Scarpe nuove
Rapporto correttivo sulla Lesung del 21 aprile scorso
Scrivo questo Bericht per rimediare, ossia per sopperire a due mancanze: la mia inesperienza, forse dilettantismo, e l’indifferenza dei miei luoghi d’origine.
La mia sventatezza, tuttavia, si è espressa al meglio nelle scarpe nuove. Le avevo comprate una settimana prima, ma le ho indossate per la prima volta il giorno della partenza. Scarpe di marca, certo, di qualità; ma pur sempre nuove.
Sono partito da Verona e ho fatto scalo a Francoforte; era il volo che l’Istituto Italiano di Cultura di Berlino, al momento di organizzare l’incontro, mi aveva fatto scegliere. Avevo con me, oltre ai miei libri, l’ultimo numero dell’«Atelier du roman», con una sezione monografica dedicata alla bellezza nella poesia e nella prosa, e l’ultimo libro di Milan Kundera, Un incontro, che avevo cominciato il giorno prima. Rileggere Kundera dopo diverso tempo, due anni almeno, è stato come rincasare dopo una lunga erranza.
In aereo ho letto la rivista: l’articolo di Massimo Rizzante, allievo di Kundera e mio maestro durante gli anni universitari, e quello di Lakis Proguidis, direttore della rivista e critico misconosciuto, tra i massimi viventi. Annoto gli argomenti forti: metafora poetica e metafora romanzesca; la natura temporale del bello.
All’arrivo all’hotel, un quattro stelle nell’Anhalter Straße, i calcagni in due punti erano già arrossati.
Per prima cosa ho chiamato Thomas Wohlfahrt, direttore della Literaturwerkstatt e moderatore del ciclo d’incontri, dal quale avevo ricevuto un sms. Ci siamo accordati sui temi da discutere: dopo la lettura dei testi, si sarebbe parlato di Alto Adige, di Italia, di televisione. Temi che nella mia prosa compaiono di rado, ma che io stesso, stavolta, avevo voluto affrontare fin dalla scelta dell’estratto. E poi si sarebbe parlato, gioco forza, di letteratura italiana contemporanea. Insomma, di argomenti adatti alla circostanza: l’incontro “italiano” all’interno del ciclo «Europa literarisch» organizzato dall’Unione Europea in collaborazione con gli istituti di cultura di tutti i paesi membri. Fin dall’invito, in dicembre, il mio compito ufficiale era chiaro: ero chiamato, come scrittore, a «rappresentare il nostro paese» presso la sede tedesca dell’Unione Europea. Un’enormità.
La sera, dopo una cena veloce e solitaria presso l’Imbiss turco in Friedrichstraße – in tutti e tre i giorni l’istituto di cultura mi ha lasciato libero: niente pranzi di rappresentanza, niente accompagnamenti –, ho letto Kundera, il capitolo-intervista con Guy Scarpetta su Rabelais: «In Polonia il suo destino non fu diverso rispetto alla Cecoslovacchia; la traduzione di Tadeusz Boy-Zelemski (anch’egli fucilato dai tedeschi nel 1941) era magnifica, uno dei più grandi testi scritti in polacco. Ed è stato questo Rabelais colonizzato a stregare Gombrowicz. Quando parla dei suoi “maestri”, ne nomina, uno dopo l’altro, tre: Rimbaud, Baudelaire e Rabelais. Rimbaud e Baudelaire sono gli immancabili punti di riferimento di tutti i modernisti. Il richiamarsi a Rabelais era più raro. I surrealisti francesi non l’amavano molto. A ovest dell’Europa centrale il modernismo avanguardista era puerilmente antitradizionale e si realizzava quasi esclusivamente nella poesia lirica. Il modernismo di Gombrowicz è diverso. È, anzitutto, modernismo nell’ambito del romanzo. E poi Gombrowicz non intendeva contestare ingenuamente i valori della tradizione, ma semmai “rivalutarli” (nel senso nietzscheano: Umerwtung aller Werte). La coppia Rabelais-Rimbaud come programma: ecco una prospettiva nuova, significativa per le grandi personalità del modernismo, così come lo intendo».
La mattina, prima di infilare le scarpe, ho incerottato i calcagni. Dopo colazione ho lavorato un po’ in camera alla Novelle di ambientazione berlinese che ho in cantiere dallo scorso… agosto, credo. Alle undici sono uscito, ero atteso all’istituto di cultura per un breve saluto. Ho fatto visita a Marina Mezzasalma, la principale artefice di quell’incontro tra me e l’Europa, e ho firmato la mia prima dedica (nelle primissime copie donate, destinate a familiari e amici, per qualche ragione non avevo, o non ancora, scritto niente); poi lei mi ha presentato al direttore dell’istituto, Angelo Bolaffi, seconda dedica. Con lui ci siamo intrattenuti un poco sulla letteratura centro-europea, la mia principale costellazione di riferimento, e su Claudio Magris, che due giorni dopo sarebbe stato premiato con il Campiello tedesco per la traduzione di Alla cieca. Ho detto a Bolaffi che, per una singolare coincidenza, Magris è l’unico autore italiano membro dell’Akademie der Künste che l’anno scorso mi offrì la borsa di scrittura, e che il titolo del mio nuovo volume di racconti ha tratto spunto da una pagina di Magris sull’Oblomov di Gončarov. Non gli ho detto che di Alla cieca ho letto le prime settanta pagine e poi mi sono arreso.
Un caso fortunato ha voluto che a pranzo m’incontrassi con Rosemarie, la mia più fidata Gastgeberin berlinese, che ha anche il merito di aver reso possibile il racconto Protokoll H contenuto nel libro nuovo. Dopo una Boulette con insalata di patate e caffè abbiamo fatto, nonostante i miei piedi un po’ doloranti, una passeggiata tra Alexanderplatz e Unter den Linden. Un’autentica, affollata Turistenmeile, molto diversa anche solo da quando la vidi per la prima volta, otto anni fa e mezzo. A due passi dalla porta di Brandeburgo abbiamo preso l’S-Bahn, poi lei è salita in autobus e io sono rientrato in hotel. Qui ho avvolto foglietti ripiegati di carta igienica intorno ai mignoli, che si erano tutti arrossati; quello sinistro aveva persino già una bolla.
Alle cinque, puntuale, in borsa i miei libri e in mano i Diari di Gombrowicz in traduzione tedesca appena acquistati da Dussmann, ero all’Europäisches Haus, Unter den Linden 78. Un palazzo non grande ma lussuoso, i cui marmi mi hanno come risucchiato. Ero il primo arrivato. Nella sala al primo piano dove avrebbe avuto luogo l’incontro, le sedie intorno al podio, circa duecento, erano tutte vuote, azzurre e troppe. In fondo alla sala, il giovane fonico fissava lo schermo di un computer portatile e non si è accorto, o ha finto di non accorgersi di me.
Sono rimasto nell’anticamera a osservare fuori dalle finestre, la gente per strada, scavalcando con gli occhi le bandiere degli stati europei disposte verticali una dopo l’altra dietro ai tavoli dove, supponevo, avrebbero sistemato i cibi e le bevande del rinfresco finale. Il primo a presentarsi è stato Georg Gehlhoff, dell’istituto di cultura italiano, con il quale tra l’altro abbiamo parlato brevemente di Walter Kempowski, ma che presto si è dileguato con i tre giovani aiutanti, un ragazzo e due ragazze, per approntare l’evento più atteso della serata, il rinfresco finale appunto. Poco dopo sono arrivati la signora Presle, responsabile organizzativa del ciclo d’incontri, e Wohlfahrt, che finalmente conoscevo di persona. Verosimilmente gay: un motivo in più per spiegarmi la sua amicizia con Reimund Frenzel, di Weimar, responsabile del lascito di Gino Hahnemann, il poeta omosessuale scomparso nel 2006 che nel Libro di Egon appare come Tazio. Con lui, voglio dire con Wohlfahrt, ci siamo ritirati in una stanza a concordare nuovamente, più in dettaglio, i temi della nostra conversazione.
A un certo punto è arrivato un alto funzionario EU, non ho capito bene chi fosse, è sparito presto. Poco dopo ci ha raggiunti Heinrich Schmidt-Henkel, traduttore, che avrebbe letto gli estratti tedeschi. Ho fatto leggere a Wohlfahrt il passo dai Diari di Gombrowicz che avrei voluto leggere in chiusura dell’incontro. Non gli è piaciuto, l’ha trovato troppo pessimista. Gli ho chiesto se riteneva che fosse meglio evitare. Non ha detto no; ha detto che se ero io a desiderarne la lettura, si faceva. Era della parrocchia come te, volevo dirgli, ma non l’ho fatto; Gombrowicz non era sensibile alla comunella omosessuale, e chissà, forse neanche Wohlfahrt. Poco prima delle sei, infine, si è presentato il nuovo direttore dell’istituto, uno spagnolo, in mano dei fogli stampati: la riproduzione della copertina di Quando si vive e le notizie su di me, il tutto scaricato probabilmente dal sito dell’istituto di cultura italiano.
Alle sei ha bussato la signora Presle, che ci ha annunciato: la sala è piena. Piena di gente che fino a oggi non mi aveva mai sentito nominare e che tra due ore avrà già bell’e dimenticato tutto, ho pensato. Ho firmato due dediche sui libri per Wohlfart, che li avrebbe aggiunti alla biblioteca della Literaturwerkstatt, e siamo usciti.
All’ingresso dell’anticamera con le bandiere, due ragazze sedute al tavolo con gli Ansichtsexemplare dei miei pochi libri (3) segnavano gli arrivi su una lista; l’incontro, non l’ho detto, era su prenotazione.
La sala era effettivamente piena, l’età media avanzata, il pubblico eterogeneo, da rinfresco. Entrando, Wohlfahrt ha salutato con un sussulto una persona sul fondo e me l’ha indicata: “Guarda chi c’è.” Mi sono voltato, era un ragazzo moro col pizzetto, non lo conoscevo, Wohlfahrt mi ha detto: “È il ragazzo di Gino.” Poi abbiamo raggiunto il centro della sala. Mi sentivo osservato.
Abbiamo preso posto nelle poltrone sul palchetto, divisi da un tavolino con bottiglie d’acqua e bicchieri. È sopraggiunto il fonico e ci ha sistemato i radiomicrofoni sulle camicie. L’alto funzionario ha presentato l’incontro dal podio alla nostra destra. A seguire, l’introduzione dello spagnolo. Poi è toccato a Bolaffi, che dopo avermi definito Grenzmensch (una mia imbeccata della mattina) e citato Churchill, ha ricordato che di lì a due giorni sarebbe stato premiato Magris. Infine ha parlato Wohlfahrt, presentandomi in dettaglio. Il tutto intervallato da flash e applausi, anche miei.
È giunto il mio turno. Ho ringraziato istituzioni e persone, ho presentato l’estratto che avrei letto, da Anima bella, ho letto ad alta voce le prime due pagine in italiano e ho ricevuto un applauso. Poi Schmidt-Henkel ha riletto da capo, in tedesco, fino alla telefonata con la nonna. Un altro applauso. Era il momento della conversazione. Sul fondo della sala, in piedi, con lo sguardo perso fuori dalla finestra, ho riconosciuto il mio amico Douglas, traduttore statunitense.
I temi conduttori sono stati, nell’ordine: Alto Adige, televisione, Italia, letteratura italiana contemporanea. Non dirò qui tutto ciò che ho detto, non è importante. Dirò invece soprattutto quel che avrei dovuto dire, e non ho detto, mentre avanzavo in fragile equilibrio tra cliché e generalizzazioni, stereotipi e semplificazioni. Dire qualcosa d’intelligente è incredibilmente difficile, tanto più in un’altra lingua. Almeno per me.
Alto Adige. (Un tema che, stranamente, ha interessato tutti; oltre i confini locali pare che la gente conosca molto poco la situazione in Alto Adige, belle montagne a parte.) Ho detto: l’Alto Adige è una colonia di tipo particolare, perché i colonizzati sono sempre stati meglio dei colonizzatori (risatine). Eccetera. Alla domanda di Wohlfahrt, come si sarebbe potuta risolvere la situazione altoatesina, non avrei dovuto parlare della problematicità di nuovi confini “euroregionali” in un’epoca in cui ci si sforza di eliminare i confini europei – luogo comune –, né dire che il cambiamento dovrebbe partire da un maggior ascolto dei bisogni di entrambi i gruppi linguistici da parte della classe politica, evitando però che questo si trasformi in populismo – aria fritta. Avrei dovuto semplicemente rispondere: scuola plurilingue e promozione di una cultura popolare mista.
Televisione. Ho detto: non guardo la tivù da parecchi anni, perché mi offende. Tuttavia ho voluto esprimere un timore suffragato dalla memoria, da evidenze materiali e da pareri altrui: la tivù negli ultimi vent’anni ha tirato fuori il peggio degli italiani. E poi, visto che Wohlfahrt insisteva con il tema, ho sparato: i telegiornali italiani informano ogni giorno a lungo sulla politica interna e su ciò che ha detto il papa, mentre quello che accade nel resto del mondo rimane praticamente ignoto (risatine); la nostra provincialità viene anche da qui. Non ho detto: la tivù è il maggior strumento con il quale negli ultimi vent’anni una loggia massonica deviata ha realizzato il suo piano di conquista del potere, e questa non è certo una dichiarazione politica, ma la semplice verità storica.
Italia. Ho detto: negli ultimi vent’anni la tivù ha tirato fuori il peggio degli italiani, almeno molti di quelli che conosco io, anche intimamente, e questo mi fa molto soffrire; negli ultimi vent’anni gli italiani hanno perso una parte della bellezza del loro carattere a causa della volgarità televisiva; oddio, forse gli italiani non sono poi così peggiorati, però appena si comincia a parlare di politica diventano bestie astiose, litigano, s’incarogniscono, e questo non in nome di progetti, idee o visioni politiche, ma semplicemente a seconda che si sia “con” o “contro” di lui; e questo, quando accade nella mia vita privata, mi fa molto soffrire. Non ho detto che in Italia, a fronte di una scarsissima coscienza politica, la politicizzazione delle menti è alta, e questo grazie al nostro essere all’avanguardia nel populismo mediatico, ma insomma si era capito.
Letteratura italiana contemporanea. Alla domanda di Wohlfahrt, qual è mai la situazione in Italia, visto che negli ultimi anni si traduce così poco, non avrei dovuto perdermi in un discorso senza capo né coda su certi autori del secolo scorso che ritengo maestri, né tirare in ballo il caso Saviano, parlando di Gomorra e di «neapler mafia» (sic), per poi non trarne una conclusione chiara. Avrei dovuto semplicemente dire: non so rispondere in generale, ma in particolare conosco ad esempio scrittori molto bravi che però vendono poco, e forse per questo non vengono tradotti.
Dopo la prima parte di conversazione, in cui era solo Wohlfahrt a interpellarmi, ci sono state le domande del pubblico. Non sono state molte. Qui voglio ricordarne due.
Una donna, a proposito della questione altoatesina, ha osservato che forse, se la politica ha delle mancanze permanenti, potrebbe essere la letteratura a provvedere e in particolare, ha detto, a nominare (benennen) quella realtà e le sue contraddizioni. Ho detto che sì, aveva detto bene, la letteratura, semmai, non può fare altro che nominare (avrei dovuto dire esplorare, scoprire i lati meno ovvii e più concreti); la letteratura, infatti, non può cambiare le cose, non può avere un’influenza su di esse. Sentivo che la mia affermazione deludeva, che il kitsch di una dichiarazione di fede nella letteratura sarebbe piaciuto di più. Ho calcato la mano: la letteratura ha ormai un ruolo minoritario nella cultura, anche per questo è difficile pensare che possa influire sulla realtà, a parte appunto coglierla in modo veritiero nei modi che le sono propri. E comunque, ho detto, io personalmente non so mica se sono in grado di assolvere un simile compito. La donna ha detto che lo sono, voleva farmi un complimento, e io, stronzo che sono, non l’ho neanche ringraziata.
Un ragazzo nero con la zeta alveodentale (si può dire?) mi ha chiesto, a proposito della provincialità italiana, se una maggior traduzione di testi stranieri potrebbe porre rimedio al problema; e poi mi ha chiesto se ci sono altri casi di «coraggio» come Saviano, se credo che il coraggio possa o debba toccare altri scrittori italiani. Ho detto, per rispondere alla prima domanda, che sì, certo, e non solo, io per esempio ho tenuto all’università un corso di cosiddetta letteratura della migrazione, scritta cioè da italofoni originari di altri paesi, soprattutto del cosiddetto terzo mondo, e il loro sguardo sull’Italia e gli italiani eccetera. Poi ho detto che il coraggio non è di tutti e non è neanche un valore estetico, che so di scrittori magari anche un po’ vigliacchi ma che hanno scritto bei libri, che Saviano ha scritto quel che ha scritto perché è la sua storia personale ad averlo portato lì, perché non poteva scrivere nient’altro che quel libro, e che non è detto che se altri scrittori osano allo stesso modo, com’è già stato fatto, ne venga fuori un libro altrettanto ad effetto. Avrei dovuto dire: Gomorra più che un libro di Saviano è un libro di Mondadori, per questo è diventato quel che è; e l’Italia più che di scrittori ha bisogno di eroi, per questo Saviano è diventato quel che è. Ma non l’ho detto.
Quando anche le domande del pubblico erano esaurite, Wohlfahrt ha annunciato la mia lettura finale, che io ho poi presentato. Nel 1963 il mio maestro Witold Gombrowiz fu, con Ingeborg Bachmann, il primo DAAD-Stipendiat presso l’Akademie der Künste, dove io ho ottenuto una borsa di scrittura nel 2008, quarantacinque anni dopo – un fatto che mi ha molto confuso, volevo dire, invece ho detto verwirrend, sconcertante (risatine). In un mio testo di qualche anno fa, inoltre, avevo citato un brano di Gombrowicz sull’Europa, e siccome adesso ero capitato in quella sede di rappresentanza dell’Europa e a Berlino sento spesso vagare lo spirito di Gombrowicz (?), volevo concludere l’incontro con questo omaggio al mio maestro.
«Amico mio, permettetemi per una volta, in via del tutto eccezionale, di occuparmi di qualcosa che non sia io stesso: l’Europa. “Europa!” Questa parola m’infiamma, tanto è più vasta di “Germania”, di “Polonia” o di “Francia”, e ricca com’è di un’energia crescente. Ma al progresso della tecnica, in Europa, non si è affatto accompagnato il progresso dell’umanesimo… Lo spirito dell’Europa è forse riuscito a infiltrarsi nella macchina? Che cosa è dunque successo perché tra noi, gli umanisti, si debba constatare una simile catastrofe? La musica va in frantumi, la poesia si inaridisce, la letteratura diventa spaventosamente noiosa. La coscienza si trova ormai da duecento anni sotto il segno del rimpicciolimento: in Germania Kant, Marx, Husserl e Heidegger segnano le tappe successive di una cauta e progressiva riduzione dello spirito. Ma il crollo nell’arte e nella letteratura non ha niente a che vedere con questo processo – della cui gravità, del resto, non si può dubitare. Che fiasco! Una terrificante stupidità si manifesta in tutto ciò che facciamo, nel nostro modo di creare (la creazione è diventata cerebrale e ostica), nel nostro modo di parlare d’arte (troppe chiacchiere), in ogni ingranaggio del nostro piccolo mondo artistico, questo macchinario gigantesco composto da centomila dottori, associati, interpreti, commentatori occupati a succhiare il sangue pallido dei corpi anemici di decine di migliaia di creatori scaduti nella volgarità. Che cosa sta succedendo? Dove sono finiti i tesori della nostra gastronomia artistica, quei magnifici chateaubriand al sangue che furono Goethe e Beethoven? Come fare affinché l’arte smetta di essere l’espressione della nostra mediocrità per tornare ad essere quella della nostra grandezza, della nostra bellezza, della nostra poesia? Ecco il programma che propongo: Primo, prendere coscienza, senza risparmiarci il dolore, della nostra catastrofe. Secondo, rigettare tutte le teorie estetiche elaborate nel corso degli ultimi cinquant’anni e il cui fine occulto è quello di indebolire la personalità; tutto questo periodo è stato avvelenato dalla tendenza a livellare i valori e gli uomini – che vadano al diavolo! Terzo, una volta che si è fatta piazza pulita di queste teorie, volgersi nuovamente verso i grandi personaggi, le grandi figure del tempo passato e, in alleanza con esse, ritrovare in noi stessi le fonti eterne del volo, dell’ispirazione, dell’entusiasmo e del fascino. Perché non c’è democrazia dove non c’è posto per una sorta di aristocrazia, di élite». Applauso.
La lettura del testo in tedesco si è conclusa con una frase ulteriore, la vera ultima frase del testo, che il mio estratto non comprendeva: «Colgo l’occasione per salutare affettuosamente la signora Hanne Garthe di Saarbrücken». Risata, applauso finale.
Ci siamo alzati ed è cominciata la processione privata dei saluti e dei ringraziamenti, mentre fuori dalla sala iniziava l’assalto al rinfresco. Ho porto la mano a Wohlfahrt, non se l’aspettava. Credo di non essergli piaciuto molto. Ho ringraziato il direttore Bolaffi, la graziosa direttrice del Goethe Institut, signora Fraenkel-Thonet, la cara Barbara Voigt dell’Akademie der Künste, il lettore tedesco, il direttore dell’Europäisches Haus e Marina Mezzasalma; è passato velocemente il ragazzo di Gino, ci siamo stretti la mano ed è scomparso; poi sono stato chiamato dal fotografo ufficiale per un piccolo servizio nel cortile interno.
Non è stato facile. Già non sono fotogenico. Ma soprattutto, come ci si può rilassare davanti a un obiettivo senza conoscere il fotografo? Non potevamo intrattenerci per qualche minuto prima di scattare? Comunque in qualche modo è andata.
Sono rientrato e ho salutato e ringraziato altre persone. Mentre mi intrattenevo brevemente con l’impiegata del Goethe Institut, signora Metzger, che mi ha regalato un mazzetto di fiorellini, forse campanule nane (esistono?), ho visto Douglas nel cortile interno. Poi ho trovato Reimund Frenzel, che aveva sbagliato orario ed era appena arrivato da Weimar con altri amici; mi dispiaceva, ero stato contento quando mi aveva scritto che sarebbe venuto. Mi dispiaceva per lui, voglio dire, che era venuto per niente. Dopo Reimund, una signora mi ha chiesto perché non scrivo sceneggiature, visto che in Italia la televisione è così importante. Le ho detto che primo, dalla provincia è difficile arrivare a Roma o Milano e lì proporsi e ottenere attenzione, e secondo, che comunque per ora non ne sono capace, dovrei prima esercitarmi.
Quando anch’io finalmente sono riuscito a raggiungere l’anticamera, ai margini della ressa ho incontrato Verena e Gert, i miei amici austriaci, residenti a Neukölln, autori della foto di copertina di Quando si vive. Ho donato loro una copia, ma non siamo riusciti subito a parlare, perché mi ha raggiunto Marina Mezzasalma, con la quale tuttavia ci siamo intesi bene. Poi mi ha interpellato una donna che ha mosso alcune obiezioni alle mie affermazioni sull’Italia, che giudicava inesatte o troppo clementi; prima di congedarsi, ha detto di avere un figlio della mia età, avvocato, e che Berlusconi è un delinquente e basta. Avrei voluto dirle: si sbaglia, Berlusconi è molto altro. Ma non l’ho detto. Poi finalmente ho potuto chiacchierare con Verena e Gert nonostante la bolgia, e anche ottenere un bicchiere di Sekt dal giovane aiutante dell’istituto di cultura italiano. Pian piano la gente si disperdeva, sono passati da me per accomiatarsi Bolaffi e Wohlfahrt, Douglas non l’ho più visto. Rosemarie, che Gert e Verena avevano visto di sfuggita, non l’ho vista proprio. Alla fine, quando ormai se n’erano andati quasi tutti, mi sono intrattenuto ancora un po’ con Gehlhoff, l’amante di Kempowski, il tempo di finire il Sekt e mandar giù due pezzi di focaccia. Poi ho salutato anche lui e ho raggiunto Verena e Gert, che mi aspettavano già dabbasso.
Abbiamo camminato verso la Friedrichstraße pensando a dove mangiare. Siamo arrivati fino alla stazione, poi però abbiamo deciso di andare al ristorante tailandese sotto casa di Rosemarie, nella Mauerstraße. Così ho chiamato anche lei, che era appena rientrata, e ci siamo dati appuntamento lì. Douglas invece era già sulla via di casa, l’ho ringraziato di esserci stato, forse ci rivedremo in maggio.
Ho cenato con Verena, Gert e Rosmarie, gli amici berlinesi che hanno contribuito in un modo o nell’altro a libro nuovo. Anche a Rosemarie ho donato una copia, e su entrambe, lì nel ristorante, ho scritto una dedica. Ci siamo alzati prima di mezzanotte, tutti stanchi, e sono rientrato in hotel a piedi.
In camera è stato un sollievo togliersi i calzini. I cerotti e la carta igienica erano serviti, tuttavia il mignolo destro mi faceva ancora male. E comunque mancava ancora il tragitto fino all’aeroporto, l’indomani.
La mattina dopo, a colazione, mi è venuto un pensiero, non me ne voglia la mia compagna: nelle ultime quarantott’ore, nonostante fossi a Berlino (?), non ho visto una sola donna che abbia suscitato il mio desiderio.
Rientrando in camera, l’ultimo corridoio era ostruito dal carrello di una donna delle pulizie. Mentre mi avvicinavo, è uscita di spalle dalla camera che stava riordinando. Mora, giovane e bella, jeans neri attillati. Mentre poi le passavo davanti scusandomi, l’ho vista in faccia, la grazia discreta del sorriso e i begli occhi scuri.
Sono rientrato in camera e mi sono messo a lavorare di gran lena alla Novelle berlinese. Alle undici hanno bussato, ho aperto, era lei. Guardandomi un po’ languida, mi è parso, lo stesso sorriso di prima, attese finché la informai che di lì a poco me ne sarei andato, poi disse: “Kein Problem”. E in effetti subito dopo ho chiuso il computer portatile e ho infilato scarpe e giacca. La valigia era già pronta.
Il carrello era in un altro corridoio, più vicino all’ascensore, ma lei non l’ho rivista; non l’ho nemmeno cercata, perché un nuovo e più esteso dolore era comparso nel piede sinistro, stavolta sotto, all’altezza del tarso.
Durante il viaggio di ritorno, ogni volta che era possibile, negli aeroporti di Berlino e Francoforte e poi in macchina con la mia compagna che è venuta a prendermi a Verona, mi sono tolto le scarpe. Ogni volta è stato un po’ di sollievo.
