proprio turbato, perché, volendo fare l’esempio di un romanzo contemporaneo di importanza a suo avviso capitale, ha nominato 2666 di Bolaño. Il fatto è che 2666 di Bolaño è veramente uno dei romanzi contemporanei più importanti in assoluto. Poi mi son detto che forse la grande letteratura è talmente grande che la apprezzano anche quelli come Famoso, che si credono LA letteratura. – E comunque la cosa migliore, a Famoso, l’ha detta Carmen, che è intervenuta tra i primi: “Lei ha sfiducia nei lettori,” gli ha detto, e poi: “Lei ha l’apocalisse dentro”.
Ora però mi accorgo che non ho accelerato come avrei voluto, e questo resoconto sta diventando un po’ troppo lungo… Ci riprovo.
Siamo andati a cena al ristorante della sera prima. Non so perché, ma attingere allo stesso buffet dove si stava servendo anche Massimo Cirroni mi allietava. Cirroni ha questa cosa, che dopo averlo visto esibirsi una volta ti mette di buon umore anche quando non vuole, anche quando tace e si fa i fatti suoi. Forse è una delle forme del carisma, o forse è la mia a essere una forma di “fanismo” (da “fan”).
Dopo cena, Ingo, Susanne e una coppia di amici di lei, a quanto pare i veri responsabili della nostra presenza lì a Gavoi – l’anno prima avevano suggerito a Susanne di venirci e pensare a una collaborazione tra il festival e il Goethe Institut –, si sono seduti al bar con il sindaco di Nuoro e altri. Carmen e io non ce la siamo sentita di unirci a loro, invece siamo tornati al ristorante, perché avevamo visto che lì davanti, sul vialetto che scendeva verso i giardini comunali (cominciavo un po’ a conoscere il paese) chiacchieravano Famoso e gli editor dell’Einaudi. Volevamo parlare di nuovo con Famoso – e l’abbiamo fatto, ma siccome qui di Famoso ho già detto abbastanza, non svelerò che cos’altro ci siamo detti lì fuori.
E va bene, una cosa sola: quando abbiamo ripreso il discorso sulla continuità, io ho insistito sull’importanza del rapporto maestro-allievo, sull’opportunità di trovare un maestro e di imparare da lui fino al giorno in cui uno prende la propria strada eccetera, e Famoso ha replicato che i suoi studenti, alla scuola Salinger, di maestri ne hanno sessanta – e non so cos’altro. È che sono rimasto impressionato più che altro dal numero, “sessanta”, che cercavo inutilmente di associare alla mia idea del rapporto maestro-allievo: allievo di sessanta maestri… Sono un po’ tanti, no? Il mal di testa aumentava.
Alle dieci, al solito punto panoramico, c’era l’incontro con un’autrice italo-americana moderato dalla responsabile delle pagine culturali di un settimanale per donne. Me ne sono venuto via quasi subito, perché si parlava di vicende personali, di un libro in cui l’autrice aveva messo “tutta se stessa”, proprio in senso autobiografico. È che non amo farmi i fatti degli altri senza averlo chiesto – e soprattutto senza il filtro di un po’ di menzogna. Così ho fatto una passeggiata per il paese, occhieggiando le foto degli autori dell’anno prima appese un po’ dappertutto e studiando senza impegno la gente per strada. Sulla via del ritorno per il punto panoramico, all’altezza dello spazio per i bambini, all’improvviso ho sentito il verso dell’uccello misterioso che avevo udito la notte prima. Ho chiesto a una volontaria del festival, uscita sulla strada in quell’istante, che uccello fosse; lei ha rivolto la domanda a una collega all’interno, che è uscita sulla strada anche lei. L’uccello, in breve, aveva vari nomi simili, tutti riconducibili al più breve, “zonca”, evidentemente dialettale, perché poi sul dizionario non l’ho trovato e nemmeno su Google. Ho ringraziato e proseguito.
Alle undici e mezza nel giardino comunale c’è stato il “mirto con Massimo Cirroni e gli autori del festival”. Tutto il paese ancora sveglio doveva essere radunato lì, sotto il tendone e assiepato tutt’intorno. Dietro di me erano seduti Maurizio Sileoni e Antonio Ferraroni, due simpatici autori e illustratori per ragazzi con cui avevo già scambiato qualche parola il pomeriggio. La testa mi scoppiava. Mariagiovanna, la vicedirettrice del festival, che qui non avevo ancora nominato ma che è stata in realtà la referente per me più importante, ha chiesto qua e là ai volontari se qualcuno aveva qualcosa per il mal di testa. È stata Giulia, una ragazza molto bella e con tutta una dotazione di medicinali per l’emicrania (ne soffre), a salvarmi con una bustina di Nimesulide. Così ho potuto assistere sempre meno dolente, seduto accanto a Susanne e Carmen, allo spettacolo demenziale di Cirroni e Strabiconi che chiamavano sul palchetto un ospite o l’altro e gli chiedevano quale fosse il suo vizio, per poi premiare la sua confessione con un bicchierino di mirto. Non li ricordo tutti, i vizi d’autore, ma solo alcuni: Bruno Tognoloni, le spugnette da lavabo; Simona Belloni, il cloro (una sineddoche, ovviamente); Wilson Sabina, imbeccato da Cirroni: le pugnette. Roba così. Niente, in ogni caso, in confronto a Susanne. Chiamata sul palco e convinta, nella sua raffinata innocenza, che gli autori prima di lei avessero detto tutti la verità, Susanne si è confessata: i bottoni di madreperla. Li colleziona?, ha chiesto Cirroni. No, sotto i piedi, ha risposto Susanne. Confusione di Cirroni e Strabiconi. Poi Susanne si è tolta una scarpetta e la confusione è divenuta turbamento. Lo shock si è ripetuto alla fine, quando sono stati richiamati sul palchetto alcuni ospiti per il brindisi conclusivo: ho ancora davanti agli occhi lo sconcerto balbettante del giovane attore Filippo Timoni dopo che Susanne si è denudata di nuovo il piede, mostrandogli la scarpetta piena di bottoni di madreperla. Timoni le ha chiesto di averne uno in dono, e l’ha ottenuto. Accanto a me, Carmen, sottoposta di Susanne, non credeva ai suoi occhi.
Nella hall, poi, mi sono ritrovato con Timoni e Sabina. Saranno state le due. A un certo punto, non so come, eravamo davanti al mio computer portatile, posato sul bancone, intenti a guardare su Youtube una vecchia apparizione televisiva di Ivan Cattaneo che cantava in playback una canzone intitolata “Polisex”, ballando orrendamente. Poi è arrivata anche Carmen. Presto mi sono congedato, perché ero molto stanco. Ho lasciato Carmen in compagnia di Timoni, mentre Sabina era sparito non so dove.
In camera, siccome era caldo, ho lasciato la porta del poggiolo aperta e mi sono addormentato sulla nota ripetuta della “zonca”.

3

Stamattina, terzo giorno, alle otto ero sveglio. E stanchissimo. Carmen se n’era andata, Susanne sarebbe partita in mattinata. Ho fatto colazione all’aperto, al tavolo con Antonio Ferraroni. Susanne non l’ho vista. Ferraroni poi mi ha presentato un editore bolognese di libri per ragazzi e con lui abbiamo abbozzato l’idea di tradurre e pubblicare il libro per bambini di Ingo Spritze. Ne ero così entusiasta che sono andato subito a prendere il portatile e ho scritto una mail a Ingo. Poi sono risalito in camera per riposarmi ma, neanche a dirlo, mi ha fregato quel rumore di trascinamento. Sono rimasto così, coricato sul letto senza fare niente, cadendo due o tre volte in un fragile dormiveglia, fino alle undici. Abbrutivo. Mi sono fatto forza, ho indossato il costume da bagno nuovissimo – ma solo dopo aver tolto il cartellino e tagliato via le etichette – e sono sceso in piscina.
Simona Belloni, nonostante il vizio dichiarato la sera prima, non c’era. C’era altra gente però. Gli editor dell’Einaudi, ad esempio. E una donna con due bambini, forse la moglie di Famoso. Ho fatto otto vasche, una traversata in apnea sul lato più breve e sono uscito. Mi sono asciugato e sono risalito in camera, dove ho riposato ancora fino all’ora di pranzo. Prima di scendere in ristorante, ho controllato l’e-mail: Ingo mi aveva già risposto, gli piacerebbe molto se questa cosa del libro per bambini andasse in porto. Farò tutto il possibile.
Ho pranzato a un tavolo da solo. In circostanze come questa, dove tutti hanno il proprio gruppo di riferimento o almeno la famiglia con sé, restare da soli è da sfigati. Dall’altra parte della sala, Alessandro Famoso pranzava con moglie e figli. Davanti a me, a un tavolo doppio si sono sedute due donne; una, a sentire i loro discorsi, era l’ennesima scrittrice che la mattina aveva letto dal poggiolo, l’altra, belloccia, sarà stata una sua amica. Dopo un po’ si è seduto con loro Filippo Timoni, accompagnato da una ragazza gracile. Poi dall’altra parte sono arrivati anche gli editor dell’Einaudi, presto raggiunti dalla moderatrice degli incontri mattutini, che ora sapevo chiamarsi Chiara, come il premio, e dal ragazzo che era con lei anche il primo giorno in macchina. Alzandomi da tavola per ritornare in camera, ho salutato Timoni e basta, ma avrei salutato volentieri anche l’amica belloccia della scrittrice.
Il solito trascinamento di mobili, sopra o sotto, e una noiosa eccitazione mentale, forse dovuta alla solitudine, mi hanno impedito di riposare anche stavolta, così mi sono messo a scrivere questo rapporto. E adesso che me ne rendo conto, ho indugiato a tal punto in queste righe che mi sono perso il reading di Timoni. Non vorrò passare in camera anche il resto della giornata? Forse è meglio che mi alzi, esca di qui nonostante la stanchezza e provi a godermi le ultime ore di festival.

4

Scrivo queste righe a casa, rientrato da tre giorni. Non so, è come se nelle ultime ore di festival fossero accadute più cose che nei due giorni precedenti. Il solito inganno dell’intensità. O forse della densità. La densità è quando quel che vivi ha più spessore che durata. E lo spessore, per quanto mi riguarda, deriva dalla confidenza.
Arrivato in paese, ho provato a entrare nella sala dove proiettavano il documentario di Ermanno Registoni. La sala era sovraffollata, così ci ho rinunciato e ho attraversato il paese raggiungendo il cortile scolastico dove Piero Televisioni presentava due giovani autori; ma anche lì tutti i posti a sedere erano occupati, il sole batteva, avevo sete e si parlava di un giallo e di “un romanzo tipo Gran Torino”. Me ne sono venuto via poco dopo. Per strada ho trovato Sergio Microfóni e siamo andati nella piazzetta parrocchiale; all’unico bar che conoscevo abbiamo preso delle lattine e ce le siamo bevute lì di fronte, seduti dentro un’opera d’arte che tintinnava come un gregge. Da lì ho anche telefonato a Francesco “Dandy” Comunista, per salutarlo insieme, perché anche Microfóni lo conosce, e Francesco mi ha annunciato di essere finalista al premio John Fante. Altroché mio cugino. Poi con Microfóni siamo andati al punto panoramico.
L’incontro delle sette, l’ultimo del festival, era dedicato alla “terra madre”. Discutevano Registoni, Maurizio Palloni e Franco Fuilletoni. Registoni è ancora e sempre l’artista-intellettuale che vede nel rapporto con la terra un idillio perduto, da recuperare, Maurizio Palloni lo ha sostenuto con discorsi un po’ schematici ma propositivi, in buona fede insomma, sulla cosiddetta “decrescita”, e Fuilletoni ha alternato tutto questo con osservazioni a margine, la migliore delle quali chiamava in causa, udii udii, Danilo Kiš e il suo Homo poeticus (uscito di recente per Adelphi in un’edizione-minestrone). Dopo l’exploit bolañese di Famoso, era già il secondo colpo bibliografico inferto a un certo mio pregiudizio verso i festival letterari e la loro presunta distanza dalla “vera letteratura”.
Il festival è finito così, con un inno alla terra da parte di tre non-contadini e con i cauti saluti di Marcello Strabiconi, che dopo aver chiesto un applauso, l’ultimo e il più lungo e meritato, per tutti i volontari in maglietta rossa che tengono in piedi l’evento, ha detto: “Ci vediamo l’anno prossimo, forse.” Questioni politiche, evidentemente – il rischio, in sostanza, se ho capito bene, è che Gigi, l’autista bruno e fumatore, un altr’anno non lavori più per il festival, epperò in compenso si senta un po’ più suo agio.
E poi viene la cena dai pastori, il gran finale per gli ospiti. Ci hanno portati lì con macchine e Furgoni, una carovana. Era un grande spiazzo verde ai piedi di un ovile, a mille metri d’altezza, circondato dal bosco e illuminato da grandi fari. Tre tavolate lunghissime, i pastori in maglietta rossa pronti a servirci. Uno di loro, il più anziano e panciuto, era l’unico in camicia bianca e ci ha accolti offrendoci vino rosso in bicchieri di plastica. Ho cenato tra Wilson Sabina e la ragazza che accompagnava Timoni e che, su mia cortese richiesta, si è qualificata: la sua agente. Di fronte a me sedeva la fotografa del festival, l’autrice delle immagini che tappezzavano le pareti del paese e che l’anno prossimo saranno sostituite dagli autori di quest’anno.
Il grosso della cena l’ho passato con Wilson, col quale ci siamo detti tante e tali cose che a me pareva quasi d’essere a Berlino, una di quelle volte in cui, nell’atmosfera conciliante di una Kneipe, sbocciava, un bicchiere dopo l’altro, un dialogo sui massimi sistemi con l’interlocutore di turno, il quale all’improvviso e per poche ore diventava la persona più cara.
A un certo punto molti si sono messi a ballare in cerchio, mentre al centro quattro suonatori – uno era il panciuto del vino d’apertura – musicavano quella danza folklorica sempre più larga, sempre più numerosa. Fuori dal cerchio, tra gente barcollante e ciarliera, il poeta e giornalista Fuilletoni girava per i tavoli in cerca di bottiglie d’acqua da sorbirsi a gran sorsate.
Quando era ormai molto tardi ho beccato Fabrizio Sileoni, che mi ha voluto presentare una donna straniera, molto bella, forse con l’idea di farmi da Cupido, ma è andata male: alla prima occasione ho parlato di mio figlio. Poi mi sono accorto che lì vicino c’era di nuovo Wilson, che stava fumando in compagnia di “Gristolu” – e qui vorrei sospendere un attimo il referto per rendere onore a questo personaggio memorabile, straniero anche lui ma migrato da trent’anni a Gavoi, divenendone forse il cittadino più originale, di certo il più estroverso nei giorni del festival, sempre pronto a domandare, intervenire, scherzare, congratularsi. Ricordo ancora con quale entusiasmo si era messo in coda per avere la firma di Ingo su due libri, e che al momento della dedica gli aveva mostrato il pass da volontario per fargli copiare il nome: Gristolu. Un fenomeno.
Al ritorno in hotel, gli ultimi resistenti erano riuniti attorno a un tavolino sul terrazzo esterno. Risparmio i nomi, perché a quell’ora i nomi non contano più – se non quello di Francesco Piccoloni, che a un certo punto è entrato nella hall, ne è uscito con una bottiglia di mirto, ne ha versato un po’ per ciascuno in bicchieri di plastica, distribuendoli, e poi è sparito in camera. Abbiamo sbevazzato e parlato un po’ a vanvera mentre il sonno montava, e un po’ alla volta la brigata si è dissolta.
Erano le tre quando mi sono coricato, e la “zonca” era lì che cantava.
Alle dieci sono stato svegliato dal trascinamento di mobili. Era il giorno delle partenze. Non dirò dei saluti scambiati e di quelli mancati, né del giro in paese con Fabrizio Tonelloni, docente e giornalista conosciuto sul momento, con cui ho comperato un po’ di cibi tipici. Non dirò neanche del piacevole pranzo con lui e sua moglie, parlando di biblioteche e Ddr, né del viaggio in furgone verso l’aeroporto di Olbia. Dirò invece che, in un breve scambio con Simona Belloni prima che se ne andasse, le ho parlato di quel rumore di trascinamento e lei ha detto che sì, è vero, anche lei lo sentiva, e anche lei non riusciva a spiegarselo.

FINE

Anzi no, ho tralasciato un dettaglio: la sera prima di andarsene, in un istante qualsiasi, Susanne, che lì al festival conosceva un po’ tutti, mi ha detto che il tizio che accompagnava sempre la moderatrice degli incontri dal poggiolo, Chiara come il premio, non era altro che il suo ragazzo. Lapalissiano, no? Vallo a spiegare a un interprete per caso…

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